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Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: la discussa sentenza della Cassazione.

di The Wam

Giugno 2022

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: lo ha stabilito un’ordinanza della Cassazione, vediamo perché. (scopri le ultime notizie su bonus, Rem, Rdc e assegno unico. Leggi su Telegram tutte le news su Invalidità e Legge 104. Ricevi ogni giorno sul cellulare gli ultimi aggiornamenti su bonus, lavoro e finanza personale: entra nel gruppo WhatsApp, nel gruppo Telegram e nel gruppo Facebook. Scrivi su Instagram tutte le tue domande. Guarda le video guide gratuite sui bonus sul canale Youtube. Per continuare a leggere l’articolo da telefonino tocca su «Continua a leggere» dopo l’immagine di seguito).

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Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: il motivo

La sentenza è la numero 29449 del 2020. I giudici dell’Alta Corte hanno ritenuto che nei casi di malattia grave e in particolare quelli dove la morte del paziente è certa dopo un breve periodo di tempo, l’indennità di accompagnamento (leggi su invaliditaediritti.it la guida completa) può essere rifiutata.

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Il motivo? La misura viene concessa per dare sostegno economico a quelle persone che non riescono a compiere gli atti quotidiani della vita. Il sussidio serve dunque a garantire un’esistenza più dignitosa a pazienti che vivono un disagio fisico di una certa gravità.

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Ma non deve essere concesso – questo il parere degli Ermellini – per arginare una emergenza terapeutica. Come nel caso di cure domiciliari per malati che sono ormai in punto di morte.

Questo significa anche, che il sostegno pubblico non deve invece essere negato alle persone affette da patologie che conducono alla morte, ma che non possono essere ritenute malati terminali.

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Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: differenza sottile

Sembra una differenza minima, ma per capire da cosa nasce il ragionamento e le conclusioni dei giudici della Cassazione, è indispensabile fare un piccolo passo indietro e partire dal caso specifico che ha portato a questa ordinanza. (Invalidità 100% senza accompagnamento, fai ricorso così)

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: la storia

La storia si è verificata a Napoli. I familiari di un paziente oncologico terminale si sono visti respingere dall’Inps la richiesta di accompagnamento perché l’assistenza riguardava appunto la parte conclusiva della patologia e per la quale erano già state somministrate le terapie d’urgenza.

La tesi dell’Inps è stata accolta dai giudici di primo grado, da quelli dell’Appello e infine anche dalla Cassazione. (Accompagnamento negato, quasi cieco e col bastone, ma…)

I familiari della paziente terminale avevano sostenuto la violazione da parte dei giudici di almeno 4 articoli della Costituzione (2, 3, 32 e 38) e hanno ritenuto che le gravi condizioni del paziente non potessero essere ritenute una «emergenza terapeutica» e che anzi erano ancora più meritevoli di cura e protezione e quindi del riconoscimento dell’indennità di accompagnamento.

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: i criteri

La sentenza si base sugli aspetti fondanti che regolano il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. (Indennità di accompagnamento over 65: requisiti e domanda)

Li ricordiamo. Questa misura viene erogata agli invalidi civili totali (100%) che non sono più in grado di deambulare senza il costante sostegno di una persona o che sono incapaci di compiere gli atti quotidiani della vita (lavarsi, vestirsi, mangiare e così via).

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Non sono quindi compresi i pazienti che sono ormai nella fase terminale di una patologia e che hanno bisogno di un sostegno terapeutico domiciliare (oltre a quello quotidiano per le prime necessità).

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: la Cassazione

I giudici dell’Alta Corte così scrivono nella sentenza:

«L’indennità di accompagnamento può essere negata solo quando sia possibile formulare un giudizio prognostico di rapida sopravvenienza della morte, in ambito temporale ben ristretto, nel qual caso la continua assistenza risulti finalizzata non già a consentire il compimento degli atti quotidiani del vivere (tra i quali l’alimentazione, la pulizia personale, la vestizione) sibbene a fronteggiare una emergenza terapeutica».

I giudici specificano la questione ancora meglio: l’indennità di accompagnamento è dovuta solo in presenza del «presupposto della necessità di aiuto permanente».

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: emergenza terapeutica

In pratica, per la Cassazione, l’unico presupposto per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento è la non autosufficienza nel compiere gli atti quotidiani.

Nel caso in questione la persona invalida (e malata terminale) aveva la necessaria assistenza già assicurata da ricoveri in strutture sanitarie per ricevere tutte le terapie indispensabili.

I giudici hanno ricordato che l’indennità di accompagnamento è stata istituita per incentivare l’assistenza domiciliare delle persone con invalidità grave. Questa esigenza è di carattere, e diciamolo (vale anche per i caregiver della 104), soprattutto economico: il ricovero in una struttura pubblica pesa in modo molto più consistente sulla spesa sociale.

Indennità di accompagnamento negata ai malati terminali: cosa cambia

E dunque, l’indennità di accompagnamento può essere negata quando è possibile formulare una prognosi di «rapida sopravvenienza della morte». Rapida si intende un arco di tempo molto ristretto, il che significa anche che quell’assistenza non può essere finalizzata per consentire gli atti quotidiani della vita, ma solo per far fronte a una emergenza terapeutica.

Dobbiamo ribadire, per evitare equivoci, che quando un paziente è affetto da una patologia grave e che conduce a una inevitabile morte, ma in assenza di una prognosi che possa stabilire quanto sia vicino l’evento, non si può escludere la possibilità di ricevere l’indennità di accompagnamento.

Per intenderci: non è legittimo rifiutare l’accompagnamento (e quindi l’assistenza continua) a un paziente con una patologia letale (come alcuni tumori), quando non si è in grado di stabilire quando si verificherà la morte.

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