Giallo Avellino: scarcerato. Nei ricordi del capitano. Cap IV

4' di lettura

(Leggi il capitolo I, il capitolo II e il capitolo III) Erano di nuovo punto e a capo. In realtà lui se l’aspettava. E la decisione dei giudici del Riesame, che avevano scarcerato Abasi Diarra, sottoposto ora a obbligo di firma, non avevano fatto altro che confermarlo. Alla tesi di quel senegalese assassino, il capitano Marco Rizzo non aveva mai creduto.
(Questo è il quarto capitolo di un romanzo a puntate che pubblicheremo ogni domenica su The Wam)

Troppo vaghe le dichiarazioni della signora che lo aveva riconosciuto. Ma, forse, da quelle dichiarazioni poteva venire qualcosa di buono. Che ci fosse davvero qualcuno in strada quando si era consumato l’omicidio? Purtroppo in via Duomo non c’erano telecamere.

Ma, l’anziana che aveva effettuato il riconoscimento di Abasi, aveva avuto dei dubbi fino all’ultimo momento. Fra il senegalese e un altro ragazzo ospitato in una struttura d’accoglienza che si trovava in un convento inutilizzato da tempo, a via Tedesco.

Valeva comunque la pena partire da lì. Poteva essere una pista. Anche, se per il momento, davvero molto incerta. Ma Rizzo non aveva molto di più. Gli esami della scientifica non avevano rivelato tracce particolari in casa. In casa di Margherita Pesce non c’erano segni di effrazione. Chiunque l’avesse strangolata, era stato invitato in casa dalla donna. O, comunque, la conosceva al punto da convincerla a farlo o farla entrare.

L’unico testimone, eccetto l’anziana, era Marco Baldini. La cui lucidità era fortemente in dubbio. Il primo incontro era stato un fiasco. Baldini sembrava incapace di capire le domande di Rizzo. Al momento non era una pista percorribile.

Rizzo guardò l’orologio. Le 21.00. Era ora di andare a prendere Luisa. Quella sera lei era davvero bellissima. Un lungo tailleur azzurro, gli orecchini di giada che gli aveva regalato lui al primo appuntamento, lo stesso colore dei suoi occhi.

Abiti ancora

In via delle storie infinite?

In quella terrazza con vista sui tuoi desideri

all’ultimo piano che suoni soltanto quando resti da sola…

Quella canzone, che faceva capolino dallo stereo, riportò Rizzo agli anni di Roma. La voce di Luisa divenne ovattata. Un vecchio balcone, al quarto piano, uno dei tanti palazzoni della Tuscolana. Una strada povera, dove la sera rischiavi sempre di incontrare qualche spacciatore che provava a venderti dell’hashish. Ma Rizzo l’adorava, come adorava tutta Roma. L’aveva amata dal primo giorno in cui aveva lasciato Altavilla Milicia.

Quel balcone al quarto piano era diventato un ritrovo per i quattro amici. Oltre a lui c’era Mauro Alvizzi, figlio di un noto architetto che aveva progettato diverse case all’Eur, Paolo Bisi, orfano dei genitori da quando aveva dieci anni, e Luigi Pardi: lui faceva mille cose, ma non le portava mai a termine. I quattro ragazzi – che si erano conosciuti alla facoltà di giurisprudenza – avevano quell’abitudine di andare a fumare su quel balcone della Tuscolana. Come decine di altri studenti che abitavano in quella zona di Roma. Si accedeva da una vecchia mansarda con la porta socchiusa.

Una sera Rizzo e i suoi amici avevano stipulato un patto su quale balcone. Mancava un mese all’ultima sessione di esami. Tranne Pardi, ovviamente, tutti contavano di laurearsi entro la fine di giugno. Poi si sarebbero salutati e allora – pensarono – tanto valeva provare a tenersi stretti quei giorni con una promessa. Ogni anno – si decise – sarebbero tornati su quel balcone, per vedere come era cambiata la loro vita.

Ma quella promessa – dopo l’università – era stata mantenuta solo una volta. Poi, per una scusa o un’altra, chi era impegnato con il lavoro chi con la famiglia, non si erano più visti. Così come Rizzo non aveva più rivisto Maria Benedetti. Lei lo aveva piantato in asso dopo che gli aveva comunicato il progetto di dedicarsi all’Arma. E così Rizzo si era ritrovato di nuovo da solo.

“Si affaccia a guardarti il tramonto quando esci la sera

e ti si vede annaffiare con cura gli amori di ieri…”

Luisa aveva parlato insistentemente di un istruttore di Yoga per catturare, inutilmente, la sua attenzione. Così si era messa a fissare insistentemente fuori dall’auto. Sapeva che, quando lui sarebbe tornato, si sarebbe sentito in colpa. Ed aveva ragione, come sempre. Rizzo allungò un mano verso la sua guancia. La sfiorò. Lei fece finta di ignorarlo. Lui le spostò di lato i capelli. Lei sorrise. Era tornato. Tornava sempre.

FINE CAPITOLO IV

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