Intercettazioni, toghe e poveri Cristi: siamo tutti figli di trojan

Intercettazioni, trojan, i casi che si sono incrociati con Avellino e l'ANM.

Copertina trojan diritto e rovescio

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Temo i Greci anche quando portano doni. Esclamò, profeticamente e sconfortato, Lacoonte ai troiani volendoli ammonire. Quel cavallo di legno lasciato dai greci sulla spiaggia, disse loro, non è un dono votivo alla dea Minerva ma un tranello escogitato dal diabolico Ulisse. E così fu. Nemmeno il gran sacerdote troiano poteva immaginare, però, la resistenza all’oblio che quella ricostruzione in legno avrebbe saputo sprigionare, nel tempo.

Dopo essere stata la causa della distruzione di Troia, ha continuato, per oltre duemila anni, ad incarnare il tranello e l’inganno, il prodotto di una mente geniale in danno delle povere altre. Una mandrakata, avrebbe detto Er Pomata in una delle pellicole più famose degli anni ’70 riguardante, manco a dirlo, cavalli e febbre da gioco.

Il virus trojan

Nel tempo le rievocazioni di quelle gesta si sono moltiplicate, assumendo forme diverse nel corso di assalti a bastioni ed assedi a città fortificate.

Sono tante e risapute le maledizioni originate da quel cavallo, ma anche e sopratutto da quella Troia.

Oggi, la più rapida rivoluzione che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto – realizzata dal computer, dal web e dai cellulari – ha mandato a ramengo anche i classici sistemi di ascolto e controllo a distanza delle persone. Le nuove battaglie investigative si combattono, anche qui, con il trojan horse, con il cavallo di Troia, più semplicemente trojan. Una sorta di virus inoculato sul cellulare dell’ignaro individuo da controllare, sia egli un indagato, un attenzionato da servizi segreti o, più semplicemente, uno sgradito, per chissà quale bizzarra ragione, a qualche pirata informatico.

trojan virus informatico

I poteri del trojan

Il trojan è capace di tutto: capta conversazioni, ambientali e foniche; scatta foto dei luoghi e delle persone che circondano il dispositivo; intercetta le conversazioni whatsapp; trasmette i file e le mail presenti sul dispositivo; riproduce sul computer di chi controlla tutte e ciascuna delle azioni compiute sul cellulare controllato, da facebook ad instagram, etc;.

Il trojan è onnipotente. Per questo è stato molto criticato ed avversato. A fronte della vulgata secondo la quale non esistono innocenti ma solo colpevoli non ancora scovati, chi, nell’attuale scenario politico, avrebbe potuto, dunque, sostenere che la repressione dei reati è valore certamente subvalente rispetto ad una così indiscriminata, lacerante ed eccessivamente superflua violazione della riservatezza e delle libertà fondamentali di ciascuno di noi? Nessuno. E infatti, legge fu.

Chi di trojan colpisce, di trojan ferisce

Epperò, è risaputo. Chi di trojan ferisce, di trojan perisce. Così che, introdotto per combattere corruzione, concussione e peculato – ossia i reati che la magistratura, illudendosi, riteneva fossero a vocazione prevalentemente politica e dei collaterali colletti bianchi – ha finito per imbrigliare chi più lo ha voluto e chi avrebbe dovuto scatenarlo. Agli onori delle cronache, il cavallo di Troia 2.0 ci è finito perché, tra le sue zampe, si sono impigliati due pubblici ministeri, di vertice.

Uno, il dottor Luca Palamara, già Presidente dell’ANM (una sorta di sindacato dei magistrati), da componente del CSM, ha tirato giù l’intero organo di autogoverno delle toghe, innescando una reazione a catena capace di dimostrare che, in realtà, la gestione del potere – come la corruzione, la concussione ed il peculato – nella società in generale, a tutti i livelli, al pari che nella magistratura, non è mai immune dai vizi che connotano il modus operandi dell’italiano medio. Non è, e non è mai stata, una questione di status, di appartenenza, di categorie; ma di costumi, dunque di persone. L’altro, il Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Avellino, Vincenzo D’Onofrio, con questa storia dei biglietti per la partita Juve-Napoli del 2018 e della barca da rimessare.

Nenni: troverai chi è più puro di te

La questione è sempre la stessa. E non è certo quella biecamente morale, pudica e bacchettona che, invece, viene accampata e richiamata come un mantra, da tanti, cittadini comuni, politici e magistrati a capo degli organi di rappresentanza.

Pietro Nenni, padre della Costituzione e della Repubblica, amava sintetizzarla con una espressione tanto lapidaria quanto dirompente: a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro, che ti epura.

Correva l’anno 2016. Il Procuratore della Repubblica di Avellino, Rosario Cantelmo, nel corso di una conferenza stampa tenuta il 16 marzo, pronunciò una frase significativa ed emblematica: Che nessuno si illuda, non c’è cricca che tenga.

In verità, nessuno si è illuso. Nemmeno rispetto alla bontà delle parole pronunciate qualche mese dopo dall’Onorevole Ciriaco De Mita nel corso di un convegno AIGA del 10 maggio: Se una persona è corrotta, allora c’è la corruzione da perseguire. Ma se la corruzione è il sistema, allora diventa difficile capire chi è il corrotto.

Bisognerà, prima o poi, fare i conti con una società che utilizza meccanismi stratificati in secoli di storia. Non è un segreto che i Borboni, a corte, avessero impiantato un’amministrazione da oliare. E prima di loro, gli antichi romani, signori dello sfarzo e della raccomandazione.

Bellavista la sapeva lunga

Cosa dunque potrà mai restituirci un sistema di controllo totale, tanto invisibile quanto luciferino come il trojan, capace di sacrificare ogni libertà, singola e di gruppo?

Niente di nuovo. Tutti ricorderanno l’Avellino in serie A. Che goduria! Ci ritorneremo, certo e presto. In ogni caso, a quei tempi andavano gratis allo stadio coloro che “stavano in alto”. Anzi, gratis et amore dei bisognava entrarci, per contare qualcosa o almeno far finta. Nel 1977, quel maestro di vita di Luciano De Crescenzo, scriveva in Così parlò Bellavista: il biglietto omaggio a Napoli è un titolo onorifico, un attestato di appartenenza ad una razza superiore … Insomma, in altre parole, se uno a Napoli è costretto a pagare il biglietto, significa che è un fallito, che non conosce proprio nessuno e che non conta proprio niente.

Avellino, giornalisti e avvocati

Come saprete, giornalisti e avvocati avellinesi stanno, in questo periodo, battibeccando su quanto appena accaduto, sopratutto su quanto pubblicato nell’ambito delle due attualissime indagini su camorra e aste giudiziarie. In realtà loro, intendo i giornalisti e gli avvocati, sono solo i due inermi corni in battaglia di un unico, quanto mai fulgido, dilemma che ha fonte altra: cosa deve metterci il giudice in un provvedimento restrittivo? Hai voglia di discutere e rabbuffarsi: se vengono ivi riversati, tal quali, gli esiti dell’attività di un trojan (o di una qualsiasi videocamera o microfono clandestino), saremo sempre tutti potenziali candidati alla gogna, posta la liceità della pubblicazione della ordinanza cautelare.

Ma tant’è. Uno Stato di diritto, sostenuto da una società matura, avrebbe pensato innanzitutto ad apprestare sistemi di tutela dei propri cittadini da cotali interferenze esterne, cotanto pericolose, così devastanti per la vita del singolo e del gruppo. Poi tutto il resto.

D’altro canto, una Comunità non può certo fondarsi sui dati restituiti da virus iniettati a pioggia sui cellulari. Sempre che non si voglia combattere un’inutile guerra etica, classicamente italiana, capace di chiudersi con un solo vincitore, un unico, grande ed indiscutibile motto: a pensarci bene, siamo tutti figli di trojan…

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