Privacy
×
The wam
×
icona-ricerca
Home / Pensioni / In pensione a 71 anni, spunta il super premio

In pensione a 71 anni, spunta il super premio

In pensione a 71 anni, spunta l’ipotesi di un super premio per chi decide di lasciare il lavoro più tardi. Il governo ci pensa, anche per ridurre i costi. C’è un’ondata di pensionamenti in arrivo e il sistema è a rischio: può reggere per altri 10 anni. Il quadro della situazione e le possibili soluzioni.

di The Wam

Gennaio 2024

In pensione a 71 anni con un super premio: la proposta è stata formulata alla Camera durante la presentazione del Rapporto di Itinerari previdenziali e viene presa in seria considerazione dal governo. Il sistema pensionistico è in bilico e sono in arrivo riforme consistenti e restrittive. Capiamo come e perché. (scopri le ultime notizie sulle pensioni e su Invalidità e Legge 104. Leggile gratis su WhatsApp, Telegram e Facebook).

In pensione a 71 anni, l’ondata dei baby boomers

L’Italia è nel pieno di una svolta demografica epocale, senza precedenti. Una situazione che mette a rischio l’equilibrio dell’intero sistema previdenziale. Tra qualche anno ci sarà un’ondata di pensionamenti. Lasceranno il lavoro i cosiddetti baby boomers, ovvero la generazione, nata tra il 1946 e il 1964, quando in Italia è stato registrato un numero di nascite record.

Un superbonus per chi lavora fino a 71 anni

Partendo da questo contesto, il professor Alberto Brambilla nel suo XI Rapporto di Itinerari previdenziali. Presentata alla Camera, ha avanzato una proposta: offrire un superbonus a chi sceglie di restare in attività lavorativa fino a 71 anni. E quindi quattro anni più tardi rispetto all’attuale limite di pensionamento per vecchiaia fissato a 67 anni dalla legge Fornero.

Riforme per la sostenibilità del sistema pensionistico

Parallelamente, si prospettano altre riforme per garantire la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico. Compreso il blocco dell’anzianità contributiva a 42 anni e 10 mesi per gli uomini (con un anno in meno per le donne). Ma non solo. Un altro aspetto determinante e sul quale il governo è stato chiamato a intervenire è l’equiparazione delle regole di pensionamento per i contributivi puri (post 1996) a quelle degli altri lavoratori (retributivi o misti). Un aspetto che è già stato ampiamente discusso dall’esecutivo e che è evidenziato, tra l’altro, anche dalla rimodulazione di Quota 103, che consente l’anticipo pensionistico, ma solo per chi determina l’importo dell’assegno con il calcolo contributivo (come già accade del resto anche per Opzione donna e la pensione anticipata contributiva a 64 anni).

Entra nella community, informati e fai le tue domande su Youtube e Instagram.

Il sistema previdenziale può reggere altri 10, 15 anni

Il sistema previdenziale italiano è dunque di fronte a un bivio critico. Secondo gli ultimi studi, si stima che possa reggere con le misure attuali per altri 10-15 anni. La previsione deriva dall’analisi delle tendenze attuali e dalla valutazione della sostenibilità a medio termine del sistema.

Crescita del numero dei pensionati e situazione occupazionale

Il numero dei pensionati in Italia sta già aumentando. Nel 2022, si contano 16.131.414 assegni pensionistici, un incremento rispetto agli anni precedenti. Nonostante un miglioramento sui dati per l’occupazione, l’Italia rimane in una posizione di difficoltà rispetto ad altri paesi europei. La crescita dei pensionati è un campanello d’allarme che richiede un’attenzione particolare per mantenere il sistema sostenibile.

Rapporto attivi/pensionati: sguardo al futuro

Bisogna considerare con particolare attenzione il rapporto attivi/pensionati. Nel 2022, questo rapporto mostra un miglioramento progressivo, ma lento. La quota si attesta a 1,4443, leggermente inferiore al record di 1,4578. Ma resta ancora lontano dalla soglia di sicurezza dell’1,5. Questo dato è importante per comprendere le conseguenze future e le possibili direzioni di riforma del sistema previdenziale.

Sono necessarie riforme immediate

Sono dunque necessarie riforme immediate. Diventano essenziali, come abbiamo accennato, in vista della “più grande transizione demografica di tutti i tempi” e di un debito pubblico che potrebbe presto superare i 3.000 miliardi di euro.

La sostenibilità del sistema è garantita fino al 2035/40, periodo in cui la maggior parte dei baby boomers, nati dal dopoguerra al 1980, andranno in pensione. Ma è fondamentale un cambiamento radicale per affrontare efficacemente queste criticità.

Una politica previdenziale rivolta al futuro

Brambilla ha consigliato al governo un cambio di passo significativo nel sistema pensionistico. L’obiettivo è garantire la sostenibilità a lungo termine del sistema, tenendo conto delle dinamiche demografiche in atto e dell’impatto economico sulla società.

Ridurre le pensioni anticipate

Una delle riforme proposte riguarda la riduzione del numero delle pensioni anticipate. Oggi l’età di pensionamento in Italia è tra le più basse d’Europa, circa 63 anni. Il rapporto propone di aumentare gradualmente questa soglia anagrafica, evitando o riducendo il ricorso a eccessive anticipazioni pensionistiche. Solo questa disposizione potrebbe ridurre il carico sul sistema previdenziale e a promuovere l’invecchiamento attivo dei lavoratori.

Favorire la permanenza sul lavoro

Il rapporto di Itinerari previdenziali suggerisce anche di adottare misure a favore di un’adeguata permanenza sul lavoro delle fasce più senior della popolazione. Non solo si aiuta a sostenere il sistema pensionistico, ma incoraggia anche una maggiore partecipazione e contributo dei lavoratori anziani all’economia.

Cresce la spesa assistenziale: 157 miliardi (+126%)

C’è anche un altro aspetto. Negli ultimi anni, l’Italia ha registrato un incremento drammatico nella spesa assistenziale. È cresciuta del 126%, raggiungendo i 157 miliardi di euro. Questo balzo, avvenuto in poco più di un decennio, rappresenta una preoccupante tendenza economica che mette in discussione l’efficacia delle politiche sociali attuali.

Confronto con il passato

Rispetto al 2008, quando la spesa sociale era di 73 miliardi, l’aumento è stato straordinario. Questa crescita esponenziale nella spesa assistenziale solleva interrogativi sulla gestione delle risorse e sull’efficacia delle misure di assistenza sociale in Italia.

Impatto della spesa assistenziale sulla povertà

Nonostante l’aumento della spesa assistenziale, si è assistito a un aumento della povertà. La povertà assoluta, ovvero la difficoltà ad arrivare a fine mese, è passata da 2,1 milioni a 5,7 milioni di persone. Anche la povertà relativa ha visto un incremento, passando da 6,5 a 8 milioni di persone.

Riflessioni sulle politiche sociali

Questi dati mettono in luce un paradosso: nonostante maggiori investimenti in assistenza sociale, la povertà non solo non è diminuita, ma è addirittura aumentata. Questo scenario richiama l’attenzione sulla necessità di rivedere e ottimizzare le strategie di intervento sociale.

Verso una maggiore efficienza delle politiche di assistenza

Di fronte a questi dati, si evidenzia la necessità di separare più efficacemente previdenza e assistenza. È fondamentale, per lo studio di Itinerari previdenziali, indirizzare la spesa assistenziale in maniera più mirata e efficiente, per garantire un impatto reale e positivo sulle condizioni di vita delle persone in difficoltà.

Un nuovo approccio

L’aumento della spesa assistenziale e l’incremento della povertà sottolineano l’urgenza di un nuovo approccio nelle politiche sociali italiane. È essenziale riconsiderare le metodologie e le priorità per assicurare che le risorse vengano utilizzate in modo da massimizzare il beneficio sociale e ridurre efficacemente la povertà.

In calo la spesa per le pensioni previdenziali

In Italia, la spesa per le pensioni previdenziali sta invece diminuendo, un segnale incoraggiante per l’economia nazionale. Dopo il crollo economico causato dalla pandemia di Covid e le conseguenti misure di lockdown, il 2022 ha registrato una ripresa significativa delle entrate contributive.

Le entrate contributive hanno fatto registrare un aumento dell’8% rispetto al 2021, raggiungendo la cifra di 224,94 miliardi di euro. Questo valore è notevolmente superiore a quello pre-pandemico, segnalando una ripresa robusta nel settore pensionistico.

Impatto sul deficit pensionistico

Il deficit del sistema pensionistico si è quindi ridotto di quasi 7 miliardi rispetto ai 30 dello scorso anno. Ma continua a pesare il disavanzo della gestione dei dipendenti pubblici, che ammonta a oltre 39 miliardi di euro (rispetto ai 33 miliardi pre-pandemia).

Analisi della spesa pensionistica totale

Nonostante questo, la spesa pensionistica complessiva, che include le prestazioni Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti), è stata nel 2022 di 247,588 miliardi di euro. Un importo che rappresenta il 12,97% del PIL italiano, in calo rispetto al 13,42% dell’anno precedente.

Evitare tagli imposti dall’Europa

In una situazione comunque complessa è indispensabile evitare tagli imposti dall’Europa. Per mantenere l’equilibrio e rispettare gli standard imposti dall’Unione Europea, l’Italia deve gestire con attenzione le sue risorse previdenziali.

L’Importanza dei calcoli accurati

Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, sottolinea l’importanza di calcoli accurati e trasparenti. È cruciale per dimostrare all’Europa che l’Italia gestisce le sue finanze pensionistiche in modo responsabile e sostenibile. Bisogna in pratica evitare errori grossolani come quello della Quota 100, prima introdotta e poi azzerata, perché insostenibile, ma che nel frattempo ha bruciato decine di miliardi.

Gli oneri assistenziali e delle imposte

Considerando gli oneri assistenziali sostenuti per maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo e Gias (Gestione degli interventi assistenziali) dei dipendenti pubblici, che ammontano a 23,793 miliardi di euro, l’incidenza delle pensioni sul PIL scende all’11,72%. Questo dato è in linea con la media Eurostat.

Impatto delle politiche fiscali

Escludendo anche i 59 miliardi di euro di imposte (Irpef) – che in molti Paesi dell’Unione Europea e dell’area OCSE sono più basse o addirittura assenti sulle pensioni – la percentuale scende all’8,64%. Questo dimostra che, al netto di specifiche politiche fiscali, il sistema pensionistico italiano presenta una spesa controllata.

In pensione a 71 anni, spunta il super premio
Nell’immagine due persone al lavoro anche se hanno più di 67 anni.

FAQ (domande e risposte)

Che proposta è stata avanzata per l’età pensionabile in Italia?

La proposta avanzata in Italia riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile a 71 anni, accompagnata da un super premio. Questa proposta è stata formulata dal professor Alberto Brambilla nell’XI Rapporto di Itinerari previdenziali e presentata alla Camera, riflettendo una risposta alla transizione demografica dovuta al pensionamento dei baby boomers e al calo del tasso di natalità.

Qual è l’attuale età di pensionamento secondo la legge Fornero?

Secondo la legge Fornero, l’attuale età di pensionamento in Italia è fissata a 67 anni. Questa età rappresenta il limite di pensionamento per vecchiaia prima dell’introduzione della nuova proposta di estensione fino a 71 anni.

Qual è il rapporto attivi/pensionati in Italia nel 2022?

Nel 2022, il rapporto attivi/pensionati in Italia ha mostrato un miglioramento progressivo ma lento, attestandosi a 1,4443. Tuttavia, questo valore rimane ancora distante dalla soglia di sicurezza considerata ideale, che è 1,5.

Quali riforme sono proposte per la sostenibilità del sistema pensionistico?

Per la sostenibilità del sistema pensionistico italiano, oltre all’innalzamento dell’età pensionabile a 71 anni, sono proposte altre riforme. Queste includono il blocco dell’anzianità contributiva a 42 anni e 10 mesi per gli uomini (un anno in meno per le donne) e l’equiparazione delle regole di pensionamento dei contributivi puri (post 1996) a quelle degli altri lavoratori.

Quanto è aumentata la spesa assistenziale in Italia dal 2008?

Dal 2008 al 2022, la spesa assistenziale in Italia è aumentata del 126%, passando da 73 miliardi a 157 miliardi di euro. Questo aumento significativo ha portato a una crescita della povertà, nonostante le aspettative di una sua riduzione.

Qual è la spesa pensionistica di natura previdenziale in Italia nel 2022?

Nel 2022, la spesa pensionistica di natura previdenziale in Italia è stata di 247,588 miliardi di euro. Questo importo rappresenta il 12,97% del PIL, in diminuzione rispetto al 13,42% dell’anno precedente. Dopo la riduzione degli oneri assistenziali e delle imposte, l’incidenza sul PIL scende ulteriormente all’11,72% e poi all’8,64%, mostrando una gestione efficace delle risorse pensionistiche in linea con gli standard europei.

Ecco gli articoli preferiti dagli utenti sulle pensioni:

Entra nel gruppo WhatsApp e Telegram

Canale Telegram

Gruppo WhatsApp