Attualità⚡ Vai in versione lampo ⚡

Giallo Avellino, omicidio in centro: fermato un immigrato Cap III

0
4' di lettura

(Leggi il capitolo I e il capitolo II) Abasi Diarra, 24 anni, senegalese, di italiano capiva poco o nulla. Venti parole in croce, al massimo venticinque. Continuava a gesticolare animatamente. E a dire che no, lui non aveva ucciso nessuno. Ma il gip non ci avrebbe mai creduto, lo sapeva bene. L’arresto in carcere venne confermato.
(Questo è il terzo capitolo di un romanzo a puntate che pubblicheremo ogni domenica su The Wam)

Quando l’avvocato Nicotera tornò a casa, sapeva che quella rogna era più grande di lui. Il giorno dopo ci sarebbe stata l’autopsia di Margherita Pesce, trovata strangolata nel suo appartamento di via Duomo.

Quel ragazzo africano era stato fermato dopo che una vicina si era recata in caserma e aveva raccontato di aver visto un ragazzo allontanarsi velocemente dalla casa di Margherita.

“Sì – uno di quelli confermò la signora – che stanno sempre davanti ai supermercati con la mano tesa”.

Il riconoscimento si era svolto tra tutti gli immigrati alloggiati nelle strutture avellinesi. La signora era indecisa fra Diarra e un altro ragazzo che aveva più o meno la stessa corporatura. Ma poi aveva aggiunto: “Quegli occhi crudeli non potrei dimenticarli”.

Certo, sarebbe stato bello capire come dal suo balcone, che era lontano oltre quindici metri, avesse potuto vedere “quegli occhi crudeli”, mentre “Diarra si allontanava velocemente”. Ma al momento questo non aveva importanza. Anche perché quel 24enne aveva un precedente fermo per detenzione di stupefacenti. Pochi grammi di hashish che però avevano consegnato, all’opinione pubblica, il profilo del perfetto assassino. Uno di quelli che la giustizia italiana aveva lasciato libero, a causa di un personale giudiziario non adeguato.

Il ministro dell’Interno aveva scritto proprio così sulla sua pagina facebook. La storia di Avellino era diventata nazionale.

Proprio una gran rogna. Si versò del succo di arancia che aveva in frigo. E si ricordò di non aver fatto la spesa. Da quando Anna se n’era andata, se ne scordava spesso. Andò in bagno per sciacquarsi la faccia prima di scendere. Lo specchio, sopra il lavandino, gli restituì un profilo che rivelava molto più dei suoi trentacinque anni.

Fra i capelli ricci e neri si facevano largo cespugli bianchi. E le occhiaie marcate rivelavano le ultime notti insonni. Nicotera non dormiva bene e, spesso, era tormentato da incubi legati alla sua paura degli spazi chiusi.

A volte immaginava di restare bloccato per ore in una stretta ascensore che ricordava, pericolosamente, quella del palazzo di giustizia di Avellino dove più persone erano rimaste chiuse davvero. Continuava a urlare ma nessuno arrivava a salvarlo.

Altre volte – quando apriva gli occhi – era all’interno di un grande armadio, dove da piccolo si nascondeva fino a che la madre non lo ritrovava. Dalla serratura sbirciava e contava i minuti.

“Uno”.

Sentiva le posate sbattere in cucina e la pentola che ribolliva accarezzata dal fuoco. L’odore di ragù iniziava a impregnare la cucina.

“Due”.

La mamma che canticchia. Una vecchia canzone di Massimo Ranieri che anche la nonna amava cantare. Gliel’aveva detto lei sorridendo. Chissà se lei si era già accorta che lui non era in giardino a giocare.

“Tre”

Il campanello che suona. Poi una voce maschile, la mamma che risponde. Lui è fermo sulla soglia. Entra, lei lo lascia entrare. Il tono della voce si abbassa. E lui sente la temperatura della fronte che sale. Una strana sensazione di malessere. L’aria che manca.

Si svegliava sempre con la fronte imperlata di sudore e poi non riusciva a prendere sonno. A volte andava nel salotto e si metteva a leggere alcuni fascicoli e pratiche lasciate in sospeso. Altre volte si sdraiava sul divano e fissava il soffitto. Socchiudeva gli occhi e rifletteva. I pensieri inseguivano spesso Anna. Chissà dove era ora? Tante volte pensava a come le cose sarebbero potute andare. Se lui fosse stato diverso e più disponibile. E magari lei meno rompicoglioni. Ora però quei suoi discorsi fastidiosi sul futuro gli mancavano. Sempre più spesso.

———————————————————–

Il capitano Marco Rizzo quella sera non riusciva a dormire. Luisa aveva provato a parlargli, ma non aveva ottenuto nulla e si era arresa presto. Sapeva che quando lui era così taciturno, era meglio lasciarlo solo. Lo pregò solo di non fare troppo tardi.

Rizzo sentiva che Diarra non poteva essere l’assassino. La testimonianza di quella signora, piovuta in caserma come un inatteso regalo di Natale, non reggeva. E anche il Riesame, probabilmente, se ne sarebbe accorto.

Certo, sapeva anche che al colonnello non sarebbe andata giù. Aver trovato il colpevole in meno di due giorni era meglio per tutti. Poteva riequilibrare le cose, ma Rizzo aveva una strana sensazione. E di solito non si sbagliava. Raggiunse Luisa e iniziò a baciarla. Quella notte dormirono poco entrambi.

FINE CAPITOLO III

Entra nel gruppo di WhatsApp e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!
Entra nel gruppo di Facebook e ricevi news, video e immagini esclusive. Partecipa a TheWam!

Commenti

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Potrebbe piacerti anche