Giallo Avellino: caffè, motori e quella foto del testimone. Cap V

Giallo Avellino: caffè, motori e quella foto del testimone. Cap V


3' di lettura

(Leggi il capitolo I, il capitolo II, il capitolo IIIe il IV capitolo) Un’illuminazione improvvisa. Rizzo aveva accelerato, dirigendosi con la moto verso la Caritas. Ma gli dissero che Baldini non si vedeva da due giorni.

Arrivò a Rione Valle intorno alle 14.30. Lo zio dell’ “unico testimone”, come lo avevano subito ribattezzato i giornali, era ancora in officina. Lo rivalevano i rumori che provenivano dal garage. Un motore ingolfato.

Mario Baldini aveva gli stessi occhi stretti del nipote. Piccoli e agilissimi. Ti scrutavano dentro. La salopette era macchiata di grasso all’altezza delle ginocchia. E anche le mani erano sporche di appiccicose chiazze nere. Baldini si era da poco calato sotto un’auto a cui mancavano le ruote.

Si trattava di una Fiat Panda che – a giudicare dalla tracce sulla scocca – aveva avuto un incidente con un’altra vettura. Sulla destra dell’ingresso un lungo tavolaccio metallico che fungeva da piano di lavoro. Un vecchio portatile della Asus e degli arnesi gettati alla rinfusa.

Su un muro a sinistra c’era, in bella mostra, una foto celebrativa dell’Italia che aveva vinto i mondiali del 1982.
Baldini era un uomo di poche parole. Quando parlava i folti baffi, molto curati, vibravano impercettibilmente: “Mio nipote è uscito questa mattina”; “No, non ha detto niente dopo l’omicidio. Non credo abbia capito”; “Dovrebbe tornare tra poco”.

La moglie di Mario Baldini arrivò poco dopo. Indossava un vestito a quadri stretti. I capelli ramati, in cui si intravedevano striature bianche, erano racchiusi da un nastrino rosso.

“Entra in casa a prendere un caffè?”.

Mario Baldini ebbe un gesto di stizza. Impercettibile, ma lo tradirono quei baffi. Ancora. Rizzo se ne accorse e lo ignorò. Accettò di buon grado il caffè. Il salotto dei Baldini era ben illuminato. Il sole entrava da una porta finestra che affacciava sul giardino. Un divano a “L” rosso cremisi, un basso tavolo d’ebano nero con al centro una fioriera, un largo armadio a muro rappresentavano il resto dell’arredamento. Rizzo chiese dove fosse il bagno. Mentre attraversava un corridoio, vide una porta mezza aperta. All’interno un solo letto a muro. Una scrivania in legno e due poster con la squadra dell’Inter. Sembrava la stanza di un adolescente, doveva essere la camera di Mario Baldini.

Il capitano si infilò all’interno. In un angolo della scrivania c’era una foto incorniciata. Quattro persone in un giardino. Il ragazzo col volto contrariato e pantaloni troppo larghi doveva essere Baldini da piccolo. Quella volta non era riuscito a sottrarsi all’uscita con i genitori. Agnese era completamente diversa dal fratello. Aveva un sorriso luminoso come gli occhi grandi e limpidi. Color di giada come i folti capelli ricci. Indossava un leggero vestito azzurro che le arrivava fino alle caviglie Era una fotocopia della madre, che baciava sulla guancia Luigi Baldini, il padre di Marco, l’uomo a cui non era riuscito a dire addio.

Sugli scaffali erano ordinati decine di dischi. Per lo più cantautori italiani. Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Eugenio Finardi. Chissà se Baldini li ascoltava ancora. Non mancava neppure qualche libro. Ce n’era uno aperto anche sul letto disfatto.

“Sulla strada” di Jack Kerouac. Accanto un foglietto con una scrittura sghemba. Appunti alla rinfusa.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano… bruciano… bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno ooohh.”

L’odore del caffè arrivava fin lì. Uscì veloce come era rientrato. Diretto in bagno. Nessuno sembrava essersi accorto della sua deviazione. Una porta che si apre. All’ingresso.

“Ciao Marco”, disse la signora Baldini

Nessuna risposta. Il “testimone chiave” era tornato. Ora avrebbe presto scoperto se quell’illuminazione era esatta.

FINE V CAPITOLO

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