Avvocato della camorra ucciso in Irpinia. Storia di Enrico Madonna

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Quella scena non l’avrei più dimenticata. Da una porta aperta, al piano terra di un appartamento di via Carlo del Balzo, a Cervinara, era disteso il cadavere di un uomo. Le gambe che sporgevano verso l’esterno. Tutto intorno i lampeggianti azzurri delle pattuglie di carabinieri e polizia. Un silenzio quasi irreale in quella confusione. Rotto solo da un lamento continuo, la voce di una donna: “Mio figlio, hanno ucciso mio figlio”. Era la madre di Enrico Madonna, il 51enne ammazzato nell’agguato.

Quella sera, era il sette ottobre del 1993, venne ucciso anche un testimone, Carmine Brevetti, di 46 anni. Aveva avuto una sola colpa, trovarsi nel posto sbagliato e vedere quello che non avrebbe dovuto.

Enrico Madonna è stato uno dei personaggi più singolari della criminalità organizzata campana. Il consigliori di Raffaele Cutolo.

Sul luogo dell’agguato, quel sette ottobre, arrivò anche l’allora procuratore di Avellino, Alfonso Monetti. Abitava a due passi dalla casa della vittima.

Ciro Cirillo

Enrico Madonna era il custode dei segreti più oscuri della Nco. Compresi i rapporti con la politica e con la finanza. Dalla trattativa con le Brigate Rosse per la liberazione dell’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo (e ad Avellino ci fu un misterioso passaggio di denaro), quando Cutolo si sostituì allo Stato impotente, fino all’omicidio del banchiere Roberto Calvi, trovato morto sotto il Ponte dei Frati Neri, a Londra.

Enrico Madonna era in soggiorno obbligato a Cervinara. I sicari erano in cinque. Arrivati a bordo di due auto. Hanno usato pistole e fucili. Poi l’ultimo colpo, alla nuca.

Nella vita di Madonna è stato determinante l’incontro con Raffaele Cutolo nel carcere di Avellino. Era stato arrestato per una rapina, commessa con uno esponente di primo piano del clan Pagnozzi. Il boss della Nco rimase colpito dalla vivace intelligenza di quel ragazzo. Lo invogliò a continuare gli studi, si laureò a metà degli anni ’70, in giurisprudenza, discusse la tesi nell’Università Federico II di Napoli. Con la laurea arrivò anche la grazia, firmata dall’allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone.

L’arresto di Enzo Tortora

Enrico Madonna si iscrisse all’ordine degli avvocati e procuratori di Benevento. Aveva un discreto numero di clienti. Tra loro lo stesso Raffaele Cutolo. Con il quale il rapporto non era però solo professionale, anzi. Madonna era una delle persone “più vicine all’orecchio” del capo. E infatti, venne coinvolto nel maxi blitz contro la Nco, il 17 giugno del 1983. Quel giorno è per molti aspetti una data simbolo della giustizia (e mala giustizia), italiana. Nella stessa ordinanza finì anche Enzo Tortora, in uno dei più noti e drammatici errori giudiziari della nostra storia. Madonna però riuscì a scappare all’estero. Trovò rifugio ad Albany, negli Stati Uniti. Protetto dalla potente famiglia Gambino di Cosa Nostra. Una protezione che però non impedì, qualche mese, dopo il suo arresto. In una cella americana, Enrico Madonna iniziò a parlare. A dire cose che avrebbero potuto avere conseguenze devastanti per il mondo politico. Al punto che il giudice istruttore Carlo Alemi, all’epoca impegnato nell’inchiesta sulla liberazione di Ciro Cirillo, volò negli Stati Uniti.

E Madonna raccontò. Degli esponenti della Dc in processione nel carcere di Ascoli Piceno per invocare l’aiuto di Cutolo nella trattativa con le Br. Dell’omicidio di Roberto Calvi, commesso da Vincenzo Casillo, il numero due della Nco, poi saltato in aria con la sua macchina a Roma. Quel Vincenzo Casillo, o’ Nirone, che nel post terremoto, tra Avellino e Mercogliano, aveva piazzato la sua base operativa per infiltrare la camorra nei lucrosi affari della ricostruzione.

Parlò tanto Madonna, ma una volta estradato in Italia si rifiutò di confermare. Si limitò a dire ai giudici: “Ho paura, non dirò più una parola”.

Venne condannato a otto anni. Il sei agosto del 1993 la scarcerazione. Il mondo criminale era cambiato e l’avvocato della camorra non se n’era accorto. Pensò a Cervinara di poter ancora muovere le fila, di riorganizzare una Nco ormai defunta, massacrata dagli arresti e dalla guerra letale con la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri.

Madonna ha pestato qualche piede di troppo. Ma non aveva nessuna protezione. Qualcuno ha deciso che doveva morire.

Sono passati 26 anni da quel feroce omicidio. Ma non è mai uscito fuori il nome dei killer e dei mandanti.

Uno dei misteri di quegli anni di sangue. Come i tanti misteri che l’avvocato ha portato con sé.

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