Dossier Dia. La nuova camorra irpina: silenziosa e infiltrata nelle amministrazioni

Per gli esperti dell'antimafia la camorra irpina ha cambiato pelle. E lo dimostra l'inchiesta sul Nuovo Clan Partenio.



3' di lettura

Una camorra moderna, mimetizzata, silenziosa e con rapporti stretti con amministrazioni locali. E’ la fotografia della criminalità organizzata in Irpinia e viene fuori dalla relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia.

L’ascesa dei giovani boss

Ad Avellino – per gli esperti della Dia – agiscono gruppi criminali molto radicati e strutturati. Anche per questo gli arresti dei vertici dei clan storici non causano grossi problemi. Anzi, c’è un paradosso: la cattura dei vecchi boss ha semplificato l’ascesa di esponenti giovani che sembrano prediligere un basso profilo, più orientati – si legge nella relazione – “alle attività imprenditoriali e finanziarie, alle infiltrazioni negli enti locali e degli appalti pubblici”.

L’estensione del nuovo clan Partenio

La conferma viene proprio dall’operazione che ha sgominato il nuovo Clan Partenio, organizzazione criminale che rappresenta l’evoluzione del clan Genovese (con i capi di quel gruppo, i cugini Amedeo e Modestino Genovese reclusi dal 2001).

Al vertice del nuovo clan due fratelli, già elementi importanti della famiglia Genovese, ai quali si sono poi aggregati pregiudicati della zona di Mercogliano ed alcuni ex affiliati del clan Cava di Quindici.

L’affare delle aste giudiziarie

“Il neo sodalizio – si legge nel dossier – controlla un’ampia parte del territorio avellinese, grazie a fedeli capizona, con una intensa attività estorsiva e usuraia”. Nell’inchiesta, ha ricordato la Dia, sono state indagate anche altre persone, ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, finalizzata al condizionamento di aste immobiliari e allo scambio elettorale politico-mafioso.

Per quanto riguarda le aste immobiliari, continua il rapporto, “gli indagati si sarebbero infiltrati in alcune aste immobiliari, tramite prestanome e società di comodo, con sede in Campania e nel Lazio avvalendosi della complicità di professionisti, avvocati e broker, ma anche impiegati di banca e consulenti finanziari, il cui contributo si è rivelato essenziale per la riuscita delle operazioni illecite”.

Lo scambio elettorale

Sullo scambio elettorale il dossier contesta “l’elezione di un amministratore locale, appartenente alla famiglia dell’ex boss del clan Genovese”. Anche se il procedimento penale è in corso e l’imputato ha sostenuto come non ci sia nessun legame tra le sue aspirazioni politiche e le attività criminali del gruppo

I Cava e il collegamento con i Sangermano

La Dia conferma la radicata esistenza in Irpinia dei contrapposti gruppi di Cava e Graziano di Quindici e dei Pagnozzi, in Valle Caudina.

I Cava e i Graziano hanno proiezioni anche in altre zone. I primi hanno interessi nel confinante agro-nolano e vesuviano, attraverso organizzazioni collegate (quali il gruppo Sangermano che fa capo a due nipoti del defunto boss Biagio Cava), che gestiscono le attività illecite a San Vitaliano, Scisciano, Cicciano, Roccarainola, Cimitile, Carbonara di Nola e Saviano.

L’erede di Biagio Cava e i timori per la ripresa della faida

Il clan Graziano estende i suoi interessi nell’alta Valle dell’Irno, al confine tra le province di Salerno ed Avellino e nel Vallo di Lauro.

Nei due gruppi diversi esponenti di spicco sono tornati di libertà. La loro presenza nel territorio rende concreto il pericolo di una ripresa della faida tra le due famiglie, come indicherebbero alcuni episodi riportati nella misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza al reggente dei Cava, Salvatore Cava, figlio di Biagino, e il contenuto di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di esponenti di spicco del gruppo Graziano, entrambe del luglio 2019.

I gruppi federati con il clan Pagnozzi

Il clan Pagnozzi è inevece – sostengono gli inquirenti – una struttura criminale articolata in gruppi federati, che estende l’influenza su parte del territorio delle province di Benevento e Caserta, con rilevanti interessi anche a Roma. E’ legato al cartello dei Casalesi e ai gruppi dell’area marcianisana. Attualmente le sue potenzialità criminali sembrerebbero indebolite per la detenzione del boss Domenico Pagnozzi (suo padre Gennaro è morto qualche anno fa). Uno degli storici elementi del clan avrebbe costituito un gruppo autonomo che gestirebbe le estorsioni, lo spaccio di stupefacenti e l’usura nei comuni di Cervinara, Rotondi e Paolisi.

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