Ravanelli, bidone ad Avellino Penna Bianca divenne campione d’Europa

Nel giorno in cui si parla di "rinascite", vi raccontiamo una storia legata al calcio: la rinascita di Ravanelli. Da incompreso e bidone ad Avellino, a campione d'Europa con la Juve nel giro di pochi anni.



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La vita è piena di storie belle che vedono protagoniste persone che dopo tante cadute, delusioni, hanno poi trovato la forza di risorgere, cambiando definitivamente la propria storia. Di storie simili ne è pieno zeppo anche il mondo del calcio. In quanti calciatori magari da giovani, non sono riusciti da essere capiti in determinate piazze, per poi esplodere in maniera incredibile senza che nessuno se lo aspettasse? Una sorta di “Risurrezione”, di rinascita. Ed è proprio questo il tema che tratteremo quest’oggi, in questa domenica di Pasqua, che parla appunto di “Risurrezione”.

La nostra storia ovviamente parlerà di un calciatore che, arrivato ad Avellino giovanissimo, non riuscì a sfondare. Tante le cadute, la difficoltà, i momenti difficili, i giorni in cui si era arrivati anche a pensare di mollare tutto, dire stop al calcio, non fa per me, per poi “rinascere” altrove e addirittura arrivare a vincere un campionato con la Juventus o la Champions League segnando un gol fondamentale in finale.

La storia in questione è quella di Fabrizio Ravanelli. “Penna Bianca”, soprannominato così per la sua capigliatura brizzolata già a da giovanissimo, è uno dei tanti esempi di una rinascita dopo tante delusioni. Da “bidone” incompreso in Irpinia, a Campione d’Europa con la Juventus nel giro di pochi anni. La storia di una rinascita davvero bella che intendiamo riproporre in questo giorno di festa così speciale.

Ravanelli e l’infanzia di sacrifici, vissuta con il mito del Perugia dei miracoli

Classe 1968, Fabrizio Ravanelli nasce a Perugia in una famiglia onesta ma non ricchissima. Il lavoro, i sacrifici e il rispetto sono gli insegnamenti più importanti che gli vengono inculcati dal padre, un uomo severo, rigido, ma dal grande cuore. Il piccolo Fabrizio si innamora del calcio grazie alle gesta del Perugia del 1978-79. Il “Perugia dei miracoli” di Ilario Castagner. Una squadra di grandi uomini, grandi giocatori, la prima squadra in Italia a concludere un campionato a girone unico senza sconfitte, impresa poi accaduta al Milan degli Invincibili di Capello nel 1991-92 e alla prima Juventus di Antonio Conte nel 2011-12. In queste ultime due occasioni, Milan e Juve vinsero anche il campionato. Quel Perugia no, lo sfiorò soltanto chiudendo a 3 punti dal Milan di Liedholm, scudettato a fine campionato. Quel Perugia che in due occasioni rischiò di perdere quel primato: a San Siro con l’Inter, quando trovò il 2-2 finale al 90′ e al Partenio, in casa contro la matricola Avellino, nel novembre 1978, una gara che finì 0-0 ma col brivido finale per gli umbri che furono ad un passo dal ko, con un gol sbagliato dai lupi proprio nei secondi finali.

Ma Ravanelli era anche un grande tifoso della Juventus, amante di quel Pietro Anastasi, bomber di provincia, capace di prendersi in mano la Vecchia Signora negli anni ’70.

Grazie a quel Perugia e alla passione per la Juve e Anastasi, Ravanelli decide di diventare calciatore, di trasformare quella passione in un mestiere, un compagno di vita quotidiano. Ma la strada era difficile e impervia. Il giovane Fabrizio non si applicava molto, il padre desiderava che iniziasse ad imparare un mestiere, ma Ravanelli vedeva solo il calcio. La svolta arrivò a metà anni ’80. Il Perugia era scivolato in categoria minori, Ravanelli andava agli allenamenti ma non si applicava. Ed ecco che una sera, in macchina col padre, questi lo fece scendere a diversi chilometri da casa, dicendogli, ora torni a piedi. Ravanelli da quella punizione, imparò cosa volesse dire allenarsi, applicarsi, concentrarsi e fare sacrifici. Una lezione, che, dirà poi, non dimenticherà mai.

Ravanelli e i primi anni al Perugia

In quegli anni ’80, Ravanelli oltre al suo Perugia, rimase ammirato da un’altra provinciale che raggiungeva salvezze e i propri obiettivi, anche proibitivi, con tanta grinta e determinazione. Era l’Avellino del decennio d’oro. Una squadra che ha ispirato in tanti. Intanto Fabrizio, grazie all’applicazione delle regole del padre e a tanti sacrifici, nel 1984 riesce ad entrare nelle giovanili del suo Perugia. Aveva 18 anni quando nel 1986 venne promosso in prima squadra. Il Perugia ormai era caduto in disgrazia in Serie C2 e il giovane Ravanelli venne buttato nella mischia e la scelta fu vincente. Il ragazzino dai capelli brizzolati iniziò a fare grandi cose. Nel 1986-87 mette a segno addirittura 23 gol in quel campionato, diventando capocannoniere e portando i grifoni alla promozione in Serie C1. In terza serie, Ravanelli giocò con la squadra della sua città fino al 1989, realizzando 24 gol in due stagioni. I buoni numeri del ragazzo attirarono l’attenzione dell’Avellino, che era in Serie B e che stava allestendo un organico interessante per ritornare in massima serie.

Ravanelli e i mesi da incubo ad Avellino

Estate 1989, Ravanelli vede premiati i suoi sforzi e viene acquistato da un club di categoria superiore. L’Avellino in Serie B aveva come presidente il giovane Pierpaolo Marino, che era rimasto stregato dal giovane attaccante perugino tanto da anticipare la concorrenza di altri club e portarlo alla corte di Nedo Sonetti, che era stato scelto per guidare la compagine irpina quell’anno. Marino aveva inoltre scelto come compagno di attacco, Ciccio Baiano (neanche lui esplose pur segnando almeno 6 gol, ma poi fu protagonista da lì a pochi anni nel Foggia di Zeman), acquistando quindi una coppia di giovani promettenti. Con il senno di poi, per quanto dimostrato dai due attaccanti in futuro, si può dire che Marino ci aveva visto giusto sulle qualità dei due ragazzi. Rosa puntellata da un altro ottimo giovane, il portiere Taglialatela. Quell’Avellino era tra le squadre più accreditate al ritorno in Serie A, ma fu una stagione travagliata e chiusa con una salvezza ottenuta solo all’ultima giornata, con cambio di allenatori, con Adriano Lombardi, storica bandiera biancoverde a sostituire Sonetti alla 23^ giornata.

Ravanelli arrivò ad Avellino a 21 anni. Prima esperienza lontano da casa. Arrivava come una giovane promessa, ma già dall’impatto in Irpinia, “Penna Bianca” capì che sarebbe stata un’esperienza difficile. Le pressioni di una piazza calda ed esigente e desiderosa di tornare in Serie A, furono troppo alte, non solo per Ravanelli. L’attaccante perugino pagò a caro prezzo anche le aspettative nei suoi confronti.

Inizialmente, Sonetti concede la maglia da titolare a Ravanelli, sia nella gara di Coppa Italia che nelle prime tre gare di campionato. Contro il Pisa entra ad inizio ripresa, gioca titolare a Trieste,  subentra a gara iniziata ad Ancona, partendo titolare anche a Catanzaro (ottava giornata), in quella che sarà la sua ultima gara in biancoverde, ma di reti, nulla. Anzi, in campo sembrava un oggetto misterioso. Dov’era quel ragazzino capace di segnare oltre 40 gol in Serie C a Perugia. Ad ottobre 1990, allora, l’Avellino decide per il prestito, capendo che evidentemente il ragazzo non è pronto, e parcheggia Ravanelli nella vicina Caserta; in coppia con Campilongo firma 12 reti con la Casertana in Serie C1, che termina la stagione nelle zone alte della classifica, sfiorando la clamorosa impresa della promozione in B. A quel punto Pierpaolo Marino è convinto che il ragazzo possa tornare in Serie B e lo riporta in Irpinia nell’estate 1990. Ma la storia si ripete. Ravanelli è giù di morale, fa il pre campioanto con l’Avellino, affidato al professore Francesco Oddo (lo stesso tecnico che nel 2005 fece vincere la finale playoff con il Napoli, ma quella è un’altra storia). Solo due gare in Coppa Italia per lui, poi a fine agosto 1990 la cessione definitiva alla Reggiana, sempre in Serie B.

Così parlerà Ravanelli in una recente intervista a Vieni da Me su Rai 1: “Laggiù non stavo bene, non riuscivo ad esprimermi, sbagliavo le giocate più elementari, non segnavo un gol neppure nelle partitelle d’allenamento. Volevo lasciare, mi consultai con mio padre. Mi volevano bene ad Avellino, i compagni di squadra, come Amodio e Gentilini, mi dicevano che era assurdo rinunciare alla B. Ero uno dei pochi scapoli, vivevo a Mercogliano, una vita difficile per chi come me era senza famiglia, alla prima esperienza lontano da casa. Marino fece il possibile per trattenermi, ma io volevo una squadra del Nord. Anche per ragioni di vetrina, e difatti passai alla Reggiana. Sono rimasto all’Avellino due mesi, poi sono scappato, sono stati  due mesi da incubo, ma ad Avellino ho imparato ad essere uomo”.  

Ravanelli chiuse quindi la parentesi Irpina con appena sette presenze, più tre in Coppa Italia, senza segnare l’ombra di un gol o andarci vicino. Arrivato con tante speranze, l’attaccante lasciò Avellino con l’etichetta di “bidone”, ma la storia è pronta per essere riscritta e che storia.

Ravanelli e la “vendetta” sui lupi alla Reggiana

Il giovane Ravanelli a Reggio Emilia rinasce. Due stagioni in Serie B per lui con gli emiliani ed ecco che subito, il 25 novembre 1990, Ravanelli fa pagare subito il suo conto amaro all’Avellino. Il giocatore aveva già segnato 2 gol in Serie B, dimostrando che quella categoria poteva benissimante farla. Al Partenio il ragazzo viene accolto tra fischi e insulti di scherno, “il solito vai a lavorare”, “sei un bidone” ecc. Ed ecco che col punteggio destinato a finire 1-1, Ravanelli, a pochi minuti dalla fine, insacca il gol del 2-1 per la Reggiana. Finalmente un gol di Ravanelli al Partenio, sì, ma da avversario. L‘Avellino perse 2-1 e Ravanelli si prese la sua rivincita. Il giocatore metterà a segno ben 16 gol quella stagione, arrivando settimo con la Reggiana. Nella stagione 1991-92, altra grande stagione con i granata emiliani, che per un soffio sfiorò la Serie A e la sua carriera svoltò. L’Avellino, invece, al termine della stagione 1991-92, dopo 20 anni, retrocesse in Serie C. La vendetta di “Penna Bianca” era compiuta.

Ravanelli alla Juve e il secondo gol al Partenio

Estate 1992. La Juventus che prova a risorgere dopo stagioni negative, per 3 miliardi di lire strappa il giovane attaccante alla Reggiana. Il giovane Fabrizio corona il suo sogno: giocare nella squadra per cui tifava da sempre. La Juve all’epoca era guidata da Trapattoni, alla sua seconda avventura (poco fortunata) alla vecchia Signora. Ravanelli arrivò come sesta scelta alla corte di Madama, con gente del calibro di Roberto Baggio, Vialli, Moller e Casiraghi. Ravanelli riesce comunque a contribuire a qualche successo, soprattutto alla Coppa Uefa 1992 vinta contro il Borussia Dortmund. Il giocatore, nella stagione successiva viene riconfermato, nonostante l’addio del Trap, ma il popolo bianconero lo vedeva solo come un buon gregario, una riserva. La svolta di “Penna Bianca” arriva nel 1994. Sulla panchina juventina arriva Marcello Lippi e complice una rivoluzione societaria, cambiano tante cose. Il tecnico viareggino predilige uno schieramento a tre punte: con i fissi Vialli e Roberto Baggio, un posto a turno se lo giocavano Ravanelli e un giovanissimo Del Piero, appena preso dal Padova. Ma Ravanelli trovava sempre maggiore spazio, visto a che le sue doti votate al “sacrificio”, che lo vedevano spesso ricorrere avversari anche in difesa, una abilità che dirà Penna Bianca, imparata anche in quei mesi orribili ad Avellino.

La stagione 1994-95, vide la consacrazione di Ravanelli che giocò circa 54 partite e contribuì con 31 gol alla vittoria di Scudetto (dopo 9 anni tornò a vincerlo la Juve, il più grande digiuno della storia bianconera) e la Coppa Italia. Juve che nel 1995 arrivò anche alla finale di Coppa Uefa, persa contro il Parma, avversario quell’anno sia in campionato, sia in coppa Italia e in Europa. In ambito europeo la spuntarono i ducali. Ravanelli ormai non era più il brutto anatroccolo, il gregario di lusso, il bidone visto ad Avellino. Era un attaccante di livello europeo. Il suo sacrificio, la sua dedizione, lo hanno spinto a superare i limiti e a sfondare. Iniziò anche a festeggiare a modo suo i gol, mettendosi la maglietta in faccia ad ogni gol e correndo all’impazzata.

La Juve ormai era pronta nel 1995-1996, a fare il grande salto, a vincere la Champions League, mettendosi alle spalle quella dolorosa pagina dell’Heysel del 1985. Juve che cambiò ancora nell’estate 1995, decidendo di puntare tutto su Del Piero, cedendo Roberto Baggio al Milan. Il tridente Vialli, Ravanelli, Del Piero, fu una mossa vincente di Lippi. Quella stagione 1995-96 per quella Juve, iniziò da uno stadio “familiare” ma non molto amico di Ravanelli. Lo stadio Partenio. Coppa Italia, l’Avellino neopromosso in Serie B con Boniek in panchina (a proposito degli intrecci con la Juve), ospitava la Juve campione d’Italia. Era il 30 agosto 1995. La partita finì 4-1 per la Juventus (QUI IL VIDEO DI QUELLA PARTITA), dopo un primo tempo però molto equilibrato. E la rete del 2-1 juventina fu dell’ex Ravanelli. E che gol: un tiro a giro di sinistro da fuori area che fece rimanere di stucco il Partenio. Ma come? Davvero era lui quel ragazzo impacciato che solo 2-3 anni prima arrancava con i colori biancoverdi addosso? Sicuramente l’attaccante avrà pensato a quei mesi amari ad Avellino quando avrà esultato a quel gol. Un gol che sembra esorcizzare ogni paura, ogni male lingua, ogni dubbio.

Ravanelli, da “bidone” alla cima d’Europa

Da lì a 8 mesi, Ravanelli fu protagonista assoluto con la Juve. Nel dicembre 1995 si classifica al 12º posto nella classifica del Pallone d’oro della rivista francese France Football e al 9º nel World Player of the Year dell’inglese World Soccer.

Nel gennaio 1996 partecipa alla vittoria della Supercoppa italiana, l’ultimo trofeo nazionale che ancora mancava alla bacheca bianconera, conquistata nuovamente a spese del Parma. Lo scudetto quella stagione sfuggì, lo vinse il Milan. Ma la Juve avrebbe assaporato finalmente la gioia europea, quella più grande. Ravanelli è tra i protagonisti della squadra vincitrice della Champions League: nella finale di Roma del 22 maggio 1996, contro i detentori del trofeo, gli olandesi dell’Ajax, Ravanelli realizzò da posizione impossibile il gol del momentaneo vantaggio poi pareggiato da Litmanen, in una partita infine vinta dai piemontesi ai calci di rigore. Fu una gioia immensa, la Juve cancellava quella vittoria dell’Heysel.

Alla fine di questa stagione, che gli varrà una seconda candidatura al Pallone d’oro e soprattutto la consacrazione definitiva. La resurrezione di un giocatore umile, che ha fatto tanta gavetta e che è esploso, quando tutti lo davano per bollito e per finito. Ravanelli non riuscì a salire sul tetto del mondo, con la Juve, perchè venne ceduto la stessa estate al Middlesbrough, in Inghilterra, fu l’ennesima delusione di un ragazzo mai fuori le righe, ma forse mai apprezzato completamente. Ravanelli sveste la maglia bianconera dopo 160 partite e 68 reti, e aver messo in bacheca tre titoli nazionali e due internazionali.

Gli ultimi anni e ultime rivincite

Ma lo abbiamo visto, Fabrizio è un ragazzo che sa rispondere sul campo a chi non crede in lui. Lo sa bene l’Avellino e anche a quella Juve, riserberà un bel regalino. Nella stagione 1999-2000, dopo essere tornato dal Marsiglia, vestirà la maglia della Lazio e sarà protagonista dello storico scudetto dei capitolini, vinto nel maggio 2000 proprio a spese della Juventus. La Juve, passata poi ad Ancelotti, si fece rimontare ben 9 punti in 5 giornate dai biancocelesti e naufragò, in tutti i sensi, ricordate dove? Allo stadio “Renato Curi” di Perugia, quello stadio dove Ravanelli iniziò da bambino, quello stadio che lo ha coccolato, lo ha lanciato nel calcio, ha creduto in lui. Ora quella gente, gli regalava una bella soddisfazione, battendo quella Juventus tanto amata, ma che non aveva creduto al massimo in lui. In quel nubifragio, la Juve perse uno scudetto che sembrava ormai cucito sulle maglie e Ravanelli si prese una grossa soddisfazione con la Lazio. Con i biancocelesti vincerà anche la Supercoppa Italiana, prima di chiudere la sua carriera dove tutto ha avuto inizio, nella sua Perugia. Lo aveva promesso al padre, che nel frattempo era scomparso. Si ritirò nel 2005.

Quel padre però lo aveva visto crescere, soffrire, passare per bidone e risorgere tante volte. E’ la storia di Ravanelli, un ragazzo umile, determinato, semplice, che non la determinazione ha saputo rinascere più volte, quando sembrava che non potesse mai farcela.

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