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Il gangster e l’eroe: l’ultima notte di Al Capone

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ASCOLTA IL PODCAST DEL RACCONTO. VOCE DI SALVATORE MAZZA   

Tu sei diventato l’eroe, io la feccia, il cattivo, l’assassino, il corruttore sguaiato e immorale. Tu hai cambiato cognome, ti sei preso quello di un attorucolo di Hollywood, ti sei fatto passare per messicano e ti atteggi a John Wayne dei povericristi, hai avuto quel pezzo di latta sul petto, mettevi al gabbio i fetenti come me, e giri ancora con quelle due mezze pistole ficcate nelle fondine. Era necessario portarle anche qui? Pensi sia nelle condizioni di farti del male? Pensi che possa ammazzare pure mio fratello? Io non ho mai cambiato il mio cazzo di nome, e a cinema è pieno di finocchi che provano a farmi il verso. Ma senza classe, senza stile, chiaviche impomatate, mi hanno fatto diventare una macchietta. Uno che mastica sigari, sputacchia e non parla, ma urla come un ossesso. Un cafone arricchito, volgare e violento, un idiota che si è fatto fottere da quattro fessi in divisa e sbattuto ad Alcatraz con il cervello liquefatto a poco più di trent’anni. Ero il numero uno, lo sai bene. Tenevo soldi e potere. Si cacavano sotto solo a guardarmi. Ma lì, in quel carcere di merda, mi hanno appiccicato un pezzo di stoffa con scritto ottantacinque. Mi hanno chiamato così, niente nome e cognome, solo otto e cinque. E c’era pure chi si è permesso di sbattermi in faccia quel cazzo di nomignolo, quello che conosci: fuori gli avrei azzannato il cuore per il solo piacere di sputarglielo in faccia, in carcere ho fatto finta di non sentire, hanno creduto che stavo fuori di testa, un rimbambito. Ero solo, e tutti, pure il più pezzente dei criminali, gente che avrei spezzato con due dita, voleva togliersi lo sfizio di pigliare per culo proprio me, il nemico pubblico numero uno, Alphonse Gabriel Capone.

Il professore preso a schiaffi

Vieni Vincenzo, siediti qui, accanto al letto. Posa i ferri, non ti servono. Vuoi sapere perché ho voluto vederti dopo tanti anni, perché ho chiesto di te anche se mi hai sempre schifato, al punto da negare di essere mio fratello? Sto morendo, passo giorni in piena confusione, domani potrei anche non ricordare né chi sei e neppure che ci siamo visti. Ma adesso sono lucido abbastanza e voglio capire perché io sono diventato un gangster e tu no. Siamo nati nella stessa casa, cresciuti insieme, ci siamo spartiti il cibo, il sonno, gli spazi e gli affetti. Ma io sono diventato l’assassino e tu quello che l’arresta.

Ho fatto del male, ma anche del bene. Ho ucciso gente e sfamato poveri. Lasciato giocare nelle mie bische, scopare le mie puttane, bere il mio liquore e offerto la mia protezione. No, non mi sento un diavolo. Se non me fossi occupato io l’avrebbe fatto un altro. Ho ucciso solo per questo, per non farlo fare a un altro. Affari, fratello. Solo affari. 

Quando ripenso al passato, quando voglio mettere ordine in quello che è stato, tutto si complica, si attorciglia. Se però isolo dei momenti, degli incroci della vita, quelli che quando passano sembra ti stiano solo sfiorando, ma dopo, molto dopo, forse solo quando stai per lasciarci il culo, ti accorgi che sì, è stato allora, proprio allora, in uno di quei momenti, che tutto è cambiato, è stato in quei precisi istanti che la tua esistenza s’è imbarcata per quel mare. E tu non lo sapevi, non lo avevi mai capito. Mai prima di adesso, quando è troppo tardi.

Te lo ricordi quel cazzo di professore sull’Est River a Brooklyn, quello che prima faceva fare il segno della croce e poi pigliava per culo quei pezzenti di immigrati? Quello che si divertiva a umiliarci, a trattarci come bestie, perché tanto quelle eravamo, «bestie venute dall’Africa». Certo che lo ricordi, Vincenzo. Solo che hai preferito stare al tuo posto. Io no. Lui quel giorno mi ha colpito senza un motivo, uno schiaffo dietro al collo, e io gli ho spaccato la faccia a quel pezzo di merda. L’ho colpito una, due, tre volte. L’ho lasciato a terra e sono andato via prima che mi sbattessero fuori. Avevo 14 anni, Vincè. E sono uscito da scuola che mi sentivo il re. Sono tornato a casa e non me n’è fottuto niente di mamma e papà. Erano incazzati, delusi, mi dicevano «farai una brutta fine». Che dici, tenevano ragione? Forse sì, eppure no, non ho fatto una brutta fine. Ho fatto la fine che dovevo fare. E lo potevo capire quel giorno, col  sangue di quel coglione sulle mani, che avrei percorso questa strada. Proprio come Ralph, nostro fratello. Sono rimasto un po’ nel salone di papà, ma non potevo passare la vita a fare barbe. E neppure diventare contabile, come diceva nostra madre, «perché Alfonso è bravo con i numeri». Beh, quello è vero. Con i numeri sono bravo. I numeri sono importanti per chi ha il potere. I numeri mi hanno portato fortuna. I numeri mi hanno fottuto. Quei numeri del cazzo come quelli dei soldi evasi dalle tasse. Però quel giorno, Vincenzo, quel giorno che ho preso a pugni il sacco di letame, ha segnato il nostro distacco. Tu hai continuato con la scuola, né male, né bene. Ma sei andato avanti. Io sono entrato nei Five Points Gang e ho conosciuto Johnny Torrio, lui mi ha insegnato tutto il repertorio dei delinquenti. Con lui sono diventato un criminale. Con lui sono diventato Al Capone.

Ho perso la faccia per un culo

Te lo faccio portare un caffè? Chiamo Mae, è di sotto. Per fortuna c’è lei, mi tratta come un re, pure ora che non sono niente. Pure dopo quello che ha subito per colpa mia.

Le vedi queste cicatrici? Sono state la mia dannazione, la mia vergogna, il motivo per il quale di nascosto mi chiamavano scarface, lo sfregiato, ma erano anche segni che facevano paura, che hanno reso la mia faccia una faccia che non si dimentica. La faccia di un gangster. La faccia del nemico pubblico numero uno. A chi non mi conosceva ho detto: queste? Cazzo, è una regalo della guerra. Ma, lo sai, in guerra non ci sono mai stato. La guerra l’ho fatta qua, a casa. Forse senza questi sfregi, qualcosa sarebbe cambiato. Forse non sarei diventato quello che sono. Chi può dirlo? Sono solo cicatrici, lo so. Ma sono state qualcosa di più. Non mi hanno cambiato solo i connotati, si sono stampate dentro, hanno fatto sanguinare l’anima, l’hanno resa quella che è. L’anima di un criminale. Mi hanno tolto un pezzo di paura, mi hanno fatto annusare il dolore. Da quel giorno non ho sentito più nulla, neppure il rimorso. Sangue chiama sangue. Ma non doveva più essere il mio.

Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se quella cazzo di sera, all’Haward Inn di Frankie Yale, dove facevo il buttafuori, non avessi visto quella gran fica di Lena. Avevo venti anni e il sangue caldo. E quella un corpo come dio comanda. Ecchecazzo, le ho detto mi piaci, sei carina, usciamo insieme. E lei niente: solo no. Due volte. Ok, va bene. Però quella cosa gliela dovevo dire, mica l’ho offesa? E così mi avvicino, la guardo negli occhi: hai un gran bel culo tesoro, e questo è un complimento. Per me era finita lì, chi poteva immaginare che quel coglione di Frank Galluccio, suo fratello, tirava fuori il coltello. Cazzo mi ha lavorato la faccia in questo modo. Ottanta punti per rimetterla a posto. Yale si è messo di mezzo, ci ha chiesto di fare pace. Ho detto sì, avevo sbagliato e Galluccio ha fatto quello che doveva fare. Qualche anno dopo l’ho pure assunto come guardia del corpo, a cento dollari al giorno. Poi dicono che non so perdonare. E che non so ridere di me stesso. Me lo sono ripetuto spesso, da quel giorno: «Al, hai perso la faccia per un culo». E forse, ora lo so, ho perso anche altro.

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Il bordello e la sifilide

Tu lo sai come mi sono ridotto così, con il cervello inceppato che funziona quando cazzo gli pare? Certi giorni non capisco niente, non so chi sono, né dove sono. Mi sveglio in questa stanza e penso di stare ancora in galera, non riconosco neppure Mae. E’ la sifilide che se la spassa nella mia testa. Senza sifilide avrei potuto tornare a Chicago e pisciare in bocca a quelli che mangiano con i miei affari. E invece non sono più buono a niente, devo restare qua, come un vecchio deficiente. Non posso neppure campare di ricordi, perché pure quelli sono andati a farsi fottere, uno a uno, un poco alla volta. Ha detto il dottore: tra poco non ricorderai neppure il tuo nome. Beh, a volte lo so, quel giorno è vicino. Ora vorrei ricordare il nome della troia che mi ha incollato la malattia, ma non l’ho mai saputo. So solo quando è successo. Era il 1919, Torrio mi disse: Al, andiamo a Chicago a fare grana, mi ha chiamato James Colosimo. James era un cazzone calabrese che a Chicago era il capo di tutto. Ora che ci penso, pure quella è una svolta, un momento che ha deciso cosa dovevo diventare. A New York era tutto un casino, c’era già troppo traffico di mafiosi italiani e irlandesi, tutti col ferro caldo in mano a spartirsi col sangue pezzi di città. A Chicago, Torrio è diventato il vice di Colosimo, e io il vice di Torrio. Stavo azzeccato al potere, troppo vicino per non desiderarlo. I soldi erano tanti, la polizia a tappetino, le altre gang già sottomesse. Ero appena arrivato e Colosimo mi ha detto: devi occuparti di quel locale. Non era né un bar, né una bisca, ma il più grande bordello della zona. Puttane di ogni genere, pure nere. E pure italiane. La più vestita stava nuda. A venti anni tenevo la cerniera che andava su e giù, giorno e notte. Chissà da quale fica ho beccato la malattia. Me ne sono pure accorto, che avevo la sifilide. Ma niente medico, non volevo farmi toccare il cazzo da un altro. E poi dopo un po’ sembravo a posto. Mi sono detto: ok, sei più forte pure di questa schifezza. E invece quella troia di sifilide s’è fatta una passeggiata nel mio corpo e ora banchetta con quello che resta del mio cervello. Sì, lo so, sono stato un coglione. Ma non ci pensi a venti anni che scopando si può diventare deficienti. Non ci ho pensato neppure dopo, quando credevo di essere una specie di Napoleone del crimine. Me ne sono accorto in galera, quando era troppo tardi. La sifilide è stata la mia Waterloo. Molto più di quelle cazzo di guardie. Molto più di quella chiavica di Elliot Ness, quel fallito di merda.

Quella legge di merda 

Già, Elliot Ness e quella puttanata degli intoccabili. Gente col distintivo, come te. Senza offesa. Stavano a petto in fuori quando mi hanno sbattuto dentro, fotografie sui giornali, eroi nazionali: quelli che hanno fottuto Al Capone. Si sono presi tutto il merito. Ma non avevano fatto un cazzo. A te lo posso dire: ho ammazzato e fatto ammazzare cinquecento coglioni, molti con le mie mani, senza armi, alcuni li ho sfondati con la mazza da baseball e ci ho sputato sopra. Non ho mai avuto un cazzo di rimorso: quelli erano come me, o peggio ancora. Mi avrebbero squartato se avessero potuto. Ho contrabbandato liquori in tutta la nazione. Aperto decine di bische e di bordelli. Mi sono fatto pagare la protezione da centinaia di commercianti. Corrotto politici, poliziotti, giudici, giurati. Tutti con un prezzo in fronte e il terrore di dirmi no. Ho accumulato cento milioni di dollari. Ero il padrone del mondo. Ness e la sua banda di paraculi non mi hanno mai incastrato. Neppure sfiorato. A fottermi è stata una legge di merda.  E quella schifezza d’uomo di John Edgar Hoover, che poi si è messo a fare affari sporchi con i mafiosi di New York, e quel Frank Wilson. Hanno preteso per legge che bisognava dichiarare pure i soldi arraffati col crimine. Così ti metti a posto con le tasse ma confessi che sei un gangster e ti arrestano lo stesso. Una belle legge di merda. Quel deficiente di avvocato mi ha detto: Al, non ti preoccupare, li contatto e negoziamo il tuo debito con lo Stato. Ci rimetti dei soldi, qualche mese di carcere, ma ce li togliamo dalle palle. Gli ho pure detto sì, forse quel giorno ero fuso di cocaina. Invece quel dannato giudice Wilkerson mi ha fatto il servizio. L’idiota di avvocato non è che li ha contattati, ha scritto una cazzo di lettera, la mia confessione, pure firmata. Il giudice gli ha detto: non si negozia niente, ha cambiato la giuria che avevo già corrotto e mi ha condannato a undici anni. Undici anni per centomila dollari del cazzo. Ero diventato scomodo, Vincenzo: troppo potere, troppo denaro, troppi segreti. Meglio togliermi di mezzo. Ma hanno dovuto imbrogliare per fottermi. Senza quella legge, senza quel giudice, ora stavo ancora a Chicago a farmi il bagno nei soldi e a gestire tutta la città. O forse no, se il cervello non gira, non girano manco gli affari. E se il cervello si è liquefatto con la sifilide, nel mio mondo c’è la fila di criminali pronta a sfondarti il cranio con una pallottola. Nel mio mondo, e lo sai, nessuno ti è amico. Perché tutti possono tradire. E’ l’odore del potere. Ma almeno non mi sarei fatto dieci anni di gabbio. Mi sarei pure risparmiato la forbiciata nello stomaco di quello stronzo di New York, che s’è incazzato perché non rispettavo la fila dal barbiere in quella dannata fogna di Alcatraz. Ma è andata così, e posso dire che ho vissuto, che forse domani qualcuno si ricorderà di me. Magari andrà sulla mia tomba a sputarci sopra o a lasciarci un sigaro, chi lo sa. Non mi pento di niente, era la mia vita e la mia strada, quello che è successo, dai cazzotti al professore in poi, era il mio destino. Si è offerto e me lo sono preso. E’ stato il mio viaggio, la mia vittoria, la mia irrimediabile sconfitta.

Vincenzo lo ha ascoltato in silenzio, fumando sigarette senza filtro. Le gambe divaricate, il cappello a falda larga calato sugli occhi. Ha guardato quello che resta di suo fratello, sembra commiserarlo, ma non è così. Davanti a lui un uomo debole, fragile, aggrappato a un passato che non c’è più, consapevole di essere vicino all’ultima fermata. Sipario. Fine. Nessun applauso, niente bis. Una vita bruciata che ne ha incenerite tante altre. E non solo quelle che ha ucciso.

Tu il gangster e io lo sceriffo

Al, ma che vai dicendo? Non serve che ti inventi storie, il destino, le svolte, i numeri: sei sempre stato così, un pezzo di merda. Anche senza cicatrice e senza sifilide. E da scuola ti avrebbero cacciato al calci in culo, pure senza i cazzotti al professore. Mamma ti voleva contabile, è vero. Ma non ci credeva, non ci ha mai creduto. Quando sei entrato nelle gang abbiamo detto: solo quello poteva fare. Lo sapevamo, era la tua cazzo di strada. Nessuno poteva immaginare quello che saresti diventato, forse neppure tu. Ma che saresti stato un criminale non ci voleva assai a capirlo. Meglio per tutti che te ne sei andato a Chicago, che non hai mescolato troppa merda a New York, a casa nostra. Ma anche da laggiù, il peso di quello che facevi, il puzzo di cadaveri che ti sei lasciato dietro, s’è scaricato addosso a noi. Su papà, soprattutto. Ha quasi smesso di parlare, di dire che eri suo figlio. Ha piazzato una x sul tuo nome. Ho fatto lo stesso, sono andato via l’anno che te la sei filata con Torrio, e ti ho cancellato dalla mia vita. Sono partito per il Nebraska. Sì, mi sono cambiato il nome. Che cazzo potevo fare? Mi guardavano storto quando sentivano, Vincenzo Capone. Facevano due conti e il risultato era sempre lo stesso: immigrato, italiano, parente del gangster. Mi sono fatto chiamare Richard Hart, il “two gun” lo hanno aggiunto gli altri, solo perché portavo due pistole e sparavo bene. Sì, come William Hart, l’attore, che poi piaceva anche a te, quante volte a cinema abbiamo visto insieme i suoi film? Certo che avrei potuto essere come te, siamo cresciuti nello stesso brodo. Ma tu sei fissato col potere, ti piace comandare, fare il guappo, lo hai sempre fatto, pure da bambino. Io me ne sono sempre fottuto, del potere e di comandare, e le gang mi facevano più schifo che paura: una vita passata a fare dentro e fuori dal carcere, a buscare soldi tra contrabbando, puttane e bische, a guardarsi le spalle dagli stronzi più stronzi di te. No Al, non è roba per me. Non ti ho mai invidiato, neppure quando facevi il re dei criminali e buttavi soldi ai poveracci, neppure quando ti vedevo in quelle foto sui giornali, con i cappotti da duemila dollari, i sigari cubani e qualche troia bionda a lisciarti le cicatrici. Mi hai sempre fatto tristezza. E quella tristezza te le leggevo negli occhi, pure quando facevi il buffone, quando pensavi che nessuno ti avrebbe mai fottuto, la stessa tristezza che vedo ora, ora che hai perso tutto, che stai per perdere pure la ragione.

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Sono andato via senza quasi dire niente. L’ho deciso una sera e il giorno dopo ho preso il primo treno che partiva. Destinazione Lincoln, in Nebraska. Posso dire che quel caso ha segnato il resto della mia vita? E posso usare, come fai tu, quel caso come una giustificazione, perché se avessi preso un altro treno tutto sarebbe stato diverso? No Alphonse, quel treno l’ho preso io. Come sono stato io a decidere di non girarmi dall’altra parte quando ho salvato la ragazza che stava annegando. Quella ragazza l’ho sposata, quella ragazza era la figlia di uno che contava. Dopo quel matrimonio sono diventato sceriffo. Io, il fratello di Al Capone, uno sceriffo con tanto di stella su petto. Io, il fratello di Al Capone, il miglior tiratore dello Stato, il più implacabile cacciatore di contrabbandieri e delinquenti assortiti, la guardia del corpo del presidente Coolidge, il protettore degli indiani. Nessuno sapeva che eravamo parenti. Nessuno lo sospettava, mi avevano preso per messicano e io lo lasciavo credere. Fino a quando non ho sparato a uno che scappava. L’ho ucciso e non dovevo farlo. Mi hanno cacciato via, come un appestato, soprattutto quando sono stato costretto a confessare il mio vero nome. E lo sai chi mi ha aiutato quando ho perso tutto? Ralph, l’altro gangster della famiglia. Sono andato via per mettere un muro tra me e voi, ho vissuto per far rispettare la legge, per mettere in cella quelli come te e Ralph, e poi sono stato costretto a fare di nuovo i conti con il passato, con la mia storia, con tutto quello che avevo cercato di dimenticare. Ora vieni a dirmi che hai fatto il criminale solo perché altrimenti qualcuno l’avrebbe fatto al posto tuo. Bella cazzata Al, tienitela pronta per il Creatore, se mai dovesse crederci hai preso per il culo pure lui. Ma non me. Non ti penti di un cazzo, ma inventi scuse, e se oggi hai voluto parlarmi è solo perché volevi convincerti che no, non hai avuto scelta. Che i numeri e il destino ti hanno fregato. Che se solo non ti avessero ridotto la faccia come una mappa del tesoro, tu non avresti avuto l’anima così nera da uccidere ridendo. Forse quando sarai morto qualcuno si ricorderà di te, anche solo per dire che sei stato una merda. Di me nessuno, ed è meglio così. Già ora nessuno si ricorda di William Hart, un vecchio eroe di pellicole seppellite dal tempo. Chi mai dovrebbe ricordarsi di quello stronzo che ha preso il nome di un attore che non conosce più nessuno. O forse no, forse qualcuno scaverà nel tuo passato, e da quel pozzo nero tirerà fuori anche la mia storia, quella del fratello di Al Capone, che aveva cercato di vivere lontano dall’ombra cupa del male. E sarà anche peggio, un mio doppio fallimento.

Non mi ha fatto piacere vederti, preferivo ricordarti da vivo. Ora sei già morto, lo sai. Questa stanza è l’anticamera della tua tomba. Non ne uscirai con le tue gambe. Ma, se può consolarti, sono morto anch’io. Sono morto quando la maschera di Hart è caduta per sempre, quando mi sono reso conto che non serviva a nulla fuggire da te. Siamo morti, ma non c’è tristezza. Siamo morti con la consapevolezza di aver avuto dalla vita solo quello che ci siamo scelti. E che non avremmo mai voluto altro, anche se è finita così. Tu il gangster, io lo sceriffo. 

Vincenzo è rimasto in silenzio ad aspettare una risposta di Al.  Il boss non aveva mai lasciato agli altri l’ultima parola. Ma non si è accorto che Al si era addormentato. E così, senza aggiungere altro, si è alzato ed è andato via. Non avrebbe più rivisto suo fratello. Il giorno dopo il gangster malato ha chiesto alla moglie: «Quando viene Vincenzo». Mae ha provato a dire che era già stato lì, poi si è trattenuta: «Domani Al, viene domani…».

Le illustrazioni sono state realizzate con Quark Xpress da Luciano Trapanese 

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1 Comment

  1. Bellissima Lucido veramente bella 😘

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