Hello, Darkness: la mia allucinazione perversa

Hello, Darkness: copertina
3' di lettura

Torna l’appuntamento con i racconti dell’autore indipendente Giorgio Borroni. Dopo una “cartolina” dal 2014, con Midnight Club, ora è il momento di “Hello, Darkness“. Giorgio ci racconta i retroscena della stesura. Poi, se volete, inseriamo il link all’estratto dell’audiobook.

Il racconto in breve

Jeremy Case è un reduce del Vietnam alle prese con i suoi demoni personali. Uno in particolare lo perseguita: Johnny Boy, un suo commilitone morto in una imboscata. L’incontro dell’ex soldato con una misteriosa donna venuta ad abitare nel suo condominio innescherà una serie di torbide situazioni che trascineranno Jeremy in una spirale di violenza…

QUI ASCOLTI L’ESTRATTO DELL’AUDIOBOOK

Giorgio Borroni
Giorgio Borroni

La mia personale “Allucinazione Perversa”

L’ispirazione viene nei momenti e nei luoghi più impensabili. La storia che sarebbe diventata “Hello, Darkness” mi cominciò a frullare nella testa all’interno di un supermercato, mentre alla radio interna, fra un annuncio e l’altro di offerte imperdibili, davano “I’m on fire” di Springsteen. Le notti insonni di Jeremy sono nate dalle notti insonni del tizio della canzone, occupate da pensieri sulla ragazzina. Il bello è che il racconto ruota attorno a tutt’altra canzone, una di Simon & Gartfunkel, “The song of silence”, perché al momento della stesura decisi che Jeremy doveva essere un reduce del Vietnam affetto da Disturbo post traumatico da stress e volevo una citazione musicale più evocativa e più in linea con la gioventù del personaggio. Tentai di rievocare le stesse atmosfere di uno dei miei film preferiti, “Allucinazione Perversa”, il cui titolo italiano non è affatto azzeccato, perché la pellicola non merita di essere etichettata come un horror di serie Z.

Hello, Darkness: copertina

Sapevo che sarebbe accaduto a Jeremy

Sapevo già prima di scrivere il tutto che cosa sarebbe accaduto a Jeremy, tuttavia ero ignaro di come far sviluppare gli eventi. “Hello, Darkness” è 50% pianificazione e 50% improvvisazione, e forse questo è palpabile: la storia ha i suoi limiti, sarei un idiota a non accorgermene. Ultimai il racconto in treno, con il mio notebook sulle ginocchia, accanto a un mio compagno del corso di Scrittura Creativa che leggeva per l’ennesima volta Il Miglio Verde di Stephen King per studiarne la struttura della trama. “L’ho finito”, annunciai dopo aver chiuso la scena di un omicidio efferato.

Hello, Darkness

Non ci credevo neanche io, perché era la prima cosa più corposa che avevo realizzato fino ad allora e al di fuori degli esercizi del corso. Più di una persona che ha ascoltato “Hello, Darkness” si è affezionata al personaggio di Jeremy, alcuni hanno anche colto la citazione del film e la cosa mi ha fatto enormemente piacere. Non credo che scriverò qualcosa in un modo simile, perché ho improvvisato troppo, adesso ho un approccio completamente diverso e più tecnico. Tuttavia “Hello, Darkness” rimane un passo avanti e più consapevole rispetto a qualcosa nato per caso e con l’acqua alla gola come “Midnight Club”.

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