Il marito di Silvia Ruotolo: crescere i figli senza la parola mamma

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“Se vado avanti è solo grazie ai miei figli”. Lorenzo Clemente è il marito di Silvia Ruotolo, uno dei simboli delle vittime della mafia. Aveva 39 anni quando rimase uccisa, nel quartiere Arenella, a Napoli. Era andata a prendere suo figlio Francesco a scuola. In quel momento un commando stava aprendo il fuoco contro Salvatore Raimondi. Una esecuzione di camorra. Un proiettile la colpì alla tempia. Morì sul colpo. Affacciata al balcone, la figlia Alessandra vide tutta la scena.

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Lorenzo Clemente porta la sua testimonianza al Manlio Rossi Doria, nel corso dell’incontro preparatorio per la grande marcia che si snoderà il 21 marzo tra le strade di Avellino in memoria delle vittime delle mafie. Era l’undici giugno del ’97.

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“Non è stato facile crescere i miei figli ed eliminando dal vocabolario la parola mamma. Anche con mia madre, la chiamavo nonna per non turbare i ragazzi. Se parlo in incontri come questo, se consegno a voi e ai giovani la mia testimonianza, è solo nella speranza che non accada, non accada più. Mia figlia Alessandra, durante la giornata delle memoria a Napoli, parlando a piazza Plebiscito, disse a tutti: il mio dolore deve essere anche il vostro. Che significa partecipazione, vera. E solo quello può portare dei cambiamenti. In questi incontri porto la mia rabbia, la mia emozione. Quando torno a casa sono più sereno”.

Mi chiamò Napolitano: li abbiamo presi

“All’epoca la morte di Silvia suscitò una grande reazione. I colpevoli sono stati assicurati alla giustizia due mesi dopo l’omicidio. A ottobre è iniziato il processo. L’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, mi ha chiamato a casa per informarmi che li avevano arrestati”.

“Il delitto di Silvia – continua Lorenzo Clemente – non si è verificato in un quartiere difficile. Ma in una zona residenziale, come Vomero-Arenella. In quel periodo sembrava assurdo che la camorra sparasse anche lì. Sembrava. Ma la verità è venuta fuori durante il processo, quando un pentito ha raccontato che il novanta per cento dei commercianti della zona pagava il pizzo. Una tranquillità solo di facciata. E la camorra era lì, ben insediata”.

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“Quel giorno – ricorda Clemente – la cosa più difficile è stata salire le scale con la consapevolezza di affrontare i miei figli e dover rispondere al loro “perché”. Chiediamocelo anche ora perché. Per evitare che i nostri cari siano morti invano. Continuiamo a chiederci perché, per evitare che quello che è accaduto a Silvia si ripeta ancora.

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