Condannati a vita, se il web ha la memoria corta sul diritto all'oblio

Diritto all'oblio ai tempi del web: cosa dice la legge? Quali sono i pericoli?

Diritto all'oblio internet


7' di lettura

di Gerardo Di Martino – Ricordati di ricordare: una foto non scattata, è un ricordo che non c’è! Suonava più o meno così la pubblicità della Kodak di qualche decina di anni fa.

Volgevano al termine i benemeriti e tracotanti anni ’80. La pubblicità la faceva da padrona sulle reti commerciali. Gli spot intermezzavano, anzi interrompevano 4, 5, ma anche 6 volte, lo stesso film, spettacolo o trasmissione di ogni genere. La pubblicità era studiata fino all’ultimo secondo, il video lavorato più e più volte, le parole e lo scritto erano tanto ricercate da rimanere nella mente di ciascuno di noi per giorni, settimane, mesi, anzi decenni, visto che ho dato vita a questa riflessione proprio rievocando una celebre pubblicità di quei tempi.

L’età dell’oro della pubblicità

C’era chi addirittura guardava la tv solo per gli spot, facendo zapping quando ricominciava la trasmissione interrotta, e sintonizzandosi sul canale successivo con un’unica finalità: poter ammirare, per l’ennesima volta, lo spot della CITROEN ed il messicano che, sombrero bianco in testa, dopo aver visto l’europeo tornare in groppa ad un asino, esclamava: EHI AMIGO, LA MACHINA, VAVAVUMA! Oppure quello che vedeva il vigile andar via con l’auto dell’inerme proprietario e che terminava con la frase choc: MODELLI VISA2, IL MASSIMO NEL MINIMO! O ancora, la pubblicità dei pennelli Cinghiale: PER DIPINGERE UNA PARETE GRANDE, NON CI VUOLE UN PENNELLO GRANDE MA UN GRANDE PENNELLO. E come dimenticare AMARO RAMAZZOTTI, MILANO DA BERE!

Milano Ramazzotti Amaro da Bera

Ogni momento non fotografato, è un momento perso

Spot, ma sopratutto frasi create con l’unico obiettivo di colpire, per essere ricordate. Ed infatti le ricordiamo ancora oggi. Non c’è dubbio alcuno: era, allora, il tempo della registrazione, della memorizzazione, della cristallizzazione del mondo introno. Iniziavano ad affacciarsi sul mercato le prime macchine fotografiche e le prime cineprese per amatori in formato VIDEO 8.

La corsa era alla spasmodica ricerca di un sistema, di un strumento, qualsiasi, che permettesse di conservare tutto ciò che i sensi consentivano alla nostra mente di materializzare.

Le foto erano per i fotografi o per quei pochi che avevano la fortuna di un genitore con la passione della fotografia e che si ritrovavano in casa, dunque, una macchina fotografica, ben custodita in uno dei cassetti più lontani dalle mani dei fratellini più piccoli, of course.

Avvocato gerardo di martino di profilo
L’avvocato Gerardo Di Martino

I giapponesi la facevano già allora da padrone. E la YASHICA era un sogno per chiunque.

Poi c’era chi aveva addirittura una macchina da presa: un cassettone pesante qualche chilo e lungo circa 80 cm., da portare in spalla, con batterie di riserva e cavi per la corrente. Le “esterne” erano un azzardo che poteva durare, senza zoommare parecchio e con il fuoco automatico disattivato, una ventina di minuti a tutto voler concedere.

Eravamo convinti, allora, che ogni evento non ripreso, ogni momento non fotografato, era un attimo della vita che non sarebbe tornato mai più. Beh, non avevamo tutti i torti, visto che così è anche oggi, se vogliamo. Ad ogni secondo non fotografato o ripreso in video, ne corrisponde uno che svanirà per sempre, forse anche dalla nostra mente.

Perchè la vita ha un solo epilogo e va solo avanti, e questa sembra una ovvietà. E perchè il tempo, se ci pensate bene, non esiste, e questa un’ovvietà non è.

Due società differenti

Corrisponde ad una nostra mera convenzione, infatti, la necessità di avere un orologio: stazioni, aeroporti, mercati, termini. Ma la Natura non lo contempla, non è un elemento imprescindibile. La nostra pelle ed i nostri organi si usurano fino ad esaurire le proprie capacità, non certo per il fluire del tempo. Né deve obbligatoriamente esservi una corrispondente esigenza, per tutto ciò che umano non è, di scandire il tempo. E infatti non c’è.

La differenza qual è, allora? Semplice, non esiste. Nel senso che non sono nemmeno commensurabili i modi di vivere e di ragionare delle due società, quella di allora e quella odierna. E tra le due non passa nemmeno un secolo, anzi nemmeno un cinquantennio. Anzi è a tal punto breve il lasso intercorso, che addirittura due generazioni le hanno vissute pienamente, entrambe.

Nell’attuale “era del web”, di internet, dei social e degli smartphone, abbiamo una necessità che definire opposta è veramente poco, che classificare come antitetica è sempre molto lontana dalla realtà, che va confinata in uno dei tanti possibili momenti onirici di allora: solo nei sogni, si diceva, poteva esistere uno strumentino che ci avrebbe messo in contatto con chiunque, in ogni momento, e che avrebbe potuto consentirci, contestualmente, di scattare foto e fare video, con un semplice tocco, eseguito nemmeno sui tasti, ma, udite udite, sullo schermo. Incredibile.

Tuttavia, il versante più interessante ritengo sia un altro. Non ce ne accorgiamo, non ci facciamo neppure caso, non ce ne rendiamo nemmeno conto. Eppure oggi il problema ha un suo peso specifico: come si fa a non essere ripresi in qualunque situazione, sia essa privata, intima, o pubblica? Come si fa a non essere taggati da amici e congiunti mentre si vive qualunque cosa, dalla più amena alla più importante?

La “trappola dei social”

E, d’altro canto, avete mai provato a chiudere il vostro profilo facebook? Impossibile! Facebook vi garantisce la sospensione, l’oscuramento del vostro profilo ma non la cancellazione dei dati immagazzinati durante la vostra esistenza social. Basterà premere un bottone, quello della riattivazione, per ricomparire in chiaro, meglio e più di prima, senza alcuna modifica, nemmeno del vostro ultimo interesse, nell’esatto momento in cui avevate avuto uno momento d’ira o, più semplicemente, di follia, decidendo di lasciare.

E avete mai provato a richiedere, a questo o a quel gestore, di cancellare il vostro nome da una notizia o la notizia stessa che vi riguarda? Impossibile.

Tanto impossibile da parlarsi di diritto all’oblio. Avete compreso bene: diritto all’oblio!

Guardate che quando la società ha bisogno di vedersi riconosciuto il diritto a fare o non fare qualcosa, quello è l’esatto momento per rabbrividire, soprattutto se quel qualcosa riguarda la riservatezza, la sfera personale, quella più intima. In una parola, la vostra vita.

Il diritto all’oblio

E non è un caso. Il diritto all’oblio si è affacciato nell’Ordinamento, prepotentemente, nel momento in cui abbiamo cominciato ad assistere, inermi, alla reiterata, palese, indifferente violazione di una situazione che ci riguarda e che avvertiamo come rilevante: proibire la detenzione di notizie, foto e video che ci riguardano, a dispetto della nostra volontà.

Dunque, nel giro di qualche decennio siamo passati dalla necessità di memorizzare o registrare anche la lunga marcia della lumaca, a quella di distruggere tutto ciò che viene conservato e che, paradossalmente, non riusciamo più ad eliminare.

Ma come? Una notizia riguarda me e non riesco a cancellarla? Esatto. E’ proprio così. E le notizie giudiziarie, in questo campo, la fanno da padrona: persone assolte alla fine del giudizio, ma condannate per sempre nella comunità, dentro e fuori da quella in cui vivono.

Basta fare una ricerca in internet, et voilà! Imputazioni eterne. Onorabilità e reputazioni distrutte per sempre. L’onta sociale capace di spiegare effetti anche nell’oltretomba. E così, per ogni aspetto e settore della attuale società.

Cosa dice la legge?

Non è un caso, dunque, che l’attenzione delle Istituzioni europee si sia rivolta a queste problematiche, con l’adozione di sempre più direttive (l’ultima risale a qualche mese fa) che impongono ai gestori di notizie, ed a determinate condizioni, la cancellazione, la de-indicizzazione dei nominativi e delle chiavi di ricerca.

Non è altrettanto un caso che proprio la nostra Suprema Corte, nel suo massimo Consesso civile, abbia stabilito, con la pronuncia n. 19681 depositata il 22 luglio scorso, che la menzione degli elementi identificativi delle persone che furono protagonisti di fatti e vicende passate deve ritenersi lecita solo nel caso in cui vi sia, all’attualità, ancora interesse da parte della collettività alla conoscenza. In caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva.

Quindi fate attenzione, amici miei: ciascuno di noi gode di un precipua tutela della propria riservatezza, definita come diritto all’oblio. Un diritto che può essere esercitato addirittura anche con riferimento a situazioni ancora in corso, ma che, però, oggi, risulta concretamente poco conosciuto e trattato, ancora un po’ troppo contorto e macchinoso da esercitare. Tuttavia esiste, e questo rileva, perché, di solito, il diavolo è aduso a fare le pentole, ma non i coperchi.

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