Giallo Avellino, omicidio in centro: l’inferno del testimone. Cap II

Giallo Avellino, omicidio in centro: l'inferno del testimone. Cap II
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CAPITOLO II

(Leggi il capitolo I) Il capitano si fermò a pranzo nella tavola calda “Da Mario”, in via San Pompilio Pirotti. Un’osteria che da decenni serviva piatti tipici davvero deliziosi, soprattutto fusilli al sugo e quel baccalà per cui Rizzo andava pazzo.
(Questo è il secondo capitolo di un romanzo a puntate che pubblicheremo ogni domenica su The Wam)

“Un giallo – iniziava il servizio d’apertura del telegiornale – la 35enne, Margherita Pesce, è stata trovata morta nel suo appartamento di Piazza Duomo. Dove viveva da sola. A parte il suo fidanzato: i vicini che lo avevano incrociato raccontano che i due, spesso, litigavano e le urla venivano sentite da tutti”

Ah, signorina Poggi, ti hanno già fregato: pensò il capitano. Peccato che la storia del fidanzato geloso, mai rassegnato alla relazione finita, non reggeva. L’uomo infatti era in carcere da due mesi. Ed era improbabile che uno così avesse pagato un sicario.

Il servizio del tg continuava con una intervista a Nicoletta, la migliore amica di Margherita, che ricordava l’amica “sempre sorridente e disponibile. Una ragazza solare e generosa”. Quando morivano lo erano sempre.

Arrivò in caserma alle 16.

“Capitano”.

“Meneghini, qualche segnalazione?”

“Niente, a parte una lite familiare in centro. E’ intervenuta la radiomobile. Ma la signora non ha voluto denunciare il marito e non aveva ferite visibili. Anche se la vicina dice di aver visto dal balcone l’uomo che le tirava i capelli”.

Meneghini era addetto al piantone. Gli mancavano sei mesi alla pensione. Aveva visto dieci capitani da quand’era in caserma: un brav’uomo che si sarebbe fatto seppellire con la divisa addosso. Dello Russo raggiunse il capitano in stanza un quarto d’ora dopo. Da quando era successa la rapina ci teneva a far bene, si sentiva in colpa. Quel pomeriggio aveva un volto funereo.

“Niente, capitano. I rilievi della scientifica non hanno trovato impronte esterne, a parte quelle della signora Pesce. E i vicini dicono di non aver sentito né visto nulla. Tranne quel…”

“Marco Baldini”. Cazzo Dello Russo, pensò, dimmi qualcosa che non so e con non sia ovvio.

“Bene, credo che dovremo andare a parlare con il nostro amico”.

“Dorme alla Caritas di Don Tonino Bello”.

La Caritas era un palazzone che si trovava nel quartiere di Valle, circondato da un ampio spiazzale di cemento. La mensa, nonostante fossero passate due ore, era ancora gremita. Una volontaria accompagnò il capitano nella stanza. Più di quaranta uomini, per lo più stranieri: in larga parte romeni e cingalesi.

Marco Baldini, l’unico testimone, guardava in direzione di un termosifone in fondo alla stanza. Ed era tutto preso da un acceso discorso con sé stesso. Talmente interessante che non si voltò neanche quando il capitano Rizzo fu a meno di due metri da lui.

“Cosa dici? Sì, è proprio buffo quel tipo. Non si è accorto delle macchie di sugo sulla divisa”.

Ah, allora non sei matto del tutto: pensò. Rizzo guardò la divisa. Il baccalà col sugo di Mario aveva proprio lasciato il segno all’altezza dei polsini.

“Ecco, vedi, se n’è accorto – continuò Baldini – no, no, non ti arrabbiare, non ti sto rimproverando mica, è solo che dico che non è ragionevole parlare così ad alta voce”.

Baldini era basso e magro. Con un paio di pantaloni sdruciti, color kaki, che gli arrivavano all’ombelico. E una t-shirt scura smanicata: sudicia in più punti. Le unghie delle mani erano lunghe oltre misura e ingiallite. Il volto, anche quando rideva, era prigioniero di una smorfia della mascella perennemente contratta. Più che un sorriso il suo era un ghigno. Baldini era storto come un chiodo arrugginito che era stato battuto per anni, in più punti, con un martello.

“E allora Baldini come stai?”

Lo scrutava. I suoi occhi si muovevano dal termosifone all’entrata nella stanza. Forse cercava una via di fuga o magari un contatto con una volontaria per farsi portare via.

“Ha una sigaretta?”, sempre quella smorfia.

“Certo”. Rispose il capitano mettendo una mano in tasca e estraendo il pacchetto di Ms rosse. Rizzo aveva ricominciato con quella merda da tre settimane. Era la terza volta che riprendeva a fumare dopo aver smesso e si chiesi se avrebbe mai smesso davvero.

Baldini prese la sigaretta. E iniziò a rigirarsela fra pollice e indice. Un dito ossuto bruciato sotto il polpastrello. Prima che potesse offrirgli l’accendino, si infilò la sigaretta in bocca fingendo di aspirare.

“Sì Agnese – disse, fra un tiro di sigaretta immaginaria e l’altra – non si fa. So che fine hanno fatto i polmoni della zia. Ti prometto che questa è l’ultima”.

Eravano riusciti a raccogliere qualche informazione su Baldini. Uno zio lo ospitava a casa, quando la sera rientrava, altre notti dormiva alla Caritas. L’uomo aveva detto che il nipote non era stato più lo stesso dopo la morte dei suoi genitori e della sorella Agnese.

Era accaduto vent’anni prima. Agosto, la famiglia Baldini era pronta a partire per Maratea, in Calabria, come ogni anno. Marco allora aveva sedici anni, ma era riuscito a non andare. Voleva restare con gli amici e, soprattuto, con la sua ragazza Alessia. Così aveva convinto lo zio a ospitarlo. Un colpo di fortuna, col senno di poi, o forse solo l’inizio del suo inferno. I signori Baldini e la figlia Agnese, che allora aveva quattordici anni, in Calabria non c’erano mai arrivati. Un tir, guidato da un venticinquenne ubriaco, aveva invaso l’altra carreggiata sull’autostrada e travolto la loro Opel. Uno schianto terribile: mamma e figlia erano morte sul colpo. Il padre due ore dopo all’ospedale. Ma, quando Marco l’aveva saputo, il suo vecchio era già spirato.

Baldini da allora era diventato scontroso, usciva di casa solo per andare a scuola. E pure in classe restava muto. Fino a quando, un giorno, a scuola non era andato più e lo avevano trovato a ridosso di piazza Duomo. Di rimpetto alla sua abitazione. Mentre fissava la strada e salutava ogni automobile che svoltava l’angolo. Lo zio, alla fine, lo aveva ritirato da scuola. E ora Marco, di tanto in tanto, lo aiutava nell’officina.

“Dello Russo, quel carabiniere che ti ha interrogato, dice che hai visto una donna entrare nel palazzo,, intorno alle 14”.

“Scusa, hai una sigaretta?”

“Te l’ho già data la sigaretta Baldini”.

Lui buttò la Ms a terra. E la calpestò.

“Sì, lo so Agnese, quest’uomo è proprio un cafone. Nemmeno una sigaretta”.

Iniziava a perdere la pazienza. Non ero sicuro che avrebbe ottenuto qualcosa da Baldini.

Il rumore di una frenata brusca. Poi un clacson e il rombo del motore. Arrivava da fuori. Le urla rivelarono che qualcuno aveva sfiorato un incidente per un pelo. Un altro rombo.

“Allora, Baldini, questa donna l’hai vista o no?”.

“Una Opel Astra, con la gomma di destra più sgonfia. La Panda l’ha evitata per un pelo. Un buon sistema frenante, sì Agnese, proprio ottimi freni”.

No, Baldini non gli sarebbe stato mai d’aiuto. Il capitano si girò e lo lasciò lì, vicino al termosifone. Ammesso che si trovasse davvero lì in quel momento.

“I pazzi osano dove gli angeli temono di andare”. Quella frase, letta in un bagno del mio scientifico, il Benedetto Croce di Palermo, gli era tornata in mente mentre guidava verso casa. Chissà in quale inferno Baldini continuava a essere prigioniero. E se esisteva una via d’uscita.

FINE CAPITOLO II

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