Emigrare. Perché fuggire, a volte, non ne vale davvero la pena

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Negli ultimi anni, a partire all’incirca dalla Grande Crisi cominciata nel 2008, è tornato a manifestarsi un fenomeno che nei decenni precedenti era quasi scomparso: l’emigrazione.

Emigrazione giovanile e qualificata di italiani che sempre di più sono stati costretti a lasciare il proprio Paese per trovare opportunità e soddisfazioni che in Italia non hanno trovato, nonostante percorsi di studio brillanti e, spesso, ultraqualificanti.

Ma non sempre, negli ultimi 11 anni, c’è stata un’emigrazione di questo tipo.

Altrettanto spesso, quelli che fuggivano dall’Italia, erano ragazzi sottoscolarizzati, con il diploma di scuola superiore o con la licenza media, senza competenze spendibili nel mercato del lavoro, che hanno visto nell’estero una possibilità di riscatto e di miglioramento delle proprie condizioni di vita.

Spesso senza conoscere la lingua del Paese ospitante e senza avere un contratto di qualsivoglia tipo.

All’avventura, insomma.

Ecco, adesso che sono quasi 11 anni che questo fenomeno drammatico svuota le città ed i piccoli comuni italiani, da Nord a Sud, è bene fare chiarezza che questi due tipi di emigrazione giovanile sono profondamente diversi tra loro.

C’è chi parte per studio e lavoro

Nel primo caso, si va all’estero per studio o per lavoro perché si vuole migliorare, si vuole crescere e si vuole occupare posizioni di vertice in linea con le proprie capacità e le proprie competenze.

Si va all’estero, in Europa o nel resto del mondo, e si contribuisce in modo sostanziale allo sviluppo economico e sociale di quella nazione, portando con sé cultura e saperi.

Le comunità di italiani, che sono presenti ovunque nel mondo e sempre numerosissime, in molti casi fanno parte delle elites dei posti in cui vivono.

Sono ricercatori, accademici, ingegneri, imprenditori.

Rappresentano le energie dell’Italia migliore.

Quella che va via per migliorarsi, e che non smette mai di sognare che un giorno tornerà nel proprio Paese per contribuire, finalmente, alla sua rinascita.

Portando con sé tutto quello che ha imparato nel tempo trascorso all’estero, fiera ed orgogliosa di poter tornare per dare una mano a far fare un passo in avanti, anche piccolo, verso il futuro.

Questi sono gli italiani di cui dobbiamo essere orgogliosi, perché portano sempre in alto il nome dell’Italia nel mondo, contribuendo in maniera significativa e determinante alla nostra ottima reputazione ovunque all’estero.

E poi c’è il secondo tipo di emigrazione.

Quella di chi fugge perché non ha altro da fare, o perché vuole cambiare aria.

Di chi non ha un piano in mente per il proprio futuro ma vive alla giornata.

Questi sono quelli che di solito all’estero fanno i camerieri, o i lavapiatti.

Con uno stipendio più alto rispetto al corrispettivo italiano. Ma con un costo della vita così enormemente superiore che spesso il salario basta solo per l’affitto e i genitori, dall’Italia, devono provvedere al resto con bonifici periodici.

Probabilmente allora stavano meglio in Italia. Dove almeno i costi erano più bassi e la qualità della vita migliore, vicini ai propri affetti e alle persone più care.

E allora, mi chiedo, in questo secondo caso, vale davvero la pena fuggire via dall’Italia?

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