Festa dell’Europa. Il Cse, la cultura e la società europea per costruire il futuro

Oggi si festeggia l'Europa. Ne abbiamo discusso con Massimo Pendenza, direttore del Centro Studi Europei



7' di lettura

Il Centro Studi Europei (CSE) promuove e valorizza la ricerca sulla società, la storia, la politica, le istituzioni e la cultura europea, mettendo assieme le conoscenze di docenti, ricercatori, assegnisti, cultori della materia, dottori e dottorandi di ricerca, di diverse aree disciplinari del Dipartimento di Studi Politici e Sociali (DiSPS) dell’Università degli Studi di Salerno. Esso si propone inoltre di sviluppare e favorire contatti con enti, fondazione e Centri in altre università nazionali ed internazionali interessati alle questioni oggetto di ricerca da parte del Centro e di promuovere lo scambio di ricercatori tra di esse.

Oggi cercheremo di capire meglio cos’è e cosa fa il Centro Studi Europei parlando con il professore Massimo Pendenza, Direttore del CSE.

Come nasce il CSE, quando e perché?

Il CSE ha una lunga gestazione. Nasce innanzitutto dai miei interessi di studio sull’Europa, maturati nei primi anni Duemila, quando partecipai, come giovane ricercatore, ai progetti PRIN finanziati dal Ministero e dedicati alla sociologia dell’Europa. Erano progetti promossi e diretti da maestri in questo campo, Vittorio Cotesta e Gianfranco Bettin Lattes, da cui molto ho appreso. Poi, all’Università di Salerno, dove insegno da XX anni, ho alimentato questi interessi fino a coinvolgere colleghi, ricercatori, dottorandi, e dando vita, nel 2011, a una “casa comune”, a un progetto istituzionale che oggi ha già 9 anni e che è molto cresciuto. Le sue finalità sono molteplici, ma, a voler esser sintetici, l’obiettivo di fondo del CSE è questo: promuovere, nelle forme più diverse, gli studi sull’Europa nelle scienze sociali, specialmente in sociologia, dove i temi europei, tranne rare e per questo ancor più significative eccezioni, non hanno ricevuto una adeguata attenzione, nel panorama sia italiano che internazionale. Pensi che il CSE è l’unico centro studi sull’Europa a carattere sociologico nel sud d’Italia, e uno dei pochissimi in Italia. Per rendersi conto di quanto sia urgente uno sforzo come quello che da anni il CSE sta portando avanti, basti pensare che oggi l’Europa è lo scenario più rilevante entro il quale si giocano le chances di vita di ciascuno noi, e tale rilevanza non può essere ignorata dalla sociologia per sua stessa definizione, come purtroppo mi pare sia accaduto.

Dove avete sede e come vi finanziate?

Il CSE è un organismo dell’Università di Salerno, incardinato presso il Dipartimento di Studi Politici e Sociali. Ha una propria sede, con un ufficio e una piccola biblioteca in costante aggiornamento. Si finanzia con le risorse economiche derivanti da ricerche e da devoluzioni del Dipartimento e dell’Università per iniziative culturali. Dal 2014, il Centro ha implementato due Moduli di insegnamento Jean Monnet. Si tratta di progetti cofinanziati dall’Unione Europea nell’ambito del Programma “Erasmus Plus”, volto a sostenere attività di eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca su temi relativi al processo di integrazione europea. Attualmente, stiamo ampliando le nostre collaborazioni e il raggio d’azione delle nostre progettualità, partecipando a bandi per altre linee di finanziamento promosse da istituzioni europee e internazionali, come da privati, al fine di coinvolgere, attraverso l’erogazione di borse di studio, un numero sempre maggiore di giovani ricercatori. Ma, come può immaginare, si tratta di un percorso non facile che richiede enormi sforzi.

Quali sono le principali attività e a chi sono rivolte?

Le attività del Centro sono tante, rivolte per lo più agli studiosi, ma spesso allargate alla società civile e alle scuole in particolare. Tra queste attività, va segnalato innanzitutto l’insegnamento di Sociologia dell’Europa, tenuto dal sottoscritto, rivolto a studenti della Magistrale, al quale si aggiungono i due Moduli Jean Monnet di cui le parlavo, uno del sottoscritto e l’altro del dr. Dario Verderame, membro del Centro, aperto anche a scuole e ad organismi associativi. Una delle nostre principali attività è poi la promozione di pubblicazioni scientifiche, attraverso la Collana dei Working Papers del Centro Studi Europei, fiore all’occhiello del Centro. Si tratta di una Collana in open access, dotata di codici identificativi (ISSN e ISBN per ogni numero) che ospita in seguito a referee anonimo, i contributi di studiosi italiani e stranieri interessati al tema dell’Europa. reperibile sul sito del CSE, i Working Papers pubblicano quattro saggi all’anno. Con l’ultimo appena pubblicato sono arrivati al settimo anno di fila. Poi ogni anno, il 9 maggio, il CSE promuove l’Europa Day, il giorno di celebrazione ufficiale dell’Ue, con una Lectio Magistralis tenuta da illustri studiosi. Siamo arrivati alla sesta edizione, con ospiti illustri come: Giuseppe Galasso, Mario Telò, Alessandro Cavalli, Gianfranco Pasquino, Alberto Martinelli e quest’anno Hans-Jörg Trenz, dell’Università di Copenaghen. Poi tanti seminari, come quello attualmente in corso in modalità webinar e intitolato “Back to Europe!”, e tante lezioni presso le scuole. Infine, ti segnalo la collana editoriale fondata presso Mimesi, di Milano, dal titolo “Globus. Studi sull’Europa e la società globale”.

Quali contributi avete dato negli anni alla vita sociale, economica e culturale italiana? Con quali risultati?

Certamente abbiamo animato il dibattito culturale accademico italiano, movimentando ricercatori e risorse invogliandoli a discutere di Europa. Come le ho detto, gli studi europei non godono di grande diffusione in Italia, eccetto forse per quelli politologici. Quindi lo sforzo è grande ma contiamo di arrivare a costruire una comunità ancora più vasta e inclusiva. Poi, sul territorio salernitano e campano abbiamo fatto molto. Siamo molto presenti nelle scuole, anche per scelta, nelle radio, nelle televisioni locali e partecipiamo ogniqualvolta ci invitano a parlare di Europa.

Quali sono state le iniziative che avete portato avanti negli anni e quali quelle di cui siete più orgogliosi?

Due soprattutto: l’Europa Day, unico evento dell’Ateneo salernitano, una vera e propria festa con la partecipazione, ogni anno il 9 maggio, anche delle scuole della provincia. A tal proposito, vorrei segnalare il grande apporto all’evento dato dal Liceo Statale “Alfano I” di Salerno, che da qualche anno a questa parte introduce l’Europe Day facendo suonare e cantare ai propri allievi l’inno europeo, quell’Inno alla gioia di Beethoven che quasi nessun cittadino europeo riconosce come tale. Bravissimi, davvero! Poi i Working Paper, organo di divulgazione della mission del Centro. Come le dicevo è in open access, ma arriva in anticipo ai circa 300 iscritti al CSE attraverso una newsletter. Vorrei citarle tante altre cose, che non posso menzionare per ragioni di tempo. Ogni attività svolta dal Centro comporta uno sforzo e un impegno che non meriterebbero se non valessero qualcosa.

Quanti sono attualmente i soci? Quanti nei vari territori italiani? Chi fa parte oggi del direttivo e con quali deleghe?

Il Centro ha una struttura snella. Ha un direttore, dei membri senior e dei membri junior. Non ci sono deleghe, si lavora insieme, anche se ogni attività è sempre verificata e vagliata dal sottoscritto. Poi abbiamo circa 300 iscritti, a cui facciamo arrivare la nostra voce con una newsletter scadenzata, composta da studiosi di ogni disciplina.

Qual è il vostro rapporto con le amministrazioni, locali, nazionali ed europee?

Abbiamo contatti sia a Roma che a Bruxelles, ma si tratta di rapporti del tutto personali e non istituzionali.

In quali territori il Centro Studi è più presente?

Il Centro opera in tutta Italia, dall’Università di Salerno, perché la sua comunità scientifica di riferimento è l’Italia, con connessioni all’estero.

Com’è il rapporto con le altre realtà e think – tank che operano nel vostro stesso campo? In che modo, se lo fate, collaborate?

Abbiamo una stretta collaborazione con il Centro di eccellenza Jean Monnet di Firenze, e siamo parte del progetto loro finanziato dall’Ue, intitolato SharEu. E questo grazie alla collega Laura Leonardi, che lo dirige. Poi occasionalmente ci sentiamo anche con altre realtà, non molte a dir il vero, ma perché non ce ne sono di simili.

Quali sono le iniziative o le attività che avete in mente per il futuro?

Abbiamo un sogno, pubblicare la prima Rivista italiana di sociologia dedicata all’Europa.

Qual è la situazione nel Mezzogiorno e in Italia dal vostro punto di vista? Vedete dei cambiamenti nell’ultimo periodo?

Se mi chiede un parere generale, le dico che il nostro è un Paese, come il Mezzogiorno, in cerca di buona leadership, capace, preparata, seria e di vedute di ampio respiro. Se invece mi chiede dell’Europa e dell’Italia, il mio pensiero va ai grandi europeisti italiani, Spinelli e De Gasperi in testa. Visionari realisti, che avevano capito che l’Europa è il cappello adatto alle sfide del futuro. Chissà se i nostri leader lo pensano ancora, e se non lo pensano, cosa sono disposti ad inventarsi in alternativa?

In cosa bisogna investire per migliorare?

Cultura, cultura, cultura.

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