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I giornali locali hanno ancora un futuro: vi spiego perché

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Con i quotidiani che stanno chiudendo, o sono in crisi, ha ancora un senso immaginare un nuovo giornale e soprattutto un giornale locale? La risposta sembra scontata: no. Eppure, lo spazio per un prodotto cartaceo che sappia unire tradizione e innovazione, valutando i costi in base a prospettive di vendita e di mercato pubblicitario, che non sono – e non saranno mai più – quelle di una volta e integrando in maniera funzionale e intelligente il cartaceo con il digitale, lascia lo spazio sufficiente per poter dire «sì, è possibile». O meglio: è di nuovo possibile.

Un giornale per “super-lettori”

C’è una parziale ripresa dell’interesse per i prodotti di informazione tradizionali, che potrebbe aprire le porte a una stagione diversa per i giornali: più piccoli (anche nella foliazione), più ricchi di approfondimenti, più attenti alla buona scrittura, con una grafica innovativa ma attenta al passato (quindi senza banali imitazioni del digitale: qualche anno fa è uscito un quotidiano ultra cattolico, “La Croce” che inseriva incomprensibilmente il segno # davanti ai titoli…). E che, soprattutto per i locali, non punti più ai lettori di un tempo, quando locale era sinonimo di popolare, ma a una nicchia, composita, eterogenea, ma informata e attenta, che non trova nell’immediatezza del digitale la necessaria accuratezza di informazione e preferirebbe un prodotto più pensato e quindi più capace di andare dentro e in fondo alle notizie.

Ok, direte: questa è la politica che stanno portando avanti a livello nazionale sia Repubblica, sia il Corriere della Sera. Certo, in parte è così. Ma la vera differenza tra i nazionali e i territoriali, è stata sempre – ci riferiamo ai prodotti ben fatti – la capacità, per i secondi, di diventare voce di una comunità, di raccontare quella stessa realtà vissuta ogni giorno dai lettori. Una responsabilità grande, e anche l’urgenza di essere precisi, imparziali, estremamente informati.

Un giornale condiviso

I giornali territoriali non sono mai stati davvero verticali (il giornalista scrive, il lettore legge), perché il confronto con gli utenti è sempre stato diretto, anche in era pre social. Proprio questa orizzontalità potrebbe essere una delle caratteristiche in grado di ridare nuova linfa ai giornali territoriali, così da restituire una parte di quel loro valore aggiunto che era andato perso in questi ultimi anni. Non saranno più, come era un tempo, necessari. Dovranno accontentarsi di essere utili. Evidentemente per lettori più esigenti e non più per la massa. Potrebbe bastare.

Quando è arrivata la crisi, che dura ormai da più di dieci anni, il crollo delle vendite e il calo della pubblicità hanno impoverito sempre di più l’offerta dei piccoli giornali (e non solo…).

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Una luce nel buio della crisi…

Inutile dilungarsi sugli effetti di smartphone e social, della connessione ovunque e comunque. Il punto è un altro: la struttura dei cartacei e in fondo anche l’impostazione, sono rimaste agli anni ’90, il numero dei redattori è stato però drasticamente ridotto, così come quello dei collaboratori esterni. Risultato: pagine “riempite” e non pensate, spesso a rimorchio del web (se chiedi a un giornalista di comporre quattro pagine al giorno è inevitabile), approfondimenti scarsi e incompleti, analisi più rare di una mosca albina, e tentativi di innovazione neppure tentati, per mancanza di mezzi e personale. Molti di questi quotidiani non hanno neppure curato in modo adeguato il loro sito web, vissuto più come un nemico che come una ulteriore opportunità di raggiungere lettori.

l calo delle vendite è stato amplificato anche da tutto questo. E ora, proprio ora che l’offerta è diventata, spesso, inevitabilmente scadente, la richiesta di un cartaceo vecchio stile – in antitesi all’immediatezza del web – torna a farsi sentire.

La richiesta è quella di un prodotto capace di dialogare con lettori che non sono più quelli di prima, e chiedono a un cartaceo il piacere della buona lettura, la sorpresa di una inchiesta esclusiva, di una intervista davvero interessante, di un commento o una analisi che sappiano andare oltre l’ovvio, e una grafica accurata, attenta, con foto degne di questo nome e con una buona sinergia, in termini di multimedialità con il supporto digitale.

Non è facile, chiaro. Ma è una strada possibile. Però il livello di competenza, di capacità, per connettere mezzi diversi (cartaceo e digitale), per utilizzare più strumenti (qualità di scrittura, capacità di scattare foto significative, girare video e montarli), richiede ai giornalisti una iper professionalizzazione.

Scrivere bene non basta più…

Nei giornali tradizionali, quelli di buona scuola, veniva richiesta qualità di scrittura, capacità di analisi, gestione dei rapporti e delle fonti, mobilità sul territorio e – non sempre ma spesso – adeguate competenze grafiche. Nei siti web che si sono sviluppati negli ultimi dieci, quindici anni, le richieste sono state invece: velocità, capacità di gestione della piattaforma web, conoscenza dei social (anche per la diffusione delle news), dell’indicizzazione delle notizie su Google, qualità fotografiche e conoscenze adeguate per realizzare video, montarli e caricarli sul web.

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Ecco, i nuovi professionisti dell’informazione dovranno saper unire le conoscenze “tradizionali” con quelle legate al digitale, per realizzare un cartaceo di qualità che leghi la sua visibilità anche alla presenza in rete (in un altro articolo suggeriremo come).

Per anni si è detto che il giornalismo era in crisi. La pensiamo diversamente. Si stava solo trasformando, andando oltre. Dall’inizio del millennio si è anche ripetuto, come un mantra, che la sorte dei quotidiani era segnata: tempo dieci, venti anni e sarebbero spariti. Anche in questo caso, la pensiamo diversamente.

Non è la fine per il giornalismo, ma un nuovo inizio…

La forza di un cartaceo rispetto al web, resta al momento l’autorevolezza. La notizia su carta “pesa” più di quella che viaggia in rete. Ma per far sì che questa autorevolezza duri nel tempo, sarà necessario produrre giornali, anche locali, dove si riescano a mettere insieme, e nel modo migliore possibile, tutti i fondamentali del buon giornalismo. Ma non solo. C’è anche e indubbiamente il ritorno al piacere di un certo tipo di lettura.

I giornali? Un’isola felice…

Uno studioso americano, ha dichiarato qualche anno fa: i giornali sono un’isola di pace nel mare digitale. E’ una immagine che coglie in pieno l’essenza del cartaceo e che rimanda, in qualche modo, ad altri vecchi “piaceri che ritornano”: il disco in vinile (se ne vendono più dei cd), e la fotografia analogica (le pellicole sembravano morte, e invece…).

La redazione tipo che immaginiamo (diciamo per un giornale locale di 16/24 pagine: non sprecate carta e contribuirete a salvare la foresta amazzonica…), è agile, composta da non più di quattro redattori.

Una squadra smart

Una rete esterna di collaboratori (con partita Iva), di esperti, intellettuali, professionisti e creativi, che saltuariamente, inviano contributi e facilitano la formazione di quella comunità, che è il fondamento necessario per la riuscita del progetto editoriale. Oltre a una costellazione di “partecipazioni”, che coinvolga piccoli siti sparsi sul territorio, che non avranno la funzione di “informatori” (anche se a volte è possibile che accada), ma serviranno piuttosto a comporre quel mosaico complesso di interessi e peculiarità che anima una comunità.

Nei prossimi articoli approfondiremo nel dettaglio altri aspetti: una riorganizzazione delle pagine e della foliazione per il nuovo quotidiano locale; la diffusione e la vendita; la coesistenza e la sinergia con un sito web; la scrittura, le competenze e la versatilità dei giornalisti tra digitale e cartaceo.
Buon Wam a tutti.

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