Facce da sindaco, consigli per i candidati. E per gli elettori…

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Mitragliate di manifesti elettorali sui muri, con facce che si commentano da sole; strade incatramate di fresco, inaugurazioni a destra e a manca; la solita sfilza di promesse in perfetto stile ‘vorrei ma non posso’. Passando in macchina tra paesi e città, la coda dell’occhio coglie solo una gigantesca slide rosa Piggy. Le strade si sporcano di volantini con la faccia del candidato, che ritrovi poi nella buca delle lettere, nei messaggi di posta elettronica, in nuove misteriose richieste di amicizia su Facebook.

Candidati con la faccia da detenuto recidivo

Vedo un tipo fotografato con occhiali da sole, catena d’oro al collo e faccia da detenuto recidivo; un altro che ride col pollice alto in segno di vittoria, contro un fondale stile Seychelles. Uno sfondo simile compare dietro la foto di un giovane che recita slogan dalla banalità improferibile; il viso ritagliato di fretta col Photoshop, la faccia da defunto su una prece.

I candidati e la fregola di offrire caffè

Se questa è la cura profusa per vendere la propria immagine, figuriamoci quale sarà quella che dedicheranno questi individui alla cosa pubblica una volta eletti. La data si avvicina. I candidati, quasi tutti con facce da smile e scarpini da matrimonio di borgata, spuntano all’improvviso solo in questi giorni. Prima non sapevi neppure chi fossero, o che addirittura esistessero. Come lumache alle prime piogge, li vedi arrampicarsi con le loro bave dappertutto. Li incontri al centro della piazza la domenica mattina: di punto in bianco ti salutano, loro che non ti hanno mai guardato in faccia. Ti sorridono, ti chiamano, ti vogliono offrire il caffè per forza anche se tu non lo vuoi, perché lo hai appena accettato da qualcuno come loro. E allora se non vuoi il caffè ti vogliono offrire un dolce, un aperitivo, e se proprio non lo vuoi tu lo vogliono offrire agli amici che stanno lì con te.

Consigli per i manifesti elettorali

A proposito di manifesti elettorali, inviterei tutti i candidati a studiare attentamente la fisiognomica posturale prima di farsi fotografare. Per esempio, suggerirei di evitare occhiali da sole e braccia conserte. Il messaggio per l’elettore è chiaro: ‘Io non ti vedo, e con te, a cose fatte, non avrò più nulla a che fare’. Eviterei anche la nonchalance con la quale il candidato finge di camminare con la giacca in spalla, come se stesse andando a fare una passeggiata nel parco. Sarebbe meglio farsi ritrarre con stivali da guado o equipaggiamenti da arrampicata.

Sotto elezioni meglio non farsi vedere

La situazione è tragica, e il lavoro che li aspetta è tra i più penosi. Sotto elezioni, io meno mi faccio vedere in giro e meglio sto. Se io non mi occupo della politica, la politica si occuperà di me: ma ne siamo proprio sicuri? Lo ammetto: la politica – da decenni lontana da qualsiasi integrità ideologica, oltre che da una pratica coerente e fattiva a favore delle comunità – non mi piace, non mi interessa e non mi vedrà coinvolta mai in nessun ruolo. Mai come sotto elezioni, i candidati di ogni schieramento si spendono in proclami e promesse votati alla più spietata demagogia. Alcuni ovviamente sono dotati pure di buon senso; peccato che una volta eletti, quasi nessuno di questi proclami troverà attuazione, ma è storia nota.

La politica del singolo cittadino

Io credo più banalmente nella politica del singolo cittadino, e cioè nella pratica quotidiana di chi, a prescindere da orientamenti o appartenenze di sorta si impegna – per quelle che sono le proprie capacità e possibilità – a realizzare qualcosa di buono per il territorio nella direzione di una crescita comune, invece che di iniziative volte a protagonismi di circostanza e a proclami a cui ormai non credono più nemmeno i polli.

Arte e politica a distanza di sicurezza

Non credo addirittura opportuno che un artista debba assumere un ruolo politico. L’arte deve osservare le cose da una certa distanza, per mantenere uno sguardo chiaro oltre l’orizzonte sempre confuso delle contingenze. Esiste l’arte d’impegno politico e sociale; è un’arte che prende posizione e si schiera. È sempre esistita ed io la rispetto, ma non è l’arte che sento e per la quale ho speso tutta la vita, che mi ha donato negli anni ampi spazi di libertà individuale, e che perciò difendo. Se nella mia vita di donna e di artista avessi accettato tutte le possibilità che mi sono state offerte di volta in volta da compromessi di tipo politico, forse avrei realizzato molto altro. Ma ho scelto di restare dove sono nata. Vivere qui mi è faticoso, ma il poco che ho costruito è frutto solo del mio impegno, del mio sacrificio e forse di un poco di talento ricevuto in dono. È probabile che io abbia realizzato poco, che il mio cammino sia più lento, ma questo poco per me è molto perché libero e onesto, e non lo cambio per nient’altro ottenuto per vie differenti. Rigare dritto ogni giorno, pregare di riuscire a fare un poco di bene, lavorare con tenacia restando umili e coerenti, pregando soprattutto di imparare a dare più che a ricevere, a me pare già una grande rivoluzione.

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