Ghemon: Ferragosto, la Scandone e quella sera a piazza Castello…

Ghemon che ride
5' di lettura

“Di Avellino mi porto dietro la testardaggine. Quella tipica di una città che sa sempre farsi valere”. Gianluca Picariello, 37 anni, in arte Ghemon, rapper fuori dagli schemi, ha un legame viscerale con la sua città. Ci tornerà il prossimo 16 agosto, per il concerto che immagina come un’, “ideale chiusura di un cerchio”. Aperto oltre venti anni fa. Quando in un locale di Piazza Castello, oggi ancora trincerata dai cantieri, veniva presentata una sua cassetta, con il progetto SangAmaro nato insieme a Domi.

Ghemon è l’artista di punta del calendario organizzato dall’amministrazione del sindaco, Gianluca Festa, con la supervisione dell’assessore agli eventi, Stefano Luongo. Ghemon, in questa intervista a The Wam, ha parlato del suo legame con Avellino, del Sanremo vissuto da protagonista con “Rose Viola”, del periodo buio di una depressione superata con successo e, poi, del cambiamento. Una tematica sempre presente nella sua vita artistica e non solo.

Quando lo raggiungiamo a telefono l’artista è in studio di registrazione. Sta lavorando al suo nuovo album. Chiaramente nessun dettaglio, top secret.

Partiamo dal 16 agosto. Che significa per te, avellinese di nascita, esibirti in una data che rappresenta uno dei momenti più importanti della vita della comunità avellinese. Sono in tanti, infatti, anche da fuori provincia a tornare nel capoluogo per Ferragosto.

“Il concerto ad Avellino sarà l’ideale chiusura di un cerchio. Cominciato tanto tempo fa. Si può dire da quando ho iniziato a fare musica. Un fan, su Instagram, mi ha spedito un messaggio che mi ha molto colpito. Ha detto, “Io c’ero, quando il 21 aprile del 2000 hai presentato la tua cassetta a Piazza Castello”. Era il progetto SangAmaro. Da allora quanti anni sono passati. Tante sfide, tanti momenti belli e brutti. C’è stata una gavetta dura, costante ed emozionante. Un’evoluzione continua”.

Ecco, il tema dell’evoluzione ritorna spesso nei tuoi lavori. E finisce nel titolo di una tua autobiografia. “Io sono. Diario Anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle”. Quali momenti colleghi al mutare e cambiare pelle?

“In realtà non c’è un momento preciso. Il cambiamento lo collego a qualcosa di quotidiano. Essendo una persona molto curiosa e affamata di nuovi stimoli. E, appunto, di cambiamenti. Adoro sperimentare, non solo artisticamente. Cambiare pelle è quindi un approccio alla vita, significa essere versatili. Affrontare quello che ti capita con un approccio fluido”.

Ghemon foto due

Di sfide nei hai affrontate tante. Un percorso di crescita costante. Costellato anche di soddisfazioni e riconoscimenti. Quest’anno hai calcato il palco di Sanremo. Ma hai vinto anche una battaglia più complessa. Quella con la depressione, che hai avuto il coraggio di raccontare. Ed è presente nel tuo album “Mezzanotte”. Che strumenti hai sviluppato per non ricadere in quel baratro interiore?

“C’è stata prima una presa di consapevolezza. Capire che qualcosa non andava. La depressione non è certo come essere tristi. Un giorno di tristezza capita a tutti. E’ invece qualcosa di più profondo, quando superi un limite interiore ed entri in un’area di allarme. In momenti simili può essere molto utile avere un aiuto qualificato. E poi trovare una strada che, nel mio caso, è stata la musica e quello che stavo facendo”.

In tanti tuoi testi, fai riferimento alla gavetta e a questa tenacia fondamentale per ottenere, passo dopo l’altro, il proprio posto nel mondo. Costruire il sogno in cui si crede e per il quale si è sudato tanto. Quale è stato il tuo punto “di rottura”, quando hai detto ce l’ho fatta?

“Non c’è un episodio specifico. Anche perché tutto quello che ho ottenuto, l’ho raggiunto un passo alla volta. Una gavetta che continua ogni giorno. Io sapevo, da molto piccolo, che avrei voluto fare questo nella vita. A casa non avevamo musicisti, certo la musica l’ascoltavamo ma nessuno la suonava per mestiere. Eppure, ho capito che questa era la mia strada. Così, non ho mai smesso di crederci e di lavorare. Alzando l’asticella, dopo ogni risultato”.

Cosa reputi una sconfitta e un fallimento?

“Produrre qualcosa di cattivo, si può dire? (Ride). Intendo un lavoro che non mi rispecchi. Non deve essere bello in senso commerciale. E’ un discorso di bellezza incentrata su quella che reputo una musica di qualità. Che segua il filo rosso delle mie sensazioni e della mia espressione. Una musica che sento mia davvero, insomma”.

Avellino, per te, è sinonimo di testardaggine. Ne parlavamo prima. In che senso rappresenta questo tuo ideale di determinazione?

“Avellino è una città di provincia che sa farsi valere. L’espressione di tutti quei paesi che, nonostante il terremoto, si sono rialzati. Dopo essere stati spazzati via, hanno ricostruito la propria identità un pezzo alla volta, senza mai mollare. La fierezza dell’essere irpini e di resistere anche alle difficoltà più insormontabili”.

C’è un collega di redazione che insisteva molto per questa domanda. E’ un tasto dolente, te l’anticipo. So che sei un grande tifoso dell’Avellino Calcio e della Scandone. Che pensi di questa situazione vissuta dalla palla a spicchi, con la società retrocessa in Serie B?

“Non posso che essere triste. Perché una squadra come la Scandone è un patrimonio di Avellino e della provincia tutta. Forse un patrimonio di cui, anche qualche avellinese, non ha capito il reale valore. La squadra in serie A era un riscatto per la città tutta, creava attrattiva e indotto. Non posso che augurarmi che intervenga qualcuno per farla rinascere. La città ha bisogno dello sport sano, che crea aggregazione. Un tipo di sport che è anche cultura e senso di appartenenza. E non può scomparire. Sono un tifoso anche dell’Avellino Calcio e non posso che augurarmi che la squadra faccia bene”.

Rose Viole”, il brano che hai portato a Sanremo, ha raccolto tante critiche entusiastiche. Un pezzo che è emblematico della tua maturità artistica. Cosa rappresenta per te Sanremo e cosa hai provato?

“L’ho vissuta come la riprova che la gavetta che avevo fatto aveva avuto un senso. Me la sono goduta. E, con questa consapevolezza, posso dirti che è stato semplice e naturale esibirsi. Un grande palcoscenico”.

Mi hai detto che sei nello studio di registrazione. A lavorare al tuo nuovo album. Qualche anticipazione?

“Non posso. Ma ho sensazioni positive”.

Entra nel gruppo di WhatsApp e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!
Iscriviti al bot di Messenger e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!