Ecco perché non sono emigrata, i frutti faticosi della provincia

Foto di Eliana Petrizzi
6' di lettura

La campagna oltre il muro è rimasta come quando ero bambina, solo più piccola e più spenta. È morto il contadino che ogni giorno portava al pascolo le sue tre capre nell’unico campo sopravvissuto ad un cantiere. Quando mi fermavo a parlare con lui, mi raccontava sempre della guerra, di come si faceva il vino e di come era difficile venderlo, perché la gente di oggi se lo va a comprare per pochi soldi al “supermercato straniero”, come lo chiamava lui. Poi mi diceva della stagione cambiata, dei suoi morti e dei figli lontani.

Vi spiego perché non sono emigrata, i frutti faticosi della provincia
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I migranti che spendono le ore

Ora che Michele non c’è più, da qualche giorno passa avanti e indietro un tunisino che trascina coperte sopra un vecchio passeggino. Urla qualcosa nel nostro dialetto, però storpiato, così nessuno lo capisce lo stesso. Nel mio paese, i migranti migrano dalle panchine al bar, o dall’ingresso dei centri commerciali alla sala giochi. Vanno a piedi o su biciclette di fortuna, spesso in gare scherzose, come bambini. Se stanno seduti, li vedi persi nei loro cellulari; se camminano, hanno il passo svagato dei perdigiorno. Senza la dignità di un lavoro, la loro unica occupazione è spendere le ore. Alcuni portano una rabbia antica contro l’invasore occidentale, che ha ridotto le loro terre – tra le più ricche di risorse del pianeta – a campi di conquista e di battaglia, e i loro popoli a ghetti di una miseria che ha impedito la possibilità di una crescita ad ogni livello.

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Lontani da radici e famiglia – in un Paese troppo diverso persino da quello che speravano, privati di ogni progettualità, scettici di proprio e poco incoraggiati dagli autoctoni ad un’integrazione reale – sono il risultato del fallimento globale; di politiche cieche che hanno saputo creare solo sperequazioni e orrori di varia natura.

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La catastrofica globalizzazione

La globalizzazione è stata un catastrofico vorrei ma non posso, che porta ogni giorno il mondo a nuovi punti di implosione. Biasimare e separare non basta e non serve: la Storia insegna. Ripenso agli ultimi dieci anni della mia vita. I miei amici dicono che me ne devo andare, che pure io è meglio se faccio la migrante da qualche altra parte, che sono ancora in tempo, che qui al massimo possiamo scavare tutti insieme una grande fossa comune. Ma io proprio non ce la faccio a trasferirmi, a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar la sera per mantenere una camera in città. Così, per amore e per pigrizia ho deciso di restare, vivendo dell’indispensabile e di poche soddisfazioni, che quando arrivano sembrano sempre più grandi di quello che sono.

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Foto di Eliana Petrizzi

Una vita da eterni precari

Fino a qualche anno fa andavano bene i lavori saltuari, i contratti a termine, i compensi ridicoli. Vivevamo a casa coi genitori, ultima generazione in grado di aiutare i figli a tempo indeterminato. Poi gli anni sono passati e la discesa si è fatta più ripida. Alla nostra età, i nostri genitori avevano già due o tre figli, un lavoro, una casa, e il grosso era fatto. Oggi, superati ampiamente i trenta, i figli a stento possono iniziare a pensare di andarsene. Che poi, se coi soldi che guadagni riesci sì e no a pagarti l’affitto di una stanza, che ci sei andato a fare a vivere da solo?

Essere figli per sempre

Così, tra i due mali scegli il minore e torni a vivere coi tuoi, con l’amarezza e la fatica di dover accettare compromessi e incomprensioni che erano normali a diciotto anni, ma che a quaranta sono persino crudeli. Il futuro si ammala ogni giorno nel massacro dei rinvii. Ti accorgi che in ogni frase l’avverbio più usato è ‘ormai’. Ti sono cresciuti capelli bianchi che non avevi l’anno scorso. Ad Antonietta è venuta la psoriasi, a Luca è iniziata l’alopecia. Non è l’età; è questo vivere gli anni migliori come onde abbattute dal disincanto e dell’apatia. Ma la vita, nei voli a bassa quota di ogni giorno, proprio non ce la fa a decollare. Chi ha avuto il coraggio di lasciare l’Italia rimpiange solo di non averlo fatto prima, e qui non tornerà. Io invece, come molti, sono rimasta. È difficile spiegare cos’è la provincia e che significa viverci, perché ogni provincia è diversa dall’altra, e perché un conto è se ci sei nato, un altro è se ti ci sei dovuto trasferire, o peggio ancora se ci sei dovuto tornare dopo aver vissuto altrove.

Vi spiego perché non sono emigrata, i frutti faticosi della provincia
Foto di Eliana Petrizzi

La provincia è un luogo dell’anima

Io della mia provincia ho un’idea molto chiara a cui un poco mi sono arresa, perché ho capito che in fondo la provincia – più che un posto periferico specifico – è innanzitutto una categoria dello spirito, i cui abitanti restano imbrigliati in una rete di solitudini e di relazioni mancate. Incapaci e non desiderosi di incontrarsi veramente, otto volte su dieci sono ignavi e disfattisti, per vocazione personale prima e sociale poi. Il mestiere che gli viene meglio è quello di stare a guardare ciò che gli altri fanno, ma soprattutto quello che gli altri sbagliano, per trovare nei fallimenti altrui il conforto alla propria pochezza. Se poi gli altri riescono, se ce la fanno, è guerra aperta. Curiosi soprattutto del futile e dell’indiscreto, possono parlare per giorni degli eventi più infimi, spesso inventati di sana pianta o esagerati dalla maldicenza, riciclando la notizia in mille salse, come si faceva in guerra con le bucce delle patate.

La provincia è un universo sfocato

Gli abitanti affetti da questa pericolosa malattia dell’anima non gioiscono dei successi di chi gli è amico o concittadino, ma ne traggono lo spunto per meschine distanze. La provincia è un universo sfocato privo di un centro, che non ha più un’identità né paesaggistica né urbana; che ha scarsi entusiasmi e poca memoria. E a nulla serve correre nelle città vicine che, rammollite da una fama sbiadita, sono diventate se possibile ancora più provinciali della loro provincia.

La bellezza dei paesaggi e i frutti faticosi

Ma esiste anche tanta bellezza. Ci sono dalle mie parti paesaggi solenni e paesi remoti, che curano coi loro alfabeti elementari. Ci sono abitanti che riescono con fiducia e sacrificio a coltivare frutti faticosi, ma più saporiti di quelli cresciuti al sole scemo di una serra. Ci sono poeti, scrittori e artisti, e poi imprenditori e giovani talenti in ogni campo, che la loro terra la raccontano con grazia, fervore e luce. La conoscono bene; ne disperano a volte, ma le augurano ogni bene, e la aiutano militando sul posto. Non se ne sono andati: se vanno, è per condividere la loro visione di questi luoghi nel mondo, ma poi tornano per fare una comunità che, se non può smuovere le calcolate impotenze dell’economia e della politica, sa almeno concepire e realizzare progetti. La poiesis diventa in questo modo polis: un modo più gaio, e soprattutto più utile di vivere insieme la fatica di restare. A loro va tutta la mia stima, e la mia speranza.

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