Ergastolo ostativo, la Corte Europea ha solo acceso la luce

Ergastolo ostativo, la Corte Europea ha "bocciato" l'Italia. L'analisi dell'avvocato Gerardo Di Martino per la rubrica "Il Diritto e il Rovescio".

diritto e rovescio ergastolo ostativo
6' di lettura

La Corte Europea “boccia” l’Italia, chiedendole di riformare la legge sul cosiddetto “ergastolo ostativo”. Norma che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. Ne ha parlato, nella sua rubrica “Il diritto e il Rovescio”, l’avvocato Gerardo Di Martino

diritto e rovescio ergastolo ostativo

di Gerardo Di Martino – Se oggi atterrasse un marziano nel Bel Paese, si renderebbe immediatamente conto di quanto si mangi bene ma anche di quanto sia fitta, trapuntata e fiorente la tassazione; ancor più, di quanto sia strana, oserei dire grottesca, la società italiana ed il suo specchio: i governanti. Ma perché questa Comunità, si chiederebbe lo “stralunato” omino verde, prima si dà delle regole; poi le iscrive nella propria legge fondamentale, da cui tutte le altre promanano (altrimenti detta, Costituzione); aderisce e ratifica, ulteriormente, la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali (altrimenti detta, CEDU); e, infine, insorge, però – perché c’è sempre un però – se qualcun altro, dall’esterno, avendone il potere, stabilisce che quelle stesse regole, ritenute tanto fondamentali da essere poste a base del contratto sociale, siano state violate dalla medesima società che le ha volute?

L’ergastolo ostativo

Si è fatto un gran parlare, ultimamente, della questione nota come “ergastolo ostativo”, ossia delle situazioni in cui, mafiosi (ma non solo) condannati all’ergastolo in via definitiva, dopo una trentina di anni di carcere, non possano chiedere – “domandare”, si badi bene, non “ottenere”; ci sarà sempre un giudice a decidere – di accedere ai benefici penitenziari, in particolare ai permessi premio ed alla liberazione condizionale (cioè, alla possibilità di espiare la rimanente parte della pena fuori dal carcere, con prescrizioni limitative), in assenza di attività di collaborazione con la giustizia, nonostante i rapporti dell’osservazione interna al sistema penitenziario abbiano evidenziato la buona condotta ed un cambio positivo della personalità (cioè, il perfezionamento del percorso di rieducazione avviato, in carcere, trenta anni prima). E questo perché, qualche giorno fa, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (altrimenti detta, Corte EDU) ha rigettato la richiesta del Governo italiano di rimessione del caso VIOLA contro Italia alla Grande Camera (una sorta di ricorso alle Sezioni Unite della nostra Cassazione, avverso un provvedimento emesso da una delle sei Sezioni semplici).

L'avvocato Gerardo Di Martino
L’avvocato Gerardo Di Martino

Una possibilità di Riesame

Lo Stato italiano chiedeva di rivedere una precedente decisione assunta dalla stessa Corte EDU il 13 giugno scorso. In quella data venivamo condannati (noi tutti) per violazione dell’art. 3 della Convenzione: la pena, qualunque essa sia, deve sempre avere “una prospettiva di rilascio” ed “una possibilità di riesame”, ricordavano i giudici CEDU. E la tiratina di orecchie è stata, poi, ancor più dolorosa e penetrante per tutti coloro che non hanno potuto evitare che la mente corresse a rievocare, con non molti tentennamenti, il precetto contenuto nell’art. 27 della nostra Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Una sorta di padre amorevole, quello italiano, del principio ispiratore della pronuncia europea. L’art. 3 della CEDU, di cui tanto, in questo momento, si discorre e per la cui violazione l’Italia è stata condannata, declama, infatti: “nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene inumane e degradanti”. (da qui discendono, secondo i giudici di Strasburgo, prospettiva di rilascio e possibilità di riesame del fine pena, obbligatorie). La sentenza dello scorso giugno, oggi definitiva in conseguenza del rigetto dell’interveniva all’esito di un giudizio avviato, dinanzi alla Corte EDU, contro lo Stato italiano, da tale Marcello Viola.

Chi è Marcello Viola

Ma chi è Marcello Viola? Un condannato a quattro ergastoli per omicidi plurimi, occultamento di cadavere, sequestro di persona e detenzione di armi; considerato il boss dell‘omonima famiglia protagonista della faida di Taurianova e mandante dell’omicidio di Giuseppe Grimaldi, avvenuto il 3 maggio 1991 nel così detto venerdì nero della cittadina della Piana di Gioia Tauro. Nei verbali che ricostruiscono la verità processuale, si narra di killer che, dopo aver decapitato la vittima, hanno fatto il tiro a segno, nella piazza della città, con la testa mozzata. Orribile quello che è accaduto, anzi che è stato commesso. Non credete? Senza attenuanti. Ma altrettanto orribile è la violazione delle regole, dei diritti fondamentali dell’Uomo, da parte di uno Stato che prima glieli riconosce, emanando la Costituzione e ratificando la CEDU, e poi glieli nega, approvando l’articolo 4bis in una delle infinite leggi attualmente in vigore; in particolare, quella che disciplina l’ordinamento penitenziario.

La culla del diritto

Beh, se capisco bene, solo lui, lo Stato, può esigerle dai suoi consociati, le regole. Loro, i cittadini, possono soltanto subirle, le sanzioni. Senza poter pretendere l’applicazione dei precetti e, dunque, delle garanzie, queste ultime da lui, dallo stesso Stato che le ha ideate e deliberate. Con spavalderia, tra l’altro, visto che è comune la, tanto tracotante quanto effimera, vulgata che vuole il nostro Paese “culla del diritto”. Molto fumo, allora, e poco arrosto, se si pensa che la fruizione dei benefici carcerari passa (o passava, fino a ieri) soltanto attraverso uno strettissimo occhiello, chiamato collaborazione (vera o falsa o di comodo o addirittura calunniosa, poco importa). Lo so, la domanda vi farà sorridere. E altamente suggestiva, si dirà. Ma può esistere uno Stato che per primo lede i diritti che si è dato o, in ipotesi, ritiene di non riconoscerli affatto?

Certo! Ma non è quello declinato dalla Costituzione della Repubblica Italiana del 1948. Né è quello che ha sottoscritto, prima, e ratificato, poi, la Convezione Europea dei Diritto fondamentali dell’Uomo. E un altro Stato, uno dei tanti in cui i politici ed i magistrati dell’antimafia – che oggi gridano allo scandalo e che in teoria sarebbero chiamati ad applicarla, la legge costituzionale e convenzionale, prima di farla rispettare – anche se non dovessero corrispondere a degli arroganti funzionari di partito o, peggio, a degli insolenti militari, saranno in ogni caso convinti (anche loro) di essere chiamati all’applicazione della legge, quella, però, di un Governo che non rinviene la propria legittimazione nei precetti contenuti nella nostra Costituzione e che, altrettanto certamente, non ha sottoscritto la Convezione Europea dei Diritto fondamentali dell’Uomo. Semplice!

La segregazione eterna

Qualcuno assapora il piacere, bislacco, anzi inquietante, del rieducato solo se pentito, benché oggettivamente rieducato? Qualcun altro gradisce la segregazione eterna perché la ritiene più confacente ai tempi ed alla storia? Reputa più vicina al proprio sentire la perpetua e definitiva separazione dell’ergastolano non collaborante dalla società esterna?
Bene, cambi la Costituzione e faccia uscire il nostro Paese dalla Convenzione Europea delle libertà fondamentali. Solo con un tipico, domestico e puntuale bizantinismo – uno dei tanti, quando è di mezzo “mamma giustizia” – Italia poteva operare una torsione dei suoi stessi principi regolatori, sui quali, come è ovvio e come è chiaro ora, la Corte Europea ha solo acceso la luce.

E non dovrà essere mai ultima, la volta, come questa, in cui si ricorderà, come già ha fatto la Corte EDU, che il pentitismo (ossia il dialogo dello Stato con i mafiosi, alla ricerca di altri mafiosi e di altri reati mafiosi) non potrà in nessun caso postulare alcuna presunzione, nemmeno in ordine alla natura asseritamente libera della collaborazione, la quale, storicamente, ha solleticato le ugole di questi delinquenti, certo per l’altissimo valore della morale, ma anche, spesso, per paura e, troppo spesso, per interesse.

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