L'Elite irpina, ecco 150 personaggi che hanno fatto la storia

Biografia di irpini eccellenti. 150 storie straordinarie in un libro di Guido Melis e Antonella Mericoni. Ne abbiamo scelte dieci per voi...

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Raccontare l’Irpinia e l’Italia attraverso le biografie di centocinquanta personaggi nati in provincia di Avellino. Un viaggio affascinante, spesso appassionante, che è stato intrapreso da Guido Melis e Antonella Meniconi, autori di L’Elite Irpina – Centocinquanta biografie dal 1861 al 2016, (edito per i tipi dell’Editoriale Scientifica – 543 pagine). Biografie dettagliate, ricche di riferimenti, nomi, intrecci, che consegnano la geografia di un luogo, l’Irpinia, e la inseriscono nelle vicende che hanno segnato centocinquanta anni di storia italiana, e non solo.

Un lavoro importante, che conferma un dato: questa provincia – piccola, marginale – ha regalato alla nazione una classe dirigente di primissimo livello. Ma anche personaggi particolari, a loro modo eccezionali (provate a leggere la storia di Sabato Simon Rodia), eroi (veri), giuristi, grandi giornalisti, personalità che hanno inciso profondamente nella politica e nella cultura italiana.

Leggendo le 150 biografie – che consentono di conoscere davvero questa terra – è inevitabile non porsi una domanda: l’attuale classe dirigente è anche solo minimamente all’altezza di quelle che l’hanno preceduta? Immaginiamo la vostra risposta…

Nel volume compaiono nomi che ci aspettiamo (da Guido Dorso a Pasquale Stanislao Mancini, da Fiorentino Sullo a Oscar D’Agostino, da Francesco De Sanctis a Carlo Del Balzo, da Umberto Nobile a Giovanni Palatucci), ma anche personaggi più recenti, come Antonio Aurigemma, Antonio Di Nunno, Giovanni Grasso, Camillo Marino, Gaetano Vardaro. E tanti, tanti altri, che magari conoscete. O dei quali ripetete spesso il nome solo perché è lo stesso della strada dove abitate o della scuola che avete frequentato. O non li avete mai sentiti, e – siamo certi – vi sorprenderà leggerne le storie.

Nelle biografie sono evidenziati anche i legami di parentela (genitori, mogli o mariti, figli, fratelli), il che consente di ricostruire una rete fitta, spesso interconnessa. Che è una storia nella storia. E che rende – lo abbiamo detto – la lettura di quest’opera ancora più interessante. Potreste anche scoprire dirette discendenze…

Abbiamo scelto dieci biografie. Non sono necessariamente riferite ai personaggi più noti (alcuni lo sono), ma hanno tutti attraversato la vita lasciando un segno forte, spesso eroico (in modi diversi) Esistenze a volte caratterizzate da tragedie, ma in quelle tragedie si è poi accesa la fiamma bruciante della loro grandezza. E che ci fa sentire il bisogno, decenni dopo, di conoscere i contorni della loro straordinaria vita. Le abbiamo riassunte dal testo di Melis e Meniconi.

Raffaele Aversa, il martire delle Fosse Ardeatine che arrestò Mussolini

Raffaele Aversa (1906 – 1944), ha attraversato da protagonista gli anni drammatici della seconda guerra mondiale. Carabiniere, medaglia d’oro al valore militare, è stato scelto il 25 luglio del 1943, con il capitano Paolo Vigneri, per arrestare Benito Mussolini. Ha contribuito a organizzare con altri militari dell’Arma le forze clandestine che hanno lottato contro nazisti e fascisti all’indomani dell’Armistizio, e dopo due mesi di terribili torture nella caserma di via Tasso, è stato fucilato alle Fosse Ardeatine.

Raffaele Aversa è nato a Labico (Roma), il due settembre del 1906. Suo padre, Alfonso, atripaldese, era il comandante della stazione dei carabinieri. Ha frequentato il liceo Colletta. A diciotto anni si è iscritto nell’Arma dei carabinieri: volontario della Legione Roma. Dopo qualche anno ha frequentato l’Accademia di Modena ed è diventato ufficiale nel 1930. Quattro anni dopo è partito per l’Eritrea con la 390esima sezione mobilitata. Nel 1937 rientra in Italia e si laurea in giurisprudenza nell’università di Bologna. L’anno dopo riceve la medaglia al merito di guerra e incontra e sposa la donna della sua vita, Liana Melley. Dalla loro unione, due anni dopo, nasce la figlia, Mirella.

Il 20 marzo del ’43 partì per la campagna di Russia. Tornò dopo un anno.

Ma la vita di Raffaele Aversa cambierà quel giorno, il 25 luglio del 1943. Quando riceve l’ordine di arrestare il Duce. Dopo l’Armistizio altri carabinieri che avevano collaborato alla cattura di Mussolini, si fanno da parte. Lasciano il servizio. Aversa no. Ritiene necessario andare avanti, anche per protegger l’inerme popolazione dalla violenza dei tedeschi.

Il suo ruolo è stato fondamentale. A Roma riunì tutti i carabinieri che non si erano dispersi tra le città in macerie del Paese. Collaborò a costituire nuclei di opposizione e ridisegnare la rete dei reparti. Evitò la retata che portò all’arresto di decine di carabinieri il 7 ottobre del 1943.

Proprio i carabinieri, in quei giorni drammatici, sono nel mirino. Dei tedeschi, che non hanno dimenticato la feroce resistenza che l’Arma ha opposto alla Magliana, a Monterotondo, a Roma e a Napoli. E dei fascisti, per aver concorso alla destituzione di Mussolini, nell’uccisione di Ettore Muti e di altri gerarchi. Ma anche per la lealtà dimostrata al sovrano.

Nel novembre del ’43, Raffaele Aversa incontrerà un personaggio chiave di quegli anni, il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Inizia una strettissima collaborazione con la resistenza romana. Fu chiamato a organizzare il Fronte clandestino dei carabinieri, guidato dal generale Filippo Caruso. Inquadrarono altri carabinieri, raccolsero informazioni, sempre pronti a entrare in azione e protagonisti di svariati atti di sabotaggio. Raffaele Aversa aveva il compito di procurare armi e segnalare i carabinieri che collaboravano con i nazisti. Ne stilò anche una lista.

Raffaele Aversa venne arrestato il 23 gennaio del 1944, il giorno dopo lo sbarco ad Anzio degli alleati. Venne rinchiuso nella famigerata caserma di via Tasso. Seviziato e torturato per mesi. I nazisti pretendevano da lui informazioni necessarie per sgominare la resistenza. Ma non ha mai ceduto. Non si è arreso. Fino alla fine. Il 24 marzo, insieme ad altri undici carabinieri, è stato ucciso alle Fosse Ardeatine.

Sabato Rodia, il genio analfabeta tra le Watts Towers e i Beatles

Sabato Simon Rodia (1897 – 1963), è uno dei personaggi più eccentrici e in qualche modo geniali tra i 150 raccontati da Guido Melis e Antonella Meliconi ne L’èlite irpina.

Analfabeta, per molti anni alcolizzato, marito violento e padre assente. Si è conquistato un posto nella storia americana per aver costruito con le sue mani le Watts Towers, uno dei monumenti più conosciuti di Los Angeles. Senza impalcature e con bottiglie, terracotta, conchiglie, pezzi di piastrelle, cemento e cavi d’acciaio ha tirato su torri alte trenta metri. Iniziò a costruire il “monumento” per tenersi lontano dall’alcol e realizzare qualcosa di grande, che piacesse alla gente. Rodìa ha vissuto per trent’anni da solo in un monolocale. Lui, un letto, un piccolo armadio e un grammofono, dove faceva girare i dischi del suo amatissimo Enrico Caruso.

La sua fama è stata consacrata anche da altro. Il volto di Rodia è inserito nella copertina dell’album Sgt. Pepper’s dei Beatles (accanto a quello di Bob Dylan). Non un disco qualunque: ma l’opera più importante della storia del rock e la copertina più iconica di sempre (insieme a quella di Dark side of the moon). Se non bastasse il nostro Rodia è citato anche dallo scrittore Don DeLillo in Underword, uno dei suoi libri più importanti.

Ma chi era Sabato Simon Rodia? E’ nato il due febbraio del 1879 a Ribottoli di Serino, da Francesco e Nicoletta Cirino. Sua padre era un piccolo proprietario terreno, alcolizzato e anticlericale (due caratteristiche che verranno ereditate dal figlio), lasciò ben presto la famiglia in miseria. La madre era di tutt’altra pasta: lavorava sodo e aveva una profonda fede religiosa. Sabato era il figlio ribelle. Allergico alla scuola, che lasciò molto presto. Anche per questo è rimasto analfabeta: in futuro dirà di aver letto tutta l’Enciclopedia Britannica. Cosa molto dubbia, vista la notevole ignoranza. Raccontò che per la sua opera si era ispirato alla torre di Pisa, “costruita da Galileo Galilei”…

La miseria era totale. Insieme a tanti altri serinesi, partì per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. Aveva tredici anni. Avrebbe dovuto raggiungere suo fratello, che lavorava nelle miniere di carbone in Pennsylvania. Ma il fratello morì in una esplosione. Nel 1902 sposò Lucia Uzzi, ebbe tre figli, due ragazzi e una bambina, che morì precocemente. Nel 1910 era solo, forse allontanato dalla sua stessa famiglia. Novello Jack London abbracciò una vita da hobo, vivendo ai margini della società e arrangiandosi con lavori saltuari. Nel 1920 si trasferì a Los Angeles, in un quartiere periferico, Watts. E qui, nell’isolato 1757 della East 107 Street costruì l’opera che lo ha reso immortale.

La forma delle torri ricorda i Gigli di Nola, ma si fonda con l’estetica multicolore della California. Nel 1954, a opera conclusa, decise di vendere le sue torri a un vicino per mille dollari. Si trasferì a Martinez, sempre in California, da sua sorella, perché, così disse, “non volevo morire solo come un cane”. Non sarebbe mai più tornato a Watts. Non avrebbe mai più visto la sua opera. Morì nel 1965.

Alfredo De Marsico, il vero principe del Foro

Alfredo De Marsico (1888 – 1985), è stato uno dei più grandi penalisti italiani del secolo scorso. Con una vita professionale segnata dagli anni del fascismo, dall’ostracismo subito nel dopoguerra (proprio per la sua adesione al Pnf), e con una carriera che si è conclusa tardissimo: l’ultimo processo a 93 anni, quando assunse la difesa di Angelo Izzo, uno degli autori dello stupro e dell’omicidio del Circeo.

De Marsico è nato a Sala Consilina nel 1988 da Alfonso ed Emilia Rossi. Si è trasferito ad Avellino da bambino, dove suo padre lavorò come archivista della prefettura. Ha frequentato il liceo Colletta. E le sue straordinarie doti oratorie si manifestarono presto. A diciassette anni fece il suo primo discorso pubblico all’inaugurazione di un monumento dedicato a Francesco De Sanctis. Si è laureato in giurisprudenza nel 1909. Cinque mesi dopo il suo primo processo, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Avellino, dove sostituisce l’avvocato Domenico Sandulli.

Nel 1915 vince la libera docenza in Diritto e procedura penale nell’università di Roma. Sulla scelta di dedicarsi al penale hanno avuto un peso i suoi maestri, lo stesso Sandulli ed Enrico De Nicola. Collaborò a molte riviste giuridiche. Possedeva una buona conoscenza del tedesco, del francese, dell’inglese e del russo.

Era stato riformato, ma non rinunciò a partecipare alla prima guerra mondale, come ufficiale di complemento. Per lui niente baionetta e trincea, ma conferenze e discorsi di propaganda in stile dannunziano.

La politica era la sua seconda passione. Ad Avellino fondò un circolo liberale, vicino alle posizioni della destra. Nel ’19 è stato candidato senza successo alle elezioni.

Con l’ascesa al potere di Mussolini, De Marsico aderisce con convinzione al fascismo, anche perché ritiene che sia un argine al socialismo. Su proposta di De Nicola viene candidato dal duce nel listone per le consultazioni del 1924, ed eletto. Sarà deputato dalla ventisettesima alla trentesima legislatura. E consigliere dal 1926 al 1943 del Consiglio superiore forense. Finì anche nel mirino degli organi di polizia e della prefettura di Avellino per il suo scarso impegno politico. L’accusa era precisa: “Si dedicava troppo alla sua professione”. In una relazione si scriveva: “De Marsico fa cause in tutto il Mezzogiorno d’Italia, a volte nello stesso giorno a Napoli, a Milano, a Salerno e a Reggio Calabria”.

La sua oratoria – si legge nella biografia di L’Elite Irpina – “nelle arringhe divenne famosa: si inseriva, certo, nella grande tradizione forense napoletana, ma vi si rinveniva un’originalità profonda, che lo distingueva dal lirismo classicheggiante imperante nelle aule giudiziarie; era improntata a una più sagace penetrazione tecnica e a una maggiore adesione alle verità scaturenti dalle risultanze processuali”.

Nei mesi finali del fascismo fu nominato ministro della giustizia.

Finita la guerra è iniziato per De Marsico un periodo molto duro. Venne epurato dalla carriera accademica e dalla professione forense. Il prezzo da pagare per la sua adesione attiva al fascismo. Dovrà aspettare il 1949 per essere riammesso nei ruoli universitari.

De Marsico non abbandonò mai l’impegno politico. Fu eletto senatore nel 1953 per il Partito nazionale monarchico, nella lista di Achille Lauro. Di maggiore rilievo la sua attività professionale, che è continuata fino a 93 anni. Partecipò ai processi più importanti dell’epoca. E l’ultimo, appunto, fu quello a carico dei mostri del Circeo.

De Marsico morì a Napoli nel 1985, donò la sua biblioteca all’Ordine degli avvocati di Avellino.

Salvatore Ferragamo, il genio della scarpa arrivato da Bonito

Salvatore Ferragamo (1898 – 1960), è uno degli esempi più significativi dell’imprenditore che “si è fatto da solo”. Grazie al genio, alla caparbietà, alle intuizioni. Una vita dedicata alla creazione e allo studio. Senza mai perdere di vista – anzi – le sue origini.

Ferragamo è nato a Bonito, da genitori contadini. A nove anni, dopo la quinta elementare, ha iniziato a lavorare. Sarto, barbiere, falegname. Ma la sua passione era un’altra. Nonostante le titubanze dei genitori, iniziò un periodo di apprendistato nella bottega del calzolaio del suo paese, Luigi Festa. Scarpe da riparare, ma anche da confezionare nuove. C’era una buona clientela. Tutta la borghesia di Bonito e dintorni. Salvatore dimostrò talento. Al punto che con il supporto del farmacista e del maestro del piccolo comune irpino, a soli undici anni partì per apprendere il mestiere nelle grandi botteghe artigiane di Napoli.

A 12 anni aprì il suo primo laboratorio, in una stanza dell’appartamento di famiglia. A 14 anni decise di tentare la fortuna in America, dove si erano già trasferiti gli altri suoi fratelli. A Santa Barbara, in California, aprì una bottega che avrebbe prodotto le calzature per i western dell’American Film Company. Frequentò corsi di specializzazioni, si laureò in matematica, ingegneria chimica. Approfondì la ricerca sulla struttura del piede, sui plantari, alla ricerca di scarpe che avessero il massimo comfort. Inventò il sostegno dell’arco plantare, il famoso cembrione, brevettato nel 1931.

Nel 1923 la decisione – avversata dai fratelli – di trasferirsi a Hollywood. Lavorando per le più grandi case cinematografiche e diventando il calzolaio delle star. Provò ad affiancare alla lavorazione artigianale quella con le macchine, per produrre anche su larga scala e a prezzi più accessibili. Ma i risultati non lo convinsero. Decise allora di trasferirsi in Italia, unico posto al mondo dove avrebbe trovato il numero sufficiente di artigiani per aumentare la produzione senza l’utilizzo di macchinari. Aprì una nuova sede a Firenze nel 1927. Nel 1933, nonostante l’aumento delle vendite e per questioni organizzative, andò in bancarotta. Pesò anche la svalutazione del dollaro dopo la crisi del ’29.

Ferragamo ripartì da zero. Nel ’35 la sua azienda era di nuovo florida. Le sanzioni imposte all’Italia dopo la guerra di Etiopia, costringono l’imprenditore di Bonito a utilizzare materiali nuovi per la confezione delle scarpe: paglia, rafia, canapa, telo, merletto, fibre artificiali, plexiglass. Disegnò anche un tacco di sughero, destinato poi a cambiare la moda femminile. Nel ’39 aprì nuovi saloni in tutta Italia. Aveva 400 operai ed esportazioni in molti Paesi del mondo. Poi arrivò la guerra. Gli affari diminuirono, produsse scarpe per l’esercito. Venne arrestato due volte, con l’accusa di essere una spia americana e anche un collaboratore dei tedeschi.

Dopo la guerra era rimasto con soli 50 operai. Riprese lentamente la produzione. Nel ’47 esportava di nuovo negli Stati Uniti. Nel 1950 gli operai erano 700, e l’azienda in grande espansione. Salvatore Ferragamo morì a Firenze il sette agosto del 1960. Aveva prodotto 350 brevetti e più di 20mila modelli di scarpe.

Umberto Nobile, dal successo del Norge alla tragedia della tenda rossa

Umberto Nobile (1885 – 1978), è stato un eroe tragico. Protagonista della trasvolata sul Polo con il Norge e la drammatica spedizione con il dirigibile Italia. Una vita all’insegna dell’avventura, dello studio, della ricerca. La sua è una delle storie più note tra quelle raccontate ne L’Elite irpina. Ne è stato tratto anche un film, La tenda rossa, con Peter Finch nei panni di Umberto Nobile.

Nobile è nato a Lauro, da Vincenzo a Maria Torraca. Ha studiato a Napoli e si è laureato nel 1908 in Ingegneria industriale. Nel Genio Civile ha avuto modo di specializzarsi nelle costruzioni aeronautiche. Con lo scoppio della prima guerra mondiale prestò servizio nello stabilimento di costruzioni aeronautiche di Roma. Ne divenne il direttore e iniziò a interessarsi alla costruzione di dirigibili militari. Ne mise a punto uno per l’esplorazione delle superfici marine. I suoi progetti iniziarono a essere realizzati anche all’estero. Nel 1925 venne contattato dall’esploratore norvegese Roald Amundsen. Gli chiese di partecipare a una spedizione artica per raggiungere il Polo Nord. L’impresa si fece. Il dirigibile, ribattezzato Norge, partì da Ciampino. Raggiunse il Polo e atterrò in Alaska. Nessuno ci era mai riuscito prima.

Il ritorno in patria per Umberto Nobile fu un tripudio di onori. Divenne un apprezzato conferenziere, richiesto anche in Giappone. Nella primavera del 1928, con finanziamenti tutti italiani, Nobile organizzò una nuova esplorazione della calotta polare. Con il dirigibile Italia.

L’esito della spedizione fu drammatico. Il 25 maggio, una tempesta fece precipitare il dirigibile. Sei uomini rimasero sull’aeromobile, sparendo per sempre. Uno perse la vita nello schianto. Nobile e altri nove rimasero sul pack. Sopravvissero per sette settimane sui ghiacci polari. Il 24 giugno arrivò un aereo biposto svedese, ebbe l’ordine di far salire a bordo il solo Nobile. Il resto dell’equipaggio venne salvato, giorni dopo, da una nave rompighiaccio russa. Nelle operazioni di soccorso perse la vita anche Roald Amundsen.

Quella tragedia segnò la vita di Umberto Nobile. In Italia finì sotto accusa per aver abbandonato i compagni. Venne attaccato anche dal regime fascista e si istituì una commissione (Cagni), che concluse i lavori con un giudizio molto critico nei confronti di Nobile. Fu costretto a dimettersi dall’aeronautica.

Nel 1946 venne riammesso. E nel ’48 finì in congedo. Il suo caso è stato riaperto nel 1964, quando i risultati della commissione Cagni furono ripubblicati. Le nuove indagini si conclusero con un nulla di fatto, due anni dopo.

Umberto Nobile morì a Roma nel luglio del 1978. Ha combattuto una vita intera per convincere l’opinione pubblica del suo corretto comportamento nella tragedia del dirigibile Italia.

Ferdinando Cianciulli, l’apostolo del socialismo in Irpinia

Ferdinando Cianciulli (1881-1922), è stato l’apostolo del socialismo irpino. E’ nato a Montella e da giovanissimo ha maturato ideali di progresso sociale e politico. Si è iscritto al Partito socialista italiano nel 1901. Divenne il maggiore esponente in Irpinia. Si schierò a livello nazionale con l’ala massimalista, stringendo amicizia con Amedeo Bordiga. Si oppose con una propaganda antimilitarista all’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale. Alla quale partecipò come semplice combattente.

Nel dopoguerra fu forte il rilancio socialista in Irpinia. Furono fondate leghe contadine a Solofra, Lacedonia e Rocchetta. E nell’ambito operaio ad Altavilla (la Camera del lavoro), e sempre a Solofra, con la Lega pellettieri (1500 iscritti).

Nel 1904 fondò il periodico Il Grido degli umili, che pubblicò, diresse e redasse da solo per oltre venti anni.

Grazie all’azione di Cianciulli nel 1921 si costituì ad Avellino il Circolo di cultura proletaria. Aderirono studenti, operai, ferrovieri, postelegrafonici. Sezioni socialiste si formarono anche ad Ariano, Mirabella, Bonito, Atripalda, Luogosano, Calitri, Bisaccia, Calabritto.

A Montella si costituì la federazione del partito, il 17 e 18 luglio del 1920, con quello che può essere definito il primo congresso provinciale socialista. Nel 1921 le elezioni politiche si conclusero con un discreto successo del Psi. Lo sviluppo del socialismo irpino ebbe un duro colpo dopo la scissione comunista sancita dal Congresso di Livorno. L’anno dopo, nel 1922, in una sera di febbraio, Ferdinando Cianciulli venne ucciso a Montella. Il mandante era uno dei notabili del paese avverso all’impegno politico di Fernandino, come lo chiamavano in paese. L’apostolo del socialismo irpino era già scampato a un attentato nel 1911.

Ricciardetto, da Dorso a Montanelli: storia di un grande giornalista

Augusto Guerriero (1893 – 1981). Tra le biografie dei 150 personaggi de “L’Elite irpina”, ci sono anche molti giornalisti (tra gli altri Agnes, De Feo, Aurigemma, Di Nunno, e un posto lo avrebbe meritato anche Giuseppe Pisano), abbiamo scelto tra i dieci nomi da proporre ai lettori di TheWam, Augusto Guerriero, meglio noto come Ricciardetto. Una figura ingiustamente dimenticata. Un vero esponente dell’èlite – è in caso di dirlo – del giornalismo italiano, soprattutto nel dopoguerra.

Augusto Guerriero è nato ad Avellino nel 1893 da una famiglia di nobili origini. Ha studiato al liceo Colletta (una costante per tanta élite irpina), e si è laureato in giurisprudenza a Napoli nel 1920. Tre anni prima aveva iniziato le sue prime esperienze giornalistiche, pubblicando articoli su Il Mattino, Critica sociale, Avanti!, prendendo posizione contro l’intervento italiano nella prima guerra mondiale, alla quale prese comunque parte come sottotenente.

Nell’agosto del 1919 fondò con l’amico e compagno di studi Guido Dorso il settimanale L’Irpinia democratica. Nell’immediato dopoguerra vinse un concorso pubblico per dirigenti del ministero dell’Interno. Ebbe numerosi incarichi, che gli permisero di viaggiare in tutta Europa. Scrisse anche articoli, poi confluiti in un volume, sugli effetti positivi del piano quinquennale russo.

Nel 1933 inizia a scrivere per il settimanale umoristico Marc’Aurelio, con una rubrica molto seguita dai lettori. Che non sfuggì all’attenzione di Leo Longanesi, nel 1937 lo invitò a collaborare al settimanale Omnibus. A Guerriero venne affidata la rubrica Guerra e pace. Longanesi gli consigliò lo pseudonimo di Ricciardetto, per avere una maggiore libertà di giudizio. Nonostante tutto quegli articoli suscitarono molto più di qualche disappunto nel regime. Dopo la chiusura di Omnibus, Guerriero iniziò a collaborare con altri periodici (Tutto, Oggi, Tempo). Dal 1938 inizia anche la lunga collaborazione con il Corriere della Sera, che terminerà nel 1972. Ricciardetto ha condiviso una importante amicizia con Indro Montanelli. Dal 1948 al 1950 scrisse anche su Il Mondo di Mario Pannunzio, poi passò a Epoca, dove tenne per molti anni due rubriche fisse: Affari Esteri e Conversazioni con i lettori.

Aveva uno stile giornalistico inconfondibile, nel 1966 il quotidiano statunitense Christian Science Monitor lo definì il Walter Lippman italiano. Per la sua attività giornalistica è stato insignito nel 1957 della Lègion d’honneur e nel 1973 vinse la ventiduesima edizione del Premio Saint Vinccnt per il giornalismo con Eugenio Scalfari e Piero Angela.

Morì a a Roma il 31 dicembre del 1981.

Adolfo Tino, dal Partito d’Azione a Mediobanca

Adolfo Tino (1900 – 1977), è stato uno dei protagonisti dell’antifascismo italiano e anima del Partito d’Azione. Nato ad Avellino nel 1900, “da una famiglia – come scrisse Ugo La Malfa – tipica del Mezzogiorno, di grande dignità, ma di scarsissimi mezzi finanziari”. Entrò a soli 18 anni nel Giornale d’Italia di Alfredo Bergamini. Per sei anni è stato uno degli inviati speciali più in vista. Si occupò molto di politica estera, e in particolare della crisi dei Balcani, del dissidio serbo-croato. Oltre a corrispondenze sulla rivoluzione comunista in Bulgaria. In questo periodo Tino frequentò i maggiori esponenti della vita politica di quel tempo: Giolitti, Nitti, Amendola, Treves, Turati, e lo stesso Mussolini. Del quale fu subito diffidente. Rifiutò anche una candidatura alla Camera offerta da quello che sarebbe diventato il Duce. Con l’avvento del fascismo la collaborazione con il Giornale d’Italia divenne impossibile. Il quotidiano venne acquistato da imprenditori triestini e aderì in modo convinto alle posizioni di Mussolini. Prima di interrompere per sempre la sua carriera di giornalista, Adolfo Tino, insieme ad Armando Zanetti, diede vita a Rinascita liberale. Per Renzo De Felice “l’unica voce originale e veramente proiettata verso il futuro che ebbe l’antifascismo nell’ultimo squarcio di vita semilegale”.

Dopo quell’esperienza tornò agli studi di giurisprudenza. Sostenne tutti gli esami in una sola sessione per laurearsi presso l’università di Napoli. Si trasferì a Milano dove intraprese – come ricorda Bacchelli – “poverissimo la carriera d’avvocato con lento e faticoso quanto sicuro progresso e successo”. Il suo studio era in via Monte di Pietà. E diventerà il punto d’incontro dell’antifascismo laico e azionista. Frequentato da Parri, Mattioli, Bauer, Zanotti, Bianco, Visentini, Calogero e La Malfa.

Agli inizi del 1942, il New York Times pubblica una lunga analisi della situazione in Italia. Un documento che contribuì a pregiudicare le future sorti della monarchia. Era opera di Ugo La Malfa e Adolfo Tino. Avevano iniziato a tessere la formazione del nuovo partito democratico, il Partito d’Azione.

Il PdA nasce fra Milano e Roma, anche con il contributo di Tino. Confluiranno tre filoni dell’antifascismo: liberalsocialista (Capitini e Calogero), liberaldemocratico (La Malfa e Tino) e gobettiano (Vittorio Foa e Emilio Lussu).

La Malfa e Tino sono gli autori dell’articolo di fondo che presenta il nuovo partito nel primo numero di Italia Libera, uscito clandestinamente in 3mila copie (Tino diede fondo a tutti i suoi risparmi), tra la fine del 1942 e il gennaio del 1943. Per sfuggire all’arresto Tino si rifugiò in Svizzera a Lugano, e da lì continuò la sua attività per il PdA e la Resistenza.

Nel 1947 il partito si sciolse. Tino confluì con l’amico La Malfa nel partito repubblicano, prima di ritirarsi lentamente dalla vita politica. Si occupò con successo di finanza. Diventando il presidente di Mediobanca e mentore di Enrico Cuccia. Morì a Milano nel 1978.

Dante Troisi, i tormenti di un giudice: storia di un caso letterario

Dante Troisi (1920 – 1989), magistrato e protagonista di uno dei casi letterari più discussi del secolo scorso, quando diede alle stampe la sua opera più nota, Diario di un giudice.

E’ nato a Tufo il 21 aprile, da Antonio, calzolaio, e Federica Di Marzo, casalinga. Dopo aver frequentato il liceo Colletta si è laureato in giurisprudenza all’università di Bari. Subito dopo è partito per la seconda guerra mondiale. Ha combattuto in Libia e in Tunisia, dove venne fatto prigioniero dagli americani. Prima rinchiuso a Casablanca e poi in Texas, negli Stati Uniti, nel Fascist Criminal Camp.

Tornò in Italia nel ’46. Un anno dopo entrò in magistratura. Prima in provincia di Pavia, poi come giudice a Cassino e dal 1968 a Roma. E’ stata l’esperienza in magistratura a segnarlo in modo profondo. E costituì l’argomento principale del suo Diario di un giudice. Uscì prima a puntate sul Mondo di Pannunzio e poi nel1955 nella prestigiosa collana I Gettoni, curata da Elio Vittorini per Einaudi.

L’opera scosse gli ambienti politici e giudiziari dell’epoca. Metteva in evidenza la drammatica difficoltà del giudicare e – come si legge ne L’Elite irpina – “responsabilità che vi si connetteva e il disagio di una non giustizia in un non Paese come l’Italia”.

Ci furono proteste in parlamento contro il libro. Il deputato di destra, Titta Madia, ne invocò la censura. Il guardasigilli, Aldo Moro, diede mandato al procuratore generale di avviare una azione disciplinare nei confronti di Troisi per “danni e offese alla magistratura”. Al fianco del giudice irpino si schierarono giuristi, intellettuali e partiti di sinistra. Eppure Troisi venne colpito con un provvedimento di censura che avrebbe poi pesato negativamente sulla sua carriera. Il libro divenne un caso letterario. Venne ristampato tre volte e conquistò il terzo posto al Premio Strega.

Il giudice scrisse anche altre opere: L’odore dei cattolici, I bianchi e i neri, L’inquisitore dell’interno sedici. Nel 1974 decise di lasciare la magistratura. Nel 1978 contribuì alla sceneggiatura del film Rai tratto da Diario di un giudice. Morì a Roma il due gennaio del 1989.

Ferdinando Capriolo, il Di Pietro ante litteram

Ferdinando Capriolo (1852-1930), è stato un magistrato in prima linea, protagonista di numerose inchieste di grande rilievo. Soprattutto una, quella sulla scandalo della Banca romana, una sorta di mani pulite ante litteram, che ne segnerà la carriera e in parte anche il giudizio dei posteri.

Ferdinando Capriolo è nato ad Avellino, il 12 gennaio del 1852. Suo padre, Francesco Saverio era architetto e notaio (!), sua madre, Teresa Carbone, casalinga. Ha studiato al Colletta, poi giurisprudenza a Napoli, dove concluse in tre anni le sessioni di esami. Ha esercitato per qualche anno la professione di avvocato, prima di entrare in magistratura.

Nel 1876 è stato nominato uditore giudiziario del tribunale civile, passando poi alla procura regia di Napoli. Ha collaborato con Giovanni Masucci in due cause famose: quella per bigamia a carico di Francesco Crispi (il ministro che si era sposato due volte), e quello contro Giovanni Passannante, che tentò di uccidere il re Umberto I, a Napoli, nell’allora Largo della Carriera Grande (oggi piazza Principe Umberto).

Tra il 1882 e il 1887 lavorò negli uffici giudiziari di Roma. Divenne poi giudice istruttore di Palmi, dove ha condotto inchieste rilevanti, soprattutto contro la malavita organizzata.

Nel 1890 la svolta della sua carriera. Torna a Roma. Al magistrato irpino viene assegnata l’inchiesta su Amilcare Cipriani, condannato a tre anni di reclusione con altre decine di imputati per i disordini durante un comizio operaio nel primo maggio del 1891. Ma soprattutto l’indagine sullo scandalo della Banca romana, che coinvolse il presidente del Consiglio e i ministri del governo in carica. Venne travolta gran parte della classe dirigente dell’epoca. Erano tutti debitori dell’istituto di credito, e non riuscivano a rientrare. Alla banca venne ordinato di stampare banconote, tutte con lo stesso numero di serie, evitando così i vincoli di legge per l’emissione di carta moneta. Consentendo ai politici di onorare i loro debiti.

Negli anni successivi quell’inchiesta finì sotto la lente d’ingrandimento della commissione fascista. Si ipotizzarono interessi politici che avrebbero forzato la mano del magistrato. L’inchiesta si concluse con il deferimento di Ferdinando Capriolo. Ma non ci furono conseguenze negative per la sua carriera. Venne promosso presidente del tribunale di Firenze. Nel 1898 il trasferimento ad Alessandria, e da presidente di Corte d’Assise, diresse un processo che fece epoca: quello a carico di don Giuseppe Verzone, accusato di aver ucciso una donna a martellate per motivi personali. Morì a Roma il 30 gennaio del 1930.

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