Il dramma di un padre: ho scelto quale figlio salvare. Voi che avreste fatto?

Storie drammatiche. Genitori costretti a scegliere quali dei figli salvare. Voi cosa avreste fatto?

Padre quale bambino salvare


5' di lettura

di Gerardo Di Martino – Le notizie non sono proprio di qualche giorno fa. Ma appartengono al gruppo di quelle che attraversano la quotidianità perlopiù inosservate, su binari secondari, ma che, nondimeno, pongono questioni sempre, ed alquanto, ingarbugliate. Da governare, prima, e da risolvere, poi. Si trastullano sul versante etico e razzolano nella parte più intima di noi, quella che solitamente tendiamo a mantenere lontana da occhi altrui, indiscreti o meno: sentimenti ed emozioni, ragione, coscienza e morale.

Ma la scelta di far vivere o morire un figlio a discapito ovvero a beneficio dell’altro, si eleva a diritto o a dovere per un genitore posto dinanzi all’inevitabile alternativa?

Quale figlio faresti vivere?

Vedete, ci affanniamo tanto, corriamo di più, attraversiamo il nostro quotidiano in maniera vorticosa. La sensazione è che la mattina si saldi con la sera, e questa con la prima, senza soluzione, con la velocità di un battito d’ali. Mentre un vortice di ansie, tensioni, nervosismi e, per carità, qualche risata, ci accompagna in questa che comunemente definiamo giornata ma che, in fondo in fondo, non è altro che un tassello di un mosaico chiamato a mettere fieno in cascina, ad infagottare energie ed espedienti per reperire le risorse necessarie a coprire le tante, tantissime spese che alimentiamo mensilmente, i costi di una vita che, un tempo, era definita “consumistica” ma che oggi, assunto come meno costoso il ricambio rispetto al rappezzo, scorre via producendo lo stesso rumore dell’acqua sul marmo.

E’ in questo frastuono, in questa confusione che ci si può imbattere, quando meno ce lo si aspetti, nella incredibile condizione in cui si è trovata una coppia, padre e madre di due gemelline destinate a morire, o meglio, destinate a morire per la “non scelta” dei genitori, i quali hanno deciso, infatti, di non decidere.

L’avvocato Gerardo Di Martino

La storia di Ibrahima

Ndeye ha il cuore troppo debole, ma Marieme, la gemellina, si potrebbe salvare. Il padre Ibrahima, ex manager senegalese, è volato con tutta la famiglia a Londra per dare una speranza alla due bambine.

La diagnosi dei medici del Great Ormond Street Hospital ha immediatamente spento i pochi fuochi che, per quanto fatui, avevano la capacità di alimentare fugacemente la speranza, rischiarando per qualche attimo, ma comunque rischiarando, il buio della disperazione.

Hanno tre anni, due cuori e due cervelli. Condividono, però, l’apparato digerente ed il fegato. I reni sono solo tre. E’ possibile sottoporle ad operazione per separarle. Le probabilità di sopravvivenza sono alte, ma solo per una delle due. L’altra è destinata a morire.

Stessa sorte spetterà ad entrambe, nel caso in cui si decidesse di tenerle unite, per l’eternità.

Il padre e la madre le guarderanno morire, non salveranno nessuna delle due. Le amiamo entrambe e non possiamo decidere di uccidere una delle due, sarebbero state le parole che hanno accompagnato la scelta.

Vita per una o morte per entrambe? Che incredibile dilemma. Il comitato bioetico dell’ospedale ha condiviso la scelta dei genitori.

Cosa avreste scelto?

Gli interrogativi rimangono tanti: in Italia un padre ed una madre nelle medesime condizioni avrebbero avuto la stessa libertà di scelta? E’ materia che può essere lasciata nella disponibilità dei genitori o ha diverso rilievo e, dunque, va avocata?

Non credo che ci possa mai essere qualcuno che più e meglio dei genitori abbia la legittimazione a decidere per la vita di uno o la morte di entrambi i figli.

Tuttavia la questione più imponente è altra: voi quale scelta avreste fatto al loro posto?

E però fermatevi un attimo. Prendete posizione, certo. Ma non prima di aver considerato un altro aspetto, ugualmente rilevante, analogamente dirimente.

Chi può ignorare che la loro decisione, come in ipotesi la nostra, non possa riverberarsi sull’animo della bimba che sopravviverebbe?

Il sacrificio dell’altra, allora, si porrebbe, per lei, quale peso insopportabile per l’eterno o come pensiero di infinita gratitudine verso la sorellina?

Edward salvato dal padre

Sono gli stessi interrogativi che saranno rimbombati nella testa di Edward, un bambino di nove anni salvato dal padre che, in conseguenza del rovesciamento della canoa sulla quale stavano guadando il fiume Wye in Galles, ha dovuto decidere se afferrare lui o inseguire la sorellina Billie che scivolava via, assecondando la corrente, lungo le anse del fiume, in una incommensurabile distanza dal dito più lungo della mano paterna.

Una frazione di secondo in cui il tempo si sarà fermato per sempre, imbottigliato nella stessa scelta da effettuare. Una frazione di secondo che sarà sembrata un’eternità. Una frazione di secondo equivalente ad una vita, la stessa che quell’uomo, nel medesimo istante, ha compreso di dover sacrificare necessariamente.

Eppure Edward gridava al padre di salvare la sorella, dal momento che lui era aggrappato ad un tronco. Ma il maschietto era quello più vicino al genitore, quello tra i due ad essere sicuramente afferrabile ed a poter essere messo, altrettanto certamente, in sicurezza.

Dunque, anche qui: scegliamo di acciuffare quello più vicino, comunque meno in pericolo, o lasciamo lui per provare a riprendere l’altro, più lontano e in una situazione più complicata? Oppure proviamo a salvarli entrambi, buttando il cuore oltre l’ostacolo, con il rischio, però, di non riuscire a tirare fuori dall’acqua alcuno dei due?

Dilemma in dilemmi.

Perché lei e non io?

Una certezza c’è: il processo si è chiuso con un proscioglimento per il padre. Mero incidente, forza maggiore, impossibilità di salvare la bambina, ha sentenziato il giudice inglese.

In Italia, a fronte dell’appello dell’Accusa, il reato, come una pena eterna, non si sarebbe più prescritto (dopo la riforma Bonafede), lasciandolo assolto di fatto, ma condannato per sempre. Ebbè!

Il processo, in ogni caso, non aveva come ragione la ricerca della risposta alla domanda che perseguiterà il padre, e forse anche il figlio: è stata fatta la cosa giusta? Presa la decisione migliore? Perché lei e non io?

Diritto di scelta o dovere di salvarli entrambi, tentando?

Di sicuro il primo padre e la prima madre, come il secondo, avevano sempre pensato che la vita per loro, a differenza che per gli altri, avesse come scopo primario sbarcare il lunario, non immaginando, nemmeno lontanamente, di ritrovarsi, un giorno, a dover decidere della vita e della morte…

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