Avellino, inchiesta migranti: spunta viceprefetto. Pm: sequestri

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Il Procuratore aggiunto di Benevento, Giovanni Conzo, ha fatto ricorso per Cassazione: vuole i sequestri di conti e beni per un imprenditore di Flumeri, il 63enne C.P., che gestisce diversi centri d’accoglienza per migranti in Irpinia, anche ad Aquilonia, Monteforte Irpino e Capriglia Irpina. Il primo marzo la Corte di Cassazione si esprimerà sul ricorso presentato dal pubblico ministero, avverso al rigetto del tribunale del Riesame che aveva già bocciato la prima opposizione della Procura contro il rigetto dei sequestri.

L’inchiesta mira a scoperchiare inefficienze dei centri migranti. E presunte speculazioni su alcuni servizi.

L’inchiesta sui migranti

Nell’indagine è finito A.A. di Parolise, un 65enne ex vice-prefetto vicario, che al momento dell’inchiesta lavorava in Prefettura ad Avellino. Per lui l’accusa di aver favorito un gestore con l’aggiudicazione di diverse convenzioni culturali, assistenziali e amministrative.

Prefettura Avellino: nell'inchiesta sui migranti coinvolto ex prefetto vicario
Prefettura di Avellino

Fra le ipotesi di reato a carico degli indagati: l’abuso d’ufficio, truffa aggravata e malversazione, subappalti illeciti, falsi relativi ai fogli di presenza dei migranti che non sarebbero stati ospiti delle strutture per il periodo riportato.

I Nas di Salerno – durante un’ispezione – hanno evidenziato anche una presunta frode in pubbliche forniture rispetto a quello che risulta consegnato ai richiedenti asili.

L’accusa di frode nelle pubbliche forniture è legata al fatto che gli indagati non avrebbero fornito i servizi di assistenza minima agli ospiti dei centri d’accoglienza. Dalle strutture in condizioni fatiscenti a casi limite: i migranti, in alcune occasioni, sarebbero stati obbligati a lavarsi usando un pentolone d’acqua calda in assenza di un sistema di riscaldamento idoneo.

Due funzionari, che eseguivano ispezioni per conto della Prefettura, l’accusa di falsità materiale e ideologica commessa da pubblici ufficiali in atti pubblici perché avrebbero omesso di indicare nei loro rapporti alcuni servizi offerti dai centri e dalle strutture controllate.

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