La didattica a distanza riduce l’ansia: lo studio inglese

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Didattica a distanza. Una scoperta interessante giunge da una ricerca inglese. L’ansia dovuta allo studio è diminuita in lockdown per un gruppo di quattordicenni. Tra lo stupore degli scienziati, una nuova luce sul tema che fa riflettere.

Didattica a distanza: meno ansia

Il ritorno della didattica alternativa, attraverso internet, in queste settimane ha fatto molto discutere. Tra chi ne denuncia i rischi (più che concreti) e chi la ritiene insufficiente dal punto di vista dei contenuti.

Ma uno studio condotto in Inghilterra sembra gettare una nuova luce sul tema. Sembra che la scuola da remoto possa avere un effetto positivo sull’ansia degli studenti.

A fronte della remotizzazione della scuola (modo pomposo per dire studio attraverso il pc), un campione di 1.000 studenti di 13-14 anni si è detto meno in ansia e più legato alla scuola.

Un risultato sorprendente.

Lo studio, divulgato dal sito di informazione medica Healthline, è stato condotto da un gruppo di ricercatori dall’Università di Bristol (sud-ovest dell’Inghilterra). Già avviata prima della pandemia, lo scopo dell’indagine era studiare la relazione tra l’uso dei social network e la salute mentale degli adolescenti.

I ricercatori pensavano che con la pandemia e la chiusura della scuola i livelli di ansia e depressione degli studenti potesse aumentare. Ma è accaduto il contrario.

Il lockdown, per gli studenti intervistati che hanno adoperato la didattica a distanza, è stato un momento “meno pesante” del previsto.

Didattica a distanza (Foto di Unitone Vector per Shutterstock)
Didattica a distanza (Foto di Unitone Vector per Shutterstock)

Livello d’ansia ridotto

Livello di ansia considerevolmente ridotto. Per le ragazze prima pandemia l’ansia legata alla scuola era riscontrata nel 54% dei casi. Durante il lockdown questo dato è diminuito al 44%. Simile la situazione per i ragazzi, da un 36% pre-pandemia a un 18%.

Risultati impressionanti che lasciano spazio alla riflessione.

I ragazzi si sono detti “più coinvolti” anche se non fisicamente presenti. La didattica a distanza avrebbe sollevato gli studenti da alcune “pressioni”, paure e fonti di disagio: paura per il bullismo, timidezza, compiti in classe.

Un bilancio soddisfacente. Mentre i livelli di depressione sono rimasti paragonabili alle condizioni “normali”, senza aumenti significativi.

Un invito a riflettere

Il dibattuto tema della didattica a distanza è tornato alla ribalta. Lo studio offre importanti spunti di riflessioni in relazione alla situazione italiana.

E’ certamente incoraggiante pensare che la salute mentale degli studenti non sia stata messa a repentaglio dalle chiusure.

Tuttavia, non prendere in considerazione “le esternalità negative” la scuola in remoto sarebbe irresponsabile.

Innanzitutto lo studio sopra descritto è riferito ad un campione specifico, in un Paese che è in condizioni diverse dal nostro, e ha gestito la pandemia in modo diverso.

Italia “vs” Inghilterra

In Italia, rispetto alla didattica a distanza, sono tre le criticità di cui negli ultimi mesi quotidiani nazionali e riviste hanno parlato diffusamente:

  • la connessione: il tristemente noto digital divide, “il divario digitale” che divide l’Italia in zone con copertura internet eccellente e intere aree con copertura scadente o assente. Questa “barriera infrastrutturale” è corresponsabile per la non efficacia della didattica a distanza;

  • l‘innovazione didattica: il primo passo perché la remotizzazione abbia successo sarebbe cambiare il modo di insegnare. Ma di questo poco si parlava prima della pandemia, e poco se ne é parlato dopo. Servono strumenti e competenze digitali di cui il paese oggi non dispone a sufficienza;

  • il modo di valutare: la scuola è anche un luogo in cui gli studenti sono messi alla prova con valutazioni e verifiche. Questo può generare un senso di “ansia positiva” che spinga ad apprendere di più, crescere e migliorarsi. Attenzione che si trasformi in ansia “tossica”: l’ambiente di apprendimento dovrebbe essere sano ed equilibrato;

Apprendere è un lavoro a tempo pieno. Anche insegnare.

Perdere mesi di scuola può significare perdere opportunità e futuri guadagni, la “perdita degli apprendimenti” si paga, ne ha parlato Andrea Gavosto sul Sole 24 Ore. Aumenta anche il divario tra ricchi e poveri, a svantaggio di questi ultimi. Ne ha parlato su Internazionale, Paolo Sabatini in un lungo articolo.

Insomma, bene che la salute mentale sia salva. C’è da chiedere quanto incida l’ottimismo dei ragazzi che non hanno capito che la posta in gioco è altissima.

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