Donna con le ossa di cristallo, atleta senza gambe, mamma coraggio: i veri eroi

Marika, Gianni, Rosanna e Teresa: storie di coraggio. Storie di chi ha superato la leucemia, l'amputazione delle gambe e perfino il suicidio di un figlio adolescente.

10' di lettura

Eroi del quotidiano: Marika, Gianni, Rosanna e Teresa. Quattro storie con un filo conduttore. Diverse, ma con un minimo comune denominatore: il coraggio. Il coraggio di combattere con i denti stretti e i pugni ben serrati. Il coraggio di dire si alla vita. E la dimostrazione che nulla è impossibile. Basta crederci. Questo dossier è dedicato a tutte quelle persone che lottano duramente e non perdono mai il sorriso. Buona lettura a tutti.

Marika, battaglia contro la leucemia

La prima storia che vi ripropongo è quella di Marika Polcaro, 21enne di Candida. Marika rilasciò un’intervista nel 2016 per il giornale Ottopagine, raccontandomi della sua battaglia contro la leucemia a soli 17 anni. Ecco alcuni estratti di quell’intervista.

“Più la leucemia la attacca, tanto più lei si difende. Incredibile. La si può definire un esempio di vita. Non solo per chi è ammalato. Per tutti. […]
La leucemia bussa alla sua porta 9 mesi fa, alla fine di agosto. Non si fa notare subito. Anzi, inizia a entrare nella vita di Marika di soppiatto. Senza far rumore. «Inizialmente si pensa a una banale influenza stagionale – comincia a raccontarmi -, però la continua e incontrollabile stanchezza suscitò sospetti», continua. Sospetti che la portano a sottoporsi a svariate analisi. Analisi che la conducono nell’azienda ospedaliera “San Giuseppe Moscati” di Avellino. Un periodo duro. Il distacco dal suo paese, casa: Candida.

Diciassette settembre 2015. Gli infermieri varcano la soglia della stanza dove Marika è ricoverata.
«Mi informarono che da quel preciso istante avrei dovuto portare al collo un catetere venoso per la somministrazione dei farmaci – dice -. Non sapendo bene di cosa si trattasse, decisi di domandare delucidazioni alla mia compagna di stanza» Le spiegazioni della ragazza sono chiare. Quell’aggeggio viene fatto indossare al paziente soltanto in caso di leucemia. Così la terribile scoperta. […]

Leucemia, cadono i cappelli

La cosa sorprendente è che tutto ciò è stato devastante per le persone accanto. Ma non per lei. «E’ stata l’unica a non versare una lacrima. Lei ha dato la forza a noi», afferma Carmen, la sorella. Ed è così.
Il malessere peggiora giorno dopo giorno. I continui cicli di chemio cominciano a fare effetto: cadono i primi capelli. «Ciocca a ciocca, diventavano sempre di meno. Fino a scomparire quasi del tutto – racconta confidenzialmente -. Ho sempre avuto una folta chioma di capelli ricci. Mi piacevano ma non ho dato molto peso alla loro perdita. Il mio unico punto fisso era battermi per la salvezza. La mia salvezza».

Al di fuori della professionalità dell’equipe medica, la diagnosi principale di Marika è la gioia di vivere. Ha fatto sì che la depressione non prendesse posto nella sua quotidianità. Il suo unico obiettivo è vincere la malattia.

«Dentro non mi sentivo malata. La leucemia ha danneggiato il mio corpo. Non me», afferma fiera di sé.
Vincere. Vincere per sé stessa. Vincere per il suo orgoglio. Vincere per mamma e papà. Vincere per chi non ce l’ha fatta.

Marika Polcaro

La rinascita dopo la leucemia

Il tempo scorre. Ore interminabili. L’ultimo controllo al midollo osseo dopo innumerevoli terapie. Esito positivo. Il midollo risulta pulito. Nessuna traccia di cellule tumorali. «Potevo ritornare alla normalità. Finalmente potevo respirare aria di casa mia – riferisce Marika tirando un sospiro di sollievo -. Nonostante io sia guarita, le visite mediche non terminano ancora – continua – devo puntualmente sottopormi a controlli una volta ogni due settimane e assumere una pillola che ha gli stessi effetti della chemioterapia», conclude. […]”.

Sono passati tre anni da quel racconto. Ora Marika sta bene e ci ha dato alcuni aggiornamenti di quanto accaduto dopo. “Da allora ho continuato a prendere la pillola. Tuttavia l’anno dopo, il 14 Febbraio del 2017, ho avuto la recidiva al sistema nervoso ed è stata dura. Molto più della prima volta. Sono stata a letto per ben tre mesi. Mi sono lasciata andare. Quando poi mi sono ripresa – spiega la ragazza-, ho avuto problemi con le gambe. Sono stata quasi un anno sulla sedia a rotelle. Per risolvere il problema ho dovuto fare fisioterapia”. Nonostante tutto, nulla ha potuto fermarla. Oggi Marika si sottopone ogni mese a controlli e ha ripreso in mano la sua vita. Attualmente è impegnata con il servizio civile.

Marika Polcaro

Il campione senza gamba sinistra

Il coraggio di gridare in faccia a una vita apparentemente finita. Riassumerei così l’esperienza di Marika. La stessa tenacia che contraddistingue Gianni Sasso, atleta paralimpico dalla forza di volontà pazzesca. La sua è una storia da leggere tutta di un fiato e senza battere ciglio. Rivediamo cosa Ganni ci ha raccontato su The Wam.

“Erano i tempi di Maradona. Avevo sedici anni e la cosa più importante per me era giocare a calcio. Ma un brutto incidente con la vespa, mi ha portato via tutta la gamba sinistra. Il mio sogno di diventare un calciatore professionista era stato troncato. Tuttavia, c’è stato un episodio decisivo nel mio percorso di guarigione. La molla che mi ha fatto ripartire. Erano passati circa sei giorni dall’amputazione della gambe e, in ospedale, venne il preside della mia ex scuola alberghiera a farmi visita. Mi disse: ”Mi dispiace tanto. Ma potrai sicuramente trovare altri hobby oltre al calcio”. Io gli risposi: “Professore, io ritornerò a giocare a calcio. Lo prometto”, racconta l’atleta. […]

Gianni Sasso

I limiti sono nella testa

“Iniziai ad allenarmi nuovamente sulla spiaggia situata dinanzi casa mia. Facevo colpi di testa e rovesciate. Miglioravo ogni giorno di più. Fino ai miei 18 anni, quando sono ritornato effettivamente a giocare a calcio con i miei amici, nei tornei da cinque – dice Gianni -. Più mi allenavo e più diventavo bravo. Giocavo come un normodotato. Da qui in poi il mio percorso è stato tutto in salita. Sono entrato in nazionale, sono diventato capitano e sono stato anche premiato. E questa è stata una delle mie prime soddisfazioni: giocare contro normodotati. E vincere”.

Gianni è un atleta completo. A 360 gradi. Oltre al calcio, ha raggiunto altri grandi traguardi ed emozioni indimenticabili. “Sicuramente la mia soddisfazione più grande è stata il record mondiale raggiunto alla maratona di Amsterdam nel 2012, dove ho corso con le stampelle raggiungendo il traguardo in 4 ore e 28 minuti. E tanti altri raggiungimenti importanti, come le paraolimpiadi, il paratriathlon a Rio 2016, il campionato italiano di triathlon e il campionato italiano di bicicletta. […]”.

La guerriera dalle ossa di cristallo

È proprio vero. La diversità risiede soltanto negli occhi di chi guarda. Lo testimonia la caparbietà di Gianni. Ma anche lo spirito combattivo di Rosanna Gambone, affetta da osteogenesi imperfetta sin dalla nascita. Su The Wam l’abbiamo definita come “la guerriera dalle ossa di cristallo”. La sua sua storia ha scaturito grande sensibilità nei lettori. Rileggiamone alcuni passi:

“I primi segnali arrivarono quando ero soltanto in fasce. Poi, man mano che crescevo, i miei genitori si accorsero che non riuscivo a reggermi dritta e in piedi. Dopo vari accertamenti e visite da specialisti, si scoprì la mia diagnosi. Le mie ossa non si sarebbero sviluppate e io non sarei cresciuta. Sono destinata a stare per il resto della mia vita in carrozzella e se urto violentemente qualcosa o qualcuno rischio di rompermi qualche osso. Ancora oggi, però, non si sa a cosa sia dovuta l’osteogenesi imperfetta. E per questo è considerata una malattia rara”, dice Rosanna. […]

Rosanna Gambone

“Non mi ferma nessuno”

“Ironizzo sempre su di me, in particolare quando devo spiegare le mie condizioni a bambini che mi osservano attentamente con occhi sgranati e increduli. Ora vi racconto un simpatico aneddoto. Tempo fa mio nipote, notando il busto che porto costantemente per tenermi dritta e proteggermi da qualche movimento che potrebbe risultare fatale, mi chiese a cosa servisse questo strano aggeggio. Io gli risposi che senza il busto, mi sarei accartocciata come un sacco di patate. Scoppiammo entrambi a ridere”, dichiara divertita. […]

Inutile prendersi in giro, inutile incolpare il fato o chissà quale entità sovrannaturale. Se vuoi, puoi. Il resto è una scusante. Lo testimoniano lo spirito frizzante e brioso di Rosanna, che si dichiara soddisfatta della sua quotidianità. “Sono invalida ma non per questo resto ferma e inchiodata a un posto. Ho tanti impegni e interessi. Sono impegnata nelle conferenze sul mio libro e ogni settimana ho lezioni di canto, ballo e bricolage. Amo tanto viaggiare e quando sono a casa mi diletto a creare pupazzetti con l’uncinetto. Non mi ferma nessuno”.

“Così ho perso mio figlio”

Ora dal grande sorriso di Rosanna alla vita passiamo alla forza che solo una madre può possedere. Allo spendere la propria vita per far sì che non ricapiti più ciò che è accaduto a se stessi. Concludiamo con la storia di una mamma e della sua battaglia che ha emozionato tutti. Stiamo parlando di lei, la mamma di Andrea Spezzacatena. Ripercorriamo insieme alcune tappe della sua intervista.

“Mi chiamo Teresa Manes, ho 50 anni e sono la mamma di Andrea e di Daniele -inizia-. Forse dovrei precisare. Sono solo la mamma di Daniele. Il mio primogenito si è suicidato a 15 anni, nel 2012. Può sembrare un tempo lontano per gli altri. Eppure, sembra ieri.

Il ragazzo dai pantaloni rosa

Dopo l’accaduto, scoprii giornali che esisteva una pagina Facebook dove veniva etichettato come “il ragazzo dai pantaloni rosa”. Lo prendevano in giro per un presunto diverso orientamento sessuale.
Che poi, mi chiedo, anche se fosse stato omosessuale, perché doveva essere vessato? […]

Da quel 20 Novembre 2012, nulla è stato più come prima. La morte di Andrea ha lasciato un vuoto incolmabile, ma anche nuove consapevolezze. “Dire che la mia vita è cambiata – dice Teresa -, è dire niente. La Teresa di quel tempo è morta. Insieme al mio adorato Andrea. […]

Andrea Spezzacatena

Dalla morte di suo figlio, Teresa Manes è impegnata nel sociale. Da anni porta avanti una battaglia contro il bullismo. Ha scritto anche un libro dal titolo “Andrea, oltre il pantalone rosa”, inerente alla storia in questione.
“Quando conosci cos’è davvero la sofferenza -atroce e dilaniante- non la auguri a nessuno.
Per questo ho votato la mia vita a un impegno profuso a sensibilizzare e scuotere le coscienze.

Voglio che sia davvero garantito il rispetto dell’altro, evidenziando anche le criticità di un sistema che richiede uno sforzo congiunto delle varie forze – sociali, istituzionali e politiche – perché possano essere prevenute e contrastate efficacemente.

Il mio impegno nelle scuole e il mio rapporto con le istituzioni mira sostanzialmente a questo. Ad abbattere il muro dell’indifferenza. Anche, in particolar modo, attraverso i social. Perché il web non va demonizzato. Usato al meglio, è una risorsa”, conclude.

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