Nati oggi – Sarti, portiere della Grande Inter: sbagliò solo una volta

Giuliano Sarti fu il portiere della Grande Inter, ma vinse tanto anche con la Fiorentina. Nacque il 2 ottobre del 1933 nel bolognese, parò tutto, sbagliò solo una volta: a Mantova, l'Inter perse lo Scudetto e lo cedette alla Juventus.

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Veniva poco prima di Burgnich e Facchetti, in quella formazione divenuta filastrocca da imparare a memoria. Si iniziava con lui, poi via via c’erano tutti i titolari della Grande Inter: si chiamava Giuliano Sarti, era l’ultimo baluardo di una squadra che incantò il mondo, allenata dal “Mago” Helenio Herrera. Fu lui a soprannominarlo “El hombre de la revolucion”: l’uomo della rivoluzione. Parò tutto, sbagliò una sola volta.

Gli esordi e le vittorie con la Fiorentina

Nacque il 2 ottobre del 1933 a Castello d’Argile, in provincia di Bologna. Iniziò la carriera nelle categorie inferiori, sui campi polverosi a San Matteo della Decima, in Seconda Categoria, a Cento e nella Bondenese in Promozione. Qui lo notò la Fiorentina e nel 1955 debuttò in Serie A: era il 24 aprile, contro il Napoli. Fece bella figura, tanto da meritarsi la titolarità nella stagione seguente. Con lui in porta, la Fiorentina vinse il suo primo Scudetto, perdendo soltanto all’ultima giornata contro il Genoa.

Sarti non era un funambolo tra i pali, a lui importava parare senza dare spettacolo. Efficace negli interventi, essenziale, un “portiere di ghiaccio” come lo soprannominò la stampa specializzata dell’epoca per la capacità innata di capire perfettamente come posizionarsi in porta e fermare qualsiasi minaccia avversaria.

Giocò da titolare la finale della prima Coppa dei Campioni della storia. I viola furono battuti dal Real Madrid: persero, ma con onore, e Sarti fu uno dei migliori in campo, se ne accorse pure il formidabile attaccante Alfredo Di Stefano. Con la Fiorentina di Fulvio Bernardini, “maestro di vita” per Sarti, vinse poi una Coppa Grasshopers nel 1957, una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe nel 1961 e arrivò in finale in due edizioni della Coppa Italia (1958 e 1960) e in una di Coppa delle Coppe (1962).

L’Inter del Mago Herrera e la “papera” a Mantova

Nell’estate del 1963 passò all’Inter, che già cominciava a vincere in Italia e a dominare in Europa: due Scudetti (1965 e 1966), due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali (1964 e 1965). Era la grande Inter di Mario Corso e delle sue punizioni “a foglia morta”, del capitano Picchi, dell’incontenibile Facchetti, del roccioso Burgnich, del funambolico Jair e del geometrico Luis Suarez, che di Sarti disse: “Fa sembrare semplici anche le parate più difficili”.

Una carriera costellata di successi quella del portiere bolognese, fino alla sciagurata partita sul campo del Mantova. Stagione 1966-1967, ultima giornata di campionato: all’Inter serve vincere per laurearsi campione d’Italia. Alle sue spalle la Juventus spinge e fiuta la rimonta. L’Inter arriva spompata, svuotata di forze fisiche e di idee: pochi giorni prima aveva perso la finale di Coppa Campioni contro il Celtic. Dopo un avvio scoppiettante, l’Inter crolla, Sarti cade insieme ai suoi compagni, battuto da un tiro-cross innocuo di Beniamino Di Giacomo, detto Gegè, che si involò verso la porta nerazzurra, ma anziché puntarla, marcato da Picchi, si allargò e fece partire una parabola velenosa che passò tra le mani di Sarti e finì in porta.

L’Inter perde, la Juventus la sorpassa, vince lo Scudetto e per poco Sarti non butta giù un palo della porta a testate: quell’errore non se lo perdonò mai. E, forse, neppure l’Inter, che nel 1968 lo cedette proprio alla Juventus: dopo aver fatto da chioccia al giovane Albertosi, ai tempi della Fiorentina, in bianconero divenne il secondo di Roberto Anzolin. Chiuse la carriera all’Unione Valdinievole, in Serie D, si ritirò nel 1970.

In Nazionale giocò relativamente poco: appena otto gare, con l’esordio datato 29 novembre 1959, contro l’Ungheria. Non fu neppure convocato per i Mondiali del 1966, evitando la figuraccia con la Corea del Nord e il lancio di pomodori degli inviperiti tifosi italiani al ritorno in Patria dei calciatori azzurri. Da allenatore guidò la Lucchese per pochi mesi, smise subito e si ritirò a vita privata. Morì il 5 giugno del 2017, a causa di un improvviso malore: il cuore da un po’ di anni gli dava pensieri.

Se ne andò in silenzio, senza clamore, confermandosi per quello che era: l’uomo di ghiaccio, l’uomo della rivoluzione.  

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