Fai “ciao” a Monna Lisa: la realtà aumentata ci spalanca le porte dell’invisibile

4' di lettura


Non esiste esperienza – concerto, mostra, spettacolo teatrale, cinema, evento sportivo, – perfino manifestazione religiosa – che non sia vissuta e partecipata attraverso la “mediazione” della moderna tecnologia.

Reti invisibili 

Siamo circondati dai reti invisibili di informazioni sempre a nostra disposizione, così sperimentiamo nuove forme di apprendimento e di condivisione della cultura che ci consentono di superare i nostri limiti e di aumentare la realtà.

Uno spostamento nella pratica e nel senso poiché i nostri riferimenti, fino a poco tempo fa solidi, sono sempre di più incorporei e la nostra esperienza quotidiana mediata da device intelligenti che amplificano i nostri sensi.

Le nuove tecnologie digitali danno vita a scenari completamente nuovi anche nel campo dell’arte: App che ci introducono nei musei di tutto il mondo, stampanti 3D che ricostruiscono monumenti ormai distrutti, dispositivi. indossabili (occhiali, visori) che aumentano il nostro grado di percezione.

Oltre i sensi… il senso?

Visitare una mostra oggi è una esperienza ibrida in cui la tecnologia è onnipresente, ma è al tempo stesso invisibile.
Video-installazioni, sofisticati sistemi di multi proiezione, musiche suggestive, fragranze olfattive, informazioni sulle opere in tempo reale ed esplorazione delle stesse. Non ci limitiamo più ad attraversare nel senso di calpestare: lo spazio acquisisce una dimensione nuova e una nuova essenza; integrato con la tecnologia e in grado di dialogare con le persone diventa “ambiente” sensibile al passaggio dell’essere umano.

La distinzione tra fisico e digitale non è più possibile, una sfera è contaminata dall’altra senza soluzione di continuità. Un approccio che rivoluziona il rapporto tra visitatore e beni culturali.

Progresso o scempio? Sono le interfacce, ponte tra noi e il mondo digitale che ci consentono di vedere l’invisibile. Come per ogni altro dibattito, ci sono Apocalittici e Integrati di Echiana memoria ovvero gli entusiasti del nuovo mezzo e gli scettici. Per i primi, al di là delle potenzialità tecniche e degli effetti speciali, la rete ha liberato la cultura mettendola a disposizione di tutti e un patrimonio artistico accessibile è un primo passo verso un mondo inclusivo e civilizzato.

Arte democratica?

Quasi tutte le gallerie oggi propongono itinerari tattili studiati appositamente per le persone con disabilità, sistemi di navigazione usabili per offrire un’esperienza di qualità a tutti. Questi percorsi inclusivi, personalizzati ed interattivi hanno sostituito da tempo la vecchia audio-guida e chissà che non sostituiscano anche le guide turistiche in carne ed ossa (oggi che recarsi fisicamente in un museo non è più indispensabile ma è possibile visitarlo da casa in modo semplice e gratuito!). Gli apocalittici invece, rimpiangono il fascino di una stanza vuota, una sedia e la possibilità di fissare un Caravaggio per ore, in silenzio, lasciandosi ispirare dalla bellezza.

C’è da capire se siamo di fronte ad un impoverimento di significato o ad una nuova educazione artistica, se la locuzione “arte democratica” in fondo sia un ossimoro e se, come sosteneva Alfred Hitchcock, l’arte viene prima della democrazia (basti pensare alla riproducibilità e condivisione dell’arte nell’era dei social network).

Lost in translation: qualcosa si perde nella traduzione dell’arte mediata dalla tecnologia?
Il dibattito è affascinante per la natura di per sé ambigua dell’opera d’arte che, come sosteneva Umberto Eco, prevede già una pluralità di significati dietro un significante. Ma cosa accade oggi che sono i significanti a moltiplicarsi?

Monnalisa ci fa ciao o ci dice addio?

Il significato (messaggio dell’artista) ci giunge attraverso il significante (forma estetica dell’opera d’arte); la tecnologia interviene sul significante amplificandolo. Ma la forma è il limite che il genio si impone per dire ciò che sente: il digitale supera questo limite, l’arte classica diventa suono, luce, movimento e si apre ad una varietà di interpretazioni che vanno ben oltre le intenzioni dell’artista (è quello che accade ad un testo tradotto: è sempre “altro” rispetto al- l’originale!).

Scomporre l’opera per poi ricomporla, raccontarla in tante sfaccettature diverse è una rappresentazione caratteristica della società che viviamo: esaltata, veloce, bulimica di stimoli.

Una forma espressiva interessante se è vero che, come sostiene il filosofo Gianni Vattimo, “Il valore dell’opera d’arte si verifica non tanto nella sua bellezza estetica ma nella sua capacità di stimolare e suscitare un processo, infiniti processi di interpretazione e cioè discorsi”.

Le icone che circondano il visitatore in una esperienza immersiva, riprodotte sul pavimento, sulle pareti, sul soffitto, sono dei falsi, come le repliche multimediali delle opere ricostruite in 3D che con l’ausilio di particolari tecnologie per l’interazione prendono vita. Può capitare di trattenersi a chiacchierare con la Monna Lisa di Leonardo da Vinci ed è una esperienza disorientante, un gioco di specchi, con le parole di Virgil Oldman eccentrico battitore d’aste de “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

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