Fantasmi in Irpinia: storie di amanti, veleni e amori impossibili

Fantasmi in Irpinia: storie di amanti, veleni e amori impossibili
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Le storie di fantasmi, in Irpinia, si fondono quasi tutte con i castelli. Teatro naturale di leggende e racconti popolari, spesso dominati da amori impossibili o recisi dall’invidia e dalla sventura. Dopo aver parlato di lupi mannari e Janare, oggi ci occupiamo proprio di spettri in provincia di Avellino.

Rocca San Felice: il fantasma di Margherita

C’è chi dice di aver visto una dama bianca aggirarsi nei dintorni del castello di Rocca San Felice. A passo leggero, accompagnata da lamenti di dolore alla ricerca dell’amore perduto. Strappato via da un padre troppo severo. Il fantasma è quello di Margherita D’Austria, moglie di Enrico II di Svevia, figlio dell’imperatore del Sacro Romano Impero Federico II. Il sovrano, che riteneva il figlio un traditore per aver appoggiato dei feudatari tedeschi che chiedevano altri terreni, fu punito con una prigionia ai confini del vasto impero. Enrico viaggiò di paese in paese, spesso seguito da Margherita e dai figli che non volevano lasciarlo solo. Fra le fortezze “visitate” dal re ci fu proprio Rocca San Felice, dove Enrico rimase dal 1236 al 1242.

Prima di trasferirsi in Calabria dove, durante una sventurata gita a cavallo, precipitò da un burrone e morì. Margherita, non informata della sua morte, andò a cercarlo proprio a Rocca San Felice. Dove fu vista dagli abitanti del posto mentre vagava, intorno alle mura del castello, alla ricerca del suo amato che non sarebbe più tornato. E il fantasma abita ancora quei luoghi. Nelle notti di plenilunio lo spettro triste e vestito di bianco, si aggira fra i sentieri abbandonati di Rocca San Felice.

Gli amanti di Avella

Un’altra storia di un amore tormentato arriva dal comune di Avella. Protagonista un principe persiano che si nascose in Irpinia per allontanarsi dall’ira della famiglia reale. I genitori non gli perdonavano di aver preso in moglie una giovane contadina, sottraendosi ai doveri imposti dal suo rango che consigliavano, invece, delle così dette nozze di convenienza.

I due ragazzi, entrambi bellissimi e cordiali, conquistarono presto la comunità irpina. E, grazie proprio alla cordialità e a una buona quantità d’oro, riuscirono a farsi aiutare dai giovani del posto nella realizzazione di un castello.

Tutto suggeriva l’inizio di una splendida fiaba, riscaldata da un amore vero e genuino. Ma – presto – la ragazza cominciò a deperirsi e avvertire uno strano malessere. Una misteriosa malattia la stava consumando. C’è anche chi ipotizzava che fosse stata avvelenata, da qualche sicario pagato dalla famiglia del principe. Nessun medico riuscì a curarla e la giovane si spense fra le braccia dell’amato.

Il principe, distrutto dal dolore, decise di lasciare per sempre quella terra che, nonostante l’ospitalità degli avellani, ormai per lui rappresentava solo l’amore distrutto. Ma – mentre si stava allontanava dal castello – una voce misteriosa attirò la sua attenzione. Un’ombra gli chiedeva di seguirlo. La donna amata?

Il principe cadde da cavallo e, prima di svenire, vide un panno sporco di sangue che gli ricordava: “Ci ameremo per sempre”. Quando aprì gli occhi di fronte a lui c’era una tomba vuota. Il ragazzo non si spaventò. Ora era tutto chiaro, era lei, lui si lasciò cadere. Gli avellani, intorno al castello, piantarono semi d’agave, detta anche “miria” o invidia per un sentimento raro come l’amore che animava i due ragazzi. Ancora oggi c’è chi dice di vedere la coppia che passeggia intorno al castello. Sussurri o canti di chi aveva superato tutto per amore, perfino la morte.

I fantasmi disperati della Torre di Bonito

Meno romantica è la leggenda che ammanta di mistero la torre di Bonito. Una costruzione che risale all’anno 1130. Fatta erigere da Guglielmo Gesualdo per sorvegliare le valli circostanti dall’assedio dei nemici. Secondo la leggenda, nella torre, c’era anche una ruota per le torture destinata ai sudditi infedeli o particolarmente disubbidienti al sovrano. Ancora oggi c’è chi dice che – da quei ruderi – provengano lamenti strazianti. Proprio quei prigionieri torturati dall’antenato di Carlo Gesualdo, sovrano celeberrimo per i suoi madrigali e per il brutale omicidio della moglie infedele Maria D’Avalos e dell’amante di lei Fabrizio Carafa. Un delitto – anche quello – legato al fantasma di Maria che ancora si aggirerebbe nei pressi dell’obelisco di Piazza San Domenico Maggiore  a Napoli. Ma questa è un’altra storia.

Lavvelenatrice di Melito Irpino

La leggenda del fantasma della cortigiana Porzia, che ammazzava gli amanti col veleno, è ancora viva fra gli anziani abitanti del paese di Melito Irpino. Porzia era una donna bellissima e sensuale. Sposata con il nobile Goffredo, per ragioni di convenienza, aveva presto iniziato a tradirlo. Fuori e all’interno del maniero. Fino a quando le sue avventure amorose aveva iniziato a popolare le chiacchiere degli abitanti di Melito Irpino, arrivando anche alle orecchie di Goffredo.

Pazzo di gelosia il nobile fece rinchiudere Porzia nella torre del castello, prima di commissionarne l’omicidio ad alcuni sicari. Ma lo spirito della bella cortigiana, esperta anche di magia e filtri d’amore, è sopravvissuto ai secoli. Fino a oggi quando, soprattutto nelle tiepide mattine di Primavera, c’è chi dice di averne scorto il fantasma fra i ruderi del castello di Melito Irpino.

Castello di Lauro (Foto Tripadvisor)

I fantasmi del castello Lancellotti a Lauro

Il castello di Lauro è famoso, oltre che per l’imponenza e la bellezza, anche per le storie di fantasmi. A partire dalla dama temuta dalla famiglia Pignatelli che abitava il castello. Una donna, vestita di bianco, appariva ai maschi del casato. E – dopo averne indicato uno – sorrideva perfida. O, a volte, popolava anche gli incubi dei nobili del castello. Un presagio di sventura al quale seguivano morti violente o inspiegabili. Un altra storia è legata alla sala da biliardo che si dice fosse abitata dai fantasmi. Diverse presenze sono state notate in quell’ala del castello nel corso degli anni. Annunciate da un urlo terrificante di donna. Forse una guardarobiera che rimase carbonizzata nel rogo del castello che, nel 1799, fu incendiato dai dai francesi. La donna si trovava proprio nella sala del biliardo misteriosamente sopravvissuto al rogo.

 

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