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Meloni può cambiare la Costituzione e perché se ne parla?

Stravince il centrodestra, ma non troppo. Insomma il governo Meloni non raggiunge la maggioranza dei due terzi necessaria a cambiare la Costituzione senza passare per il voto degli italiani. E se si aggiungesse il Terzo polo?

di Valerio Pisaniello

Settembre 2022

Con le urne ancora “calde” Giorgia Meloni finora starebbe trovando soltanto porte aperte. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, di fronte all’exploit di Fratelli d’Italia, sembrerebbero aver superato ogni remora in merito alla leadership della loro alleata, mentre Carlo Calenda e Matteo Renzi si sono detti pronti a una bicamerale per le riforme. E subito l’attenzione si sposta su come cambiare la Costituzione. (scopri le ultime notizie su bonus, Rem, Rdc e assegno unico. Leggi su Telegram tutte le news su Invalidità e Legge 104. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

INDICE

Cambiare la Costituzione: si va verso il presidenzialismo?

Nel programma elettorale del centrodestra uno dei punti chiave infatti è il presidenzialismo, un tema che sta parecchio a cuore a Giorgia Meloni tanto da averlo più volte tirato in ballo nel corso della campagna elettorale.

Più che il presidenzialismo, Renzi e Calenda invece preferirebbero una riforma sullo stile del “sindaco d’Italia” proposto dal tandem Azione-Italia Viva, ma il terzo polo in una eventuale bicamerale potrebbe dialogare con il centrodestra anche per la riforma della giustizia visto che le posizioni sono abbastanza simili.

In questo scenario una domanda sorge spontanea: il centrodestra e il terzo polo, riuscirebbero insieme a raggiungere una maggioranza dei due terzi in Parlamento tale da consentire delle modifiche della Costituzione senza il rischio di dover passare per un referendum confermativo? Ma andiamo con ordine e analizziamo nel dettaglio il corretto processo per cambiare la Costituzione.

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Cambiare la Costituzione: l’iter

Le leggi di rango costituzionale possono essere di diverso tipo, ed è importante non fare confusione. Le leggi di revisione costituzionale operano una modifica alla carta fondamentale, mentre le leggi costituzionali hanno una funzione integrativa. Entrambe, per entrare in vigore, devono seguire un iter più complesso rispetto alle leggi ordinarie.

Secondo quanto prescritto dall’articolo 138, sono necessarie due deliberazioni da parte di entrambe le camere, a distanza di almeno tre mesi.

«Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi […]»

– art. 138 cost.

Se nella seconda votazione entrambe le Camere approvano la legge a maggioranza dei 2/3 dei componenti, il testo si considera definitivamente approvato. Se invece nella seconda votazione si raggiunge la maggioranza assoluta, si può sottoporre la legge a referendum popolare. La richiesta di referendum deve essere fatta entro tre mesi dalla pubblicazione della legge, da parte di 1/5 dei membri di una camera, 500mila elettori o 5 consigli regionali.

Per il referendum non è previsto quorum, dunque la votazione si considera valida a prescindere dal numero di partecipanti. Per l’approvazione è necessaria la maggioranza dei voti validi. La lunghezza e complessità dell’iter è necessaria per assicurare un dibattito completo e approfondito.

Cambiare la Costituzione: la storia

Il parlamento italiano, tra il 1963 e il 2012, ha approvato 16 leggi di revisione costituzionale.

Si possono distinguere diverse fasi nelle modalità con cui le forze politiche hanno tentato di modificare la Costituzione.

La prima va dal 1963 al 1967. In questo periodo il parlamento ha approvato modifiche di sistema particolarmente rilevanti. In particolare si è stabilito un numero fisso di parlamentari, è stata istituita la regione Molise ed è stata ridefinita la composizione della corte costituzionale.

La seconda fase, che va dal 1983 al 1998, è caratterizzata dall’istituzione di commissioni bicamerali. Queste hanno tentato, senza successo, di approvare riforme bi-partisan e condivise.

La terza e ultima fase vede le diverse maggioranze approvare in maniera unilaterale diverse riforme del testo costituzionale. In questo periodo, che inizia nel 1999, sono state approvate 9 diverse leggi di modifica della costituzione. L’ultima risale al 2012.

In ogni caso, la maggior parte delle riforme approvate è di dettaglio, non si tratta infatti di grandi riforme di sistema.

Cambiare la Costituzione: gli esiti

Visto lo scarso successo delle commissioni bicamerali, a partire dalla fine degli anni novanta i governi hanno cambiato metodo. Da questo momento sono state proposte riforme meno corpose, ma spesso rilevanti. Ad esempio, si ricordano la riforma del titolo V promossa dal governo Berlusconi IV, che ha istituito una nuova ripartizione delle competenze tra stato, regioni ed enti locali, e l’introduzione in costituzione del principio del pareggio di bilancio sotto l’esecutivo Monti.

A riprova del fatto che modifiche della costituzione particolarmente corpose non riescano a essere definitivamente approvate, si può citare il caso della riforma Renzi-Boschi della XVII legislatura, che non è riuscita a completare l’iter e a entrare in vigore.

Questo ha talvolta comportato dei problemi non indifferenti. Si pensi al caso delle province: la legge ordinaria Delrio, approvata nel 2014,  ha abolito i compensi e l’elezione diretta degli organi provinciali, senza tuttavia abolirli. Per l’abolizione vera e propria infatti è necessaria una modifica della costituzione, che elimini il termine “province” dall’articolo 114. Una legge successiva avrebbe poi dovuto cancellare gli enti o rivederne le competenze. Tuttavia, la riforma Renzi-Boschi, che prevedeva tra le altre cose la necessaria modifica costituzionale, non ha superato il vaglio referendario, per cui la questione è rimasta in sospeso.

Cambiare la Costituzione: la linea del centrodestra

Come già avanzato, una delle proposte fatte durante la campagna elettorale dalla destra è modificare la Costituzione per introdurre in Italia il presidenzialismo, ossia l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Nonostante non sia facile capire in cosa consista concretamente la proposta, perché non è stata elaborata più di tanto, la riforma cambierebbe radicalmente il sistema istituzionale italiano per come è stato dal dopoguerra a oggi: trasformerebbe quindi l’Italia da repubblica parlamentare a qualcos’altro, probabilmente una repubblica semipresidenziale.

Cambiare la Costituzione: l’opinione

Che Giorgia Meloni abbia vinto ampiamente in termini di seggi, conquistando – grazie al suo partito che traina la coalizione – una soddisfacente maggioranza di seggi in parlamento, a fronte di una quantità di voti pari a circa il 45%, è un dato di fatto.

Tuttavia, questa vittoria, pur ampia, è abbastanza lontana dalla favoleggiata soglia dei due terzi  dei membri del Parlamento, che avrebbe consentito alla destra – sempre ammesso che davvero volesse, e fosse in grado di farlo – di cambiare la costituzione da sola. Non è così.

C’è inoltre un dato “minore” che però merita di essere annotato: l’incredibile e soprannaturale tenuta di Forza Italia, unita al dimezzamento dei consensi della Lega salviniana rispetto a cinque anni fa, rende indispensabile l’apporto del partito di Berlusconi per la nascita e la tenuta di una maggioranza di governo. Gli “amici di Orban, Le Pen e Vox”, da soli, non hanno i numeri. Sempre per smentire gli incubi e rassicurare le paure che popolavano le vigilie di chi, sinceramente, si preoccupava dei destini della democrazia.

La vittoria del centrodestra, sì, è netta. Ma è una vittoria che non vede neanche da lontano la maggioranza assoluta dei voti espressi, peraltro a fronte del più alto astensionismo della storia elezioni politiche. Si attesta attorno a una solida maggioranza relativa, attorno al 45%, che è poi sempre stato il “margine alto” del centrodestra berlusconiano nei suoi anni d’oro, cioè sul finire del Novecento e nel primo decennio del nuovo millennio. Il resto è storia.

Cambiare la Costituzione: possibile per la destra?
Cambiare la Costituzione: possibile per la destra?

Cambiare la Costituzione: Terzo polo ago della bilancia?

Come si è entrati nell’argomento bicamerale, i due leader del Terzo polo subito si sono mostrati disponibili. «Voteremo contro la fiducia – sono state le parole di Matteo Renzi – Ma se Meloni chiederà un tavolo per fare insieme le riforme costituzionali, noi ci saremo perché siamo sempre pronti a riscrivere insieme le regole».

Simile anche il ragionamento di Carlo Calenda: «Se la Meloni farà una bicamerale è un dovere di tutti discutere. Se farà proposte è un dovere partecipare». Per il numero uno di Azione infatti «una Camera sola, prima o poi, bisognerà farla; questo è un sistema che va superato».

Numeri alla mano però non sarà facile per Giorgia Meloni, insieme al duo Azione-Italia Viva, mettere mano alla Costituzione evitando al tempo stesso le forche caudine del referendum confermativo (2016 docet).

Cambiare la Costituzione: i numeri alla Camera e al Senato

E se Carlo Calenda si mostra deluso dal risultato elettorale per non aver raggiunto la doppia cifra, e se Matteo Renzi si dà alla “latitanza orientale” «senza metterci la faccia» – come si mormorerebbe con fastidio tra i salotti calendiani -, resta il fatto che volenti o nolenti i moderati terzopolisti potrebbero rivelarsi l’ago della bilancia. Nella fattispecie concreta per cambiare la Costituzione, ma non è escluso che il modello potrebbe essere replicato in altre occasioni. Che dire. Obiettivo raggiunto allora.

Ad ogni modo, dati alla mano: avere una maggioranza dei due terzi vuol dire, dopo la sforbiciata del taglio dei parlamentari, poter contare sui voti di 266 deputati alla Camera e di 133 senatori a Palazzo Madama. Se invece una riforma costituzionale fosse licenziata con una maggioranza semplice, allora potrebbe essere richiesto da parte dei cittadini o dell’opposizione un referendum confermativo.

Alla Camera il centrodestra in totale può contare su 237 deputati e il Terzo polo su 21. Insieme fanno 258 deputati, non sufficienti per arrivare alla soglia della maggioranza dei due terzi. Stesso discorso al Senato, dove il centrodestra ha 112 senatori e Azione-Italia Viva 9.

Giorgia Meloni di conseguenza non potrà mettere mano alla Costituzione senza andare incontro a un referendum anche con il sostegno di Carlo Calenda e Matteo Renzi: a decidere sul presidenzialismo o su altre riforme così potrebbero essere gli italiani, anche se prima il nuovo governo dovrà affrontare tematiche più urgenti come il caro-bollette e l’inflazione.

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