Il Libro della giungla e l’importanza del dire senza stradire

Viviamo nel caos, senza una legge di rispetto e controllo da seguire sembrando le Bandar-Log del mondo della giungla.

Siamo perché diciamo, non allorché stradiciamo: viviamo senza ordine e leggi di rispetto quotidiano. Siamo nel caos come le scimmie de Il libro della Giungla.
5' di lettura

di Marianna Testa, psicologa – È capitato a tutti di vedere almeno una volta nella vita il cartone o il film: Il libro della giungla.

Risulta lampante la differenza chiara, netta e percettibile, tra il caos, la mancanza di Legge, di rispetto, di controllo e consapevolezza del mondo delle Bandar-log e il più esemplare e rigoroso ordine che vige tra il branco dei Lupi.

Bandar Log e lupi

I Bandar-log sono le scimmie che non hanno né un capo, né una lingua propria, hanno un ruolo fondamentale nella morale utilizzata nello scautismo, rappresentano tutti coloro che non rispettano la Legge e non sono in grado di controllarsi.

Al contrario, il branco dei Lupi insegna bene, a grandi e piccini, il concetto di “Legge”, quella stessa Legge di cui parlava già nel lontano 1969 Lacan, psicoanalista, psichiatra e filosofo francese, con “L’evaporazione del padre” – ovvero la scomparsa della Legge, il tramonto dell’autorità, fenomeno ripreso da Massimo Recalcati nel suo libro “Cosa resta del padre”.

In modo puntuale e impeccabile, l’autore psicoanalista milanese spiega quanto la contemporaneità stia uccidendo il significato simbolico di Legge.

Siamo perché diciamo, non allorché stradiciamo: viviamo senza ordine e leggi di rispetto quotidiano. Siamo nel caos come le scimmie de Il libro della Giungla.

La nascita del conflitto

Oggi siamo di fronte a una forte sopravvalutazione dell’istintività, non a caso tendiamo a giustificare atteggiamenti e parole aggressive o scortesi con la scusante banale e superficiale di aver detto o fatto qualcosa perché si è istintivi o perché “si è veri”, dimenticandoci che quel determinato comportamento ha ferito e offeso una persona.

Il conflitto non nasce sempre da una divergenza di opinioni, spesso nasce dal “come” è stato esposto un contenuto e non dal contenuto stesso. Un altro concetto da scardinare è pensare che avere personalità voglia dire rimanere fermi alla propria posizione o essere aggressivi verso l’altro, l’Altro che deve necessariamente perdere.

La personalità è tutt’altra cosa, passa dalla consapevolezza, dalla complessa comprensione di chi siamo e dalla chiara idea di cosa vogliamo comunicare.

Le regole da rispettare

Dimentichiamo spesso che le regole da rispettare, per rispettare noi e l’Altro, non esistono solo nei giochi ma tra i banchi di scuola, negli ambienti di lavoro, nello sport e anche e soprattutto nell’utilizzo di parole.

Parlare in maniera corretta non vuol dire essere un bravo oratore, magari falso e manipolatore e con l’unico intento di convincere l’Altro e portarlo verso il nostro punto di vista. Saper conversare significa tenere a mente i concetti di rispetto e controllo.

Avere controllo è uno sforzo utile per non cadere in comportamenti disfunzionali che possano offendere o ferire il prossimo. Nella società contemporanea parliamo e parliamo ma non ascoltiamo, parliamo con l’unico obiettivo di dominare l’Altro, di esercitare un controllo sull’altro e sulla sua opinione, e se feriamo psicologicamente qualcuno poco importa, basta che si faccia sentire la propria voce.

Esempio lampante e drammatico sono i nostri politici e non solo. In questo particolare periodo storico che stiamo vivendo regna il caos, lo stesso caos che vediamo tra le Bandar-log.

L’importanza delle conversazioni

Le conversazioni sono basate sull’avvicinare l’altro alla propria posizione più che sul comprendere realmente e umanamente quali siano le ragioni dell’Altro.

Siamo coinvolti in conversazioni che si basano su una vittoria, su un dominio, un meccanismo marcio che è alla base non solo dei programmi televisivi, dibattiti accesi e violenti si sentono in radio così come nei ristoranti e nei salotti di casa, dove ognuno “urla” la sua ma nessuno ascolta.

Bisognerebbe uscire dalla dinamica della guerra e dello scontro per entrare in quella della pace e dello scambio, bisogna rinunciare al sadico desiderio di convincere l’altro per portarlo a ogni costo verso la nostra idea.

I problemi della comunicazione

Uno dei più antichi problemi della comunicazione è la concentrazione costante su di sé e poco sul nostro interlocutore, non a caso la parola più usata al mondo è “io”. Se riportiamo costantemente l’attenzione su di noi, daremo alla luce un monologo e non una conversazione.

Eppure l’anatomia ricorda che abbiamo due orecchie e una bocca ma continuiamo ad eccedere con la parola e a evitare l’ascolto. Ancora, esattamente come le scimmie nel Il libro della giungla, la maggior parte di noi disprezza il silenzio.

Il saper ascoltare

Lo psicoanalista Recalcati ha sin da subito chiarito che – non solo per la professione dello psicanalista – l’arte del silenzio è garanzia fondamentale dell’ascolto, e che dunque bisogna saper tacere per essere dei buoni ascoltatori.

L’ascolto è alla base della relazione e alla base della relazione c’è lo scambio, scambio di fiducia, scambio di rispetto, scambio di opinioni, scambio di amore. L’ascolto implica comprensione e rispetto verso l’Altro, verso i suoi bisogni. Non di rado accade che non siamo attenti al contenuto dei nostri interlocutori ma siamo super concentrati su cosa potremmo dire dopo. In questo caso non c’è ascolto.

Eppure l’ascolto attivo è un bene così prezioso, quell’ascolto sincero e rispettoso che osserviamo quando il capo dei Lupi, Akela, parla al branco e il branco ascolta, in silenzio ascolta. Dovremmo prendere esempio dal branco. Per avere una sana conversazione bisogna saper ascoltare e imparare ad utilizzare e gestire le parole con massima cautela, empatia e gentilezza.

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