I killer di Pasquale sono liberi, ma mio figlio serve lo Stato

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“Lo Stato mi ha voltato le spalle, non c’è stata giustizia per mio marito. I mandanti e gli esecutori del suo omicidio sono ancora liberi. Eppure, Armando, mio figlio, ha deciso di servirlo, lo Stato. Proprio come suo padre”. Antonietta Oliva è la moglie di Pasquale Campanello, il sovrintendente capo della polizia penitenziaria, in servizio a Poggioreale, ammazzato con quindici colpi di pistola da quattro sicari della camorra, a due passi dall’abitazione di Torrette di Mercogliano. Era l’otto febbraio del 1993. Una fredda sera d’inverno. Campanello aveva 33 anni. E nessuno all’epoca avrebbe immagina che quel delitto sarebbe rimasto impunito.

La testimonianza della vedova di Pasquale Campanello

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Antonietta Oliva era questa mattina al Manlio Rossi Doria, nell’incontro organizzato dall’associazione Libera, in preparazione della marcia in memoria di tutte le vittime delle mafie, che attraverserà le strade di Avellino la mattina del 21 marzo. La primavera della memoria.

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In polizia per continuare il lavoro di papà

“Dopo tanti anni aspettiamo ancora giustizia – racconta con un filo di emozione -. Non sono la sola. Il 75 per cento delle vittime innocenti delle mafie non ha un colpevole. Qualcosa non funziona nello Stato. Ha un conto aperto con noi. E fino a quando non saranno scoperti i nomi degli assassini di mio marito, lo Stato sarà in debito. Siamo indignati. Ma non voltiamo le spalle. Non lo ha fatto neppure Armando, mio figlio. E’ entrato in polizia, avrebbe potuto accettare un posto comodo, dietro una scrivania. Ha detto di no. Lavora a Latina, nelle volanti. Per continuare a fare quello che ha fatto il papà”.

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“Sono orgogliosa di far parte della grande famiglia di Libera. Devo dire grazie a tutti loro. Mi consentono di continuare a raccontare la storia di Pasquale Campanello. Così ho trovato anche la strada per fare memoria del suo sacrificio. Oggi, anche per questo, mio marito ha ottenuto il giusto riconoscimento. Oggi. Ma se ripenso a quel ’93… Dopo l’omicidio, il caso è caduto nell’oblìo. Dopo tanti anni, gli hanno dedicato strade, il carcere di Ariano Irpino, è arrivata la medaglia d’oro. I riconoscimenti fanno piacere, servono a motivare, a dare un senso al ricordo, alla memoria. Non sono fini a se stessi. Nei giorni scorsi mi ha contattato un giovane collega di Pasquale. Mi ha inviato un slide: la sua tesina presentata per il concorso da sottufficiale. Era su mio marito. Ha aggiunto una scritta: non sarete mai soli. Ed è così: non siamo più soli”. Antonietta Oliva non trattiene le lacrime. Poi continua.

“Se sono qui, nonostante l’emozione, è per ricordare Pasquale, ma anche per consegnare ai giovani ideali di giustizia e libertà”.

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