Giallo Avellino, omicidio sotto la torre dell’orologio. Cap I

Giallo Avellino, omicidio sotto la torre dell'orologio. Cap I
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CAPITOLO I

La vita le era stata strappata via mentre tentava di chiedere aiuto. L’ultimo urlo congelato in una smorfia della bocca ancora sporca di rossetto. Margherita Pesce, 35 anni compiuti due mesi prima, era morta da almeno un’ora. Strangolata. Il corpo supino sul parquet della cucina. La testa rivolta verso il balcone mezzo aperto che dava sulla piazza del Duomo. Da quell’appartamento, guardando in alto, sembrava di poter toccare la Torre dell’orologio che batteva le 14.34. Un monumento che, nonostante i numerosi interventi subiti negli anni, era il principale protagonista di tante cartoline di Avellino. (Questo è il primo capitolo di un romanzo a puntate che pubblicheremo ogni domenica su The Wam)

Tre metri più in basso la vita scorreva tranquilla, qualunque cosa significhi. Un ragazzo teneva la mano alla fidanzata mentre lei mangiava il gelato. Un cagnolino avanzò per qualche metro, alzò una zampa e orinò contro un lampione. Un’auto passò pigra, svoltando in via Nappi. Il conducente cercava qualcuno, ma non lo trovò: l’auto accelerò e sparì. Il fischietto dei vigili diede l’ultimo avvertimento: chi non ha messo il grattino farà bene a rimediare.

Una donna non se lo fece ripetere due volte. Nonostante i tacchi alti, attraversò a passo svelto la piazza, incurante dei sanpietrini, in direzione della sua auto. Una lunga nuvola di capelli corvini come quelli di Margherita Pesce. Intorno al collo della vittima era stretto del filo di nylon: tremendamente efficace.

“Un cazzo di problema, quegli avvoltoi della stampa ci sguazzeranno alla grande”. Per il Comandante Provinciale, Guglielmo Bonetti, niente era più fastidioso dei giornalisti, a parte gli ambulanti africani che chiedevano l’elemosina davanti al supermercato. Ma con il nuovo governo della Lega era stato accontentato. Ora che i porti erano sbarrati, non restavano che i giornalisti con cui prendersela. Così il capitano non si sorprese di trovarlo incazzato.

“Rizzo, dammi una buona notizia”.

“Un solo testimone”.

“Bene, allora lo incastriamo”.

“Non sarà così facile: il testimone è matto. I vicini ci hanno spiegato che ogni pomeriggio viene in Piazza Duomo e inizia a salutare le auto. Lei capisce…”

“Quegli avvoltoi ci sguazzeranno proprio alla grande: gli investigatori brancolano nel buio, appesi alle dichiarazioni di un matto”.

Rizzo quel pomeriggio passò in tribunale. Aveva un altro fascicolo, su una truffa che seguivano da mesi, da discutere col Procuratore capo. L’incontro durò pochi minuti, il magistrato aveva infatti un altro appuntamento che non poteva rimandare.

Quando uscì dalla stanza del Pm il capitano era nervoso. Avrebbe fatto a meno di una rottura di coglioni simile in quel periodo. Poche settimane prima avevamo sventato una rapina, ma uno dei criminali era morto. Un ragazzino in passamontagna, ventidue anni, in mano una pistola giocattolo. Nel rapporto avevano detto che non potevamo saperlo. Ed era vero. Tutto era durato pochi minuti. Il ragazzino e il suo complice si erano barricati nella banca e avevano preso un ostaggio. Il mediatore era riuscito a ottenere dell’altro tempo. Aveva promesso ai due criminali un fuoristrada per andare via. Dopo mezz’ora iniziavano a spazientirsi. In un momento favorevole i carabinieri avevano deciso di entrare con la forza. Qualcuno aveva gettato i fumogeni. Urla, un pugno. L’ombra di una pistola. Fuoco: Dello Russo aveva sparato.

Era un bravo ragazzo, sempre “Signor Capitano”, meticoloso nei rapporti, forse non troppo sveglio, ma non avrebbe mai premuto il grilletto senza essere sicuro che fosse l’unica possibilità. Ma era il giorno sbagliato per ammazzare un rapinatore. Il giorno prima, in Lombardia, quattro carabinieri erano stati arrestati con l’accusa di associazione a delinquere. Si erano alzati un bel giro con la cocaina sequestrata: un centinaio di acquirenti. Chiudevano un occhio sugli spacciatori della zona e quelli permettevano loro di vendere la droga. Poi qualcuno lo aveva scoperto e il piano perfetto era andato in fumo. Adesso gettare fango sull’Arma era sport nazionale. E che c’era di meglio di un povero rapinatore disarmato ammazzato a sangue freddo? Il Comando provinciale aveva assicurato massima collaborazione. Prima di aprire un’indagine interna “per tutelare tutti i carabinieri”.

Il primo piano del tribunale era deserto. Eccetto una direttissima che si teneva nell’aula B. Il capitano guardò il ragazzo all’ingresso, curvo fra due poliziotti. Era magro come un chiodo e fissava il pavimento. Quella accanto doveva essere la madre, piangeva, quello con la cravatta il suo avvocato. Un metro e settanta, il gessato blu, le scarpe laccate di nero. Sembrava parecchio infastidito di essere lì a quell’ora: difensore d’ufficio. Anche lui infilato in quella lunghissima lista di professionisti archiviata alla voce “liquidazione della parcella mai”.

Quando il capitano uscì dal tribunale, nel parcheggio dal lato della porta carraia c’erano solo due auto: l’Audi nera con vetri di blindati del procuratore capo e la pantera della Volante.

“Capitano, Marco Rizzo?”. Era bionda e graziosa, una cascata di ricci cadevano su una t-shirt bianca attillata su seni generosi, gli occhi azzurri cerchiati da un piano di occhialini rotondi. La gonna le arriva poco più su delle ginocchia. Un paio di tacchi abbastanza alti che, pensò il capitano, gli avrebbero permesso di allontanarsi velocemente. Giornalista. Ce lo aveva scritto in faccia.

“Giovanna Poggi. Il Mezzogiorno”.

“ Non posso rilasciare dichiarazioni, mi dispiace”.

Accelerò. Non servì. Con loro non serviva mai.

“Solo qualche dettaglio”.

Già, qualche dettaglio: così poi tu li metti insieme e ci monti una montagna di cazzate. Pensò, ma non lo disse. Lei tentò un ultimo affondo.

“E’ un delitto passionale? E’ vero che l’ex di Margherita Pesce era un pusher?”.

“Non so, sto aspettando il giornale di domani per scoprirlo”.

Era uno stronzo. Però, dopotutto, era proprio per una giornalista che si era ritrovato lì. Avellino: il suo purgatorio. Anche quell’altra era riccia e bionda. Ci pensò mentre mentre saliva in moto. Dopo pranzo, quel pomeriggio, aveva un interrogatorio importante. Doveva ascoltare l’uomo che salutava le auto.

FINE CAPITOLO I

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