“Gli zingari devono morire di fame”, minoranze e varia umanità

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Cartolina da Torre Maura

Nella periferia romana di Torre Maura, un partito di estrema destra accende una piccola rivolta popolare che scaccia donne e bambini di etnia rom e sinti. Vengono bloccati i volontari, incendiati cassonetti, calpestato il pane, al grido: “Gli zingari devono morire tutti di fame”. 

Accade perché noi odiamo i rom e li odiamo perché ci derubano, uccidono, delinquono. 

“Benché mai scoperti, romeni erano gli attentatori della Banca dell’Agricoltura (certamente romeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Romeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, romeno il ragazzo Masu che aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (romeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure. Romena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, romeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, romeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, romeni i bambini di Satana, romeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell’autostrada, romeni i sacerdoti pedofili, romeno l’assassino del commissario Calabresi, romeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, romeni gli assassini di Pecorelli e la banda della Uno bianca, e per concludere romeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti.

Romeni erano Giulianu e gli autori del strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?) gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; romeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell’Italicus e di quella di Ustica, dell’omicidio Pasolini (forse anche Rom); romeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Moro, Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d’Antona, Carlo Giuliani; romeni erano ovviamente l’attentatore del papa (agente dell’associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, romeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Romeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, romeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu. 

Questi romeni hanno distrutto l’immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro altrimenti avremmo continuato a scavare tra i faldoni delle procure italo-sovietiche senza cavarne nulla, mentre ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese”. 

Questo pensiero, con cui concordo, lo ha espresso Umberto Eco oltre dieci anni fa. 

Notoriamente, noi non odiamo assassini, stupratori e ladri ben integrati nella nostra cultura ma quelli che stanno nelle minoranze. Odiamo gli zingari perché incarnano il delinquente ideale, quello che abita il nostro immaginario, coincide con una idea del male che siamo disposti ad accettare più facilmente: l’uomo nero non è mai italiano, non può essere italiano per definizione, e se lo è, lo coloriamo.

Se invece che rifiutare ostinatamente la cultura degli altri provassimo a conoscerla, consapevoli che nell’incontro tra i popoli c’è il reciproco arricchimento, dal modus vivendi degli zingari avremmo tanto da imparare: la vitalità, il nomadismo, la libertà: tratti che si oppongono al nostro essere “addomesticati“. 

Potremmo riflettere su quanto sia anacronistico il nostro modo di stare al mondo, le nostre paure, i nostri pregiudizi, la nostra incapacità di fidarci, la nostra dipendenza dal lavoro come unico strumento di liberazione, quel consumismo che continuiamo a definire “benessere”: recuperare concetti come sacro, comunità, oralità. 

Se un popolo che ha nel suo dna la migrazione, privo di qualsiasi prospettiva d’avvenire nei luoghi di provenienza attraversa i nostri luoghi, il compito di favorire l’incontro e la contaminazione è degli intellettuali.

Ma, mentre infuria la protesta dei residenti del quartiere alla periferia est di Roma a causa dei cittadini rom che soggiornano nel centro di accoglienza della zona, mentre scrittori, giornalisti e insegnanti twittano dal salotto di casa, si fa strada tra la folla un ragazzo di quindici anni, Simone. Con il registro lessicale tipico della strada ottiene il rispetto degli astanti e lo usa per lanciare un messaggio di tolleranza e provare a disinnescare la violenza: ‘’Nessuno deve essere lasciato indietro, né italiani, né rom, né qualsiasi tipo di persona. Non sono di nessuna fazione politica, sono qui per Torre Maura’’, dice, con calma e decisione: “Il problema non è chi mi svaligia casa, ma il fatto che mi svaligiano casa”. Simone non ci sta all’uso strumentale della vicenda dei rom da parte dei fascisti e accusa i manifestanti di far leva sul disagio della gente per creare capri espiatori su cui riversare la frustrazione generale, una lezione di civiltà più efficace di una conferenza colta. 

Sfortunato quel Paese…

Se l’obiettivo comune è la convivenza civile, è da episodi come questo che bisogna ripartire, da un ragazzo che ha il coraggio di dire “no”, un no forte e chiaro: quello che molti adulti non sono più capaci di fare.

I giovani hanno la potenza, l’incoscienza, la convinzione che non sia tutto inutile, che esporsi possa servire a qualcosa: l’esatto contrario del “tanto ormai”.

Esporsi è l’antidoto all’indifferenza, il male peggiore e più pericoloso del nostro tempo: la buona notizia è che non servono eroi ma uomini e donne normali che facciano la differenza con i comportamenti e le scelte quotidiane. 

Brecht scrive che sfortunato è quel Paese che ha bisogno di eroi, perché difetta di persone normali capaci di prendersi le proprie responsabilità. Un Paese che cerca leader carismatici da cui farsi guidare: è ciò che è successo a noi con Simone, l’enfasi dei media davanti a qualcuno che non è d’accordo e ha il coraggio di dirlo, un ragazzo che compie onestamente il suo dovere, che ha compreso il senso dell’integrazione e lo teorizza, che respinge senza mezzi termini la propaganda.

L’essenza della gioventù è il coraggio

L’essenza della gioventù è il coraggio: anche se sono gli unici a credere in qualcosa, gli unici a pensarla in un certo modo in mezzo a tanti tutti uguali, i giovani devono andare avanti e al politico di turno che gli dice “Guarda che tu sei l’unico, sei uno su cento che pensa queste cose rispondere come ha fatto Simone Almeno io penso”.

Se il livello culturale di una società si manifesta dal modo in cui tratta le minoranze, in particolare quelle che ne mettono in discussione i principi fondamentali, il “ragazzo di Torre Maura” cercando il dialogo con un capannello di fascisti ha lanciato un messaggio che ha la potenza di un monito oltre che una grande portata sociologica: ha fatto cultura. Simone ha detto tra le righe “io sono disposto a rischiare qualcosa”. Bravo!

Immagine di copertina  © Josef Koudelka – (Untitled 1962-68)

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