La droga ad Avellino e il silenzio totale dei candidati

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Gli arresti di ieri per droga ad Avellino, al di là delle ricadute politiche (il coinvolgimento di una candidata al consiglio comunale che oggi, 9 maggio, ha annunciato il ritiro della candidatura), riaprono il dibattito su una questione trascurata in città, anche in questa campagna elettorale: la diffusione, a livelli da vero allarme, del consumo di droga ad Avellino, e in particolare di cocaina.

Una questione ignorata anche da tutti i candidati alla carica di sindaco. Certo, non è un problema che un primo cittadino possa anche solo immaginare di risolvere. Non ha né i mezzi, né le competenze. Ma quel fiume di polvere che si sniffa in salotti buoni e meno buoni, in locali accorsati e in bettole di periferia, in circoli privati o dentro abitazioni, non può lasciare indifferenti. E neppure essere bellamente ignorato, affidando sempre e comunque l’obbligo di intervenire alle forze dell’ordine. Quella è una soluzione, non la soluzione.

Il caso Gimmelli, già dimenticato

L’abnorme consumo di alcol e stupefacenti è un termometro affidabile per misurare lo stato di salute di una comunità. Ignorare la malattia non serve a curarla. La nasconde sotto un tappeto.

Nei programmi dei candidati non c’è un accenno, una parola. Si parla di smart city, periferie colorate, architetti di quartiere, piste ciclabili e bus gratis, parchi e parcheggi in ogni dove (per carità, vanno anche bene), ma non si spende una frase, un rigo appena (tanto per citare Manuel Puig), sul tema droga. Eppure sono passati pochi mesi dalla tragedia di via Fosso Santa Lucia, quando Gianmarco Gimmelli (poi morto in ospedale), massacrò l’amico, Claudio Zaccaria, al termine di una notte di eccessi a base di droga, come dissero gli investigatori. Quel caso suscitò impressione in città. Accese per un momento i riflettori su quella linea grigia che attraversa Avellino dalla periferia al centro, dal mondo delle professioni ai ragazzi costretti ai margini. Poi, passato il clamore, tutto come prima. Come se nulla fosse accaduto: tutto rimosso e relegato nel limbo del “fatto di cronaca”. Che non ci riguarda, perché non è accaduto a noi, non potrà mai accadere a noi.

Gli agenti della squadra mobile di Avellino – gli stessi che hanno condotto l’indagine che ha portato agli arresti ieri – sollevarono un velo inquietante indagando su quel delitto. Un universo parallelo, quello dello sballo feroce che coinvolge tanti, troppi, in questa città Giovani, ma non solo. Uno spaccato – solo accennato – che impressionò chi non vuol vedere l’ovvio. E che si preferì dimenticare in fretta.

Dopo Strade Pulite 25 anni di silenzio

Molti anni fa – negli anni ’90 – una operazione della polizia stradale di Avellino (all’epoca diretta da Vincenzo Diaferia e dal vice Salvio Calabrese), fece conoscere alla città l’estensione del consumo e dello spaccio di coca ed extasy. Venne definita dagli investigatori e dalla procura (a condurre l’inchiesta l’allora sostituto Antonio Guerriero), “Strade pulite”: decine di arresti, un centinaio di indagati. Tra loro anche tanti – come si diceva all’epoca – rampolli dell’Avellino bene.

Sono passati più di 25 anni, la situazione è peggiorata. Le dosi di cocaina ed eroina costano poco più di un pacchetto di sigarette. Lo spaccio avviene tra cerchie ristrette, e proprio per questo difficile da arginare. Senza contare il consumo massiccio di hashish e marijuana.

Sia chiaro. Sappiamo bene che le droghe leggere non provocano gli stessi danni sociali di coca ed ero. Sappiamo anche che non sono un necessario viatico a sostanze più pericolose. Ma se un ragazzo inizia a rollare spinelli prima di fare colazione e continua così per tutta la giornata, ebbene sì, anche quello è un problema.

Cosa potrebbe fare un sindaco?

Ma cosa potrebbe fare il sindaco di una città come Avellino su un fronte così complesso e delicato? Come minimo parlarne, inserire la questione tra i punti della sua azione amministrativa, porre le basi per una discussione seria e interistituzionale, che possa almeno definire in maniera chiara il quadro e valutare i possibili interventi.

I Sert servono soprattutto i tossicodipendenti che hanno necessità del metadone. Gli altri consumatori si tengono alla larga, anche per evitare il marchio pubblico del “dipendente da droghe”. Servirebbero in questi casi i piani di zona, le intese tra comuni, un osservatorio permanente, che integri l’attività repressiva delle forze dell’ordine. Centri di ascolto, di informazione. Tutte quelle attività che portano a galla la questione, piuttosto che nasconderla. Non è semplice e forse non basterà. Ma una comunità che vuole esser vera, e non la somma di solitudini individuali, ha la necessità di provarci.

Ma forse, è una ipotesi, parlare di droga non porta voti. E in fondo, fa molto più figo promettere piste ciclabili e parchi. Sicuramente è più facile.

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