Il fascino antico del Museo del Lavoro di San Potito

Una delle eccellenze della nostra provincia, e che merita di essere conosciuto e visitato. Ci siamo stati per saperne di più

8' di lettura

Solo recentemente ho avuto modo di visitare per la prima volta il Museo del Lavoro di San Potito Ultra. Un luogo dal fascino antico, pieno di reperti rari e di curiosità d’altri tempi che sicuramente merita una visita.E proprio per far conoscere di più, prima di tutto agli irpini, questa eccellenza della nostra provincia, ho pensato di fare una chiacchierata con Pina Porfido, Presidente dell’Associazione Amici del Museo del Lavoro di San Potito Ultra.

Quando nasce il Museo del Lavoro e ad opera di chi? Quando si è trasferito nella sua attuale sede?

Il Museo del Lavoro nasce nel 2004, in seguito alla preziosa donazione di oggetti e macchine da lavoro del noto architetto napoletano, Ezio de Felice. In realtà questa donazione è resa possibile dall’amicizia tra la moglie dell’architetto, Eirene Sbriziolo e l’allora sindaco, Giuseppe Moricola. Gli artefici del museo, di fatto, sono loro due. La Sbriziolo, perché impone all’Ente Provincia di Avellino, prima destinataria della donazione, che però non si era mai attivata per il suo allestimento, di trasferirla al Comune di San Potito, e Giuseppe Moricola che insieme ad un gruppo di generosi volontari recupera le settecentesche cantine del palazzo dei Baroni Amatucci, divenuto Municipio, per accogliere la preziosa raccolta. Due anni dopo, il Museo ottiene il riconoscimento di rilevanza regionale.

Qual è l’estensione del Museo e quante sale contiene? Come sono suddivisi i reperti?

La superficie occupata dal Museo è di oltre 350 mq, distribuita in 4 sale. Con il definitivo recupero degli spazi del palazzo dei Baroni Amatucci, in realtà la superficie disponibile si è ulteriomente accresciuta, con la costruzione di nuovi servizi ed una sala (le ex scuderie del palazzo) attualmente utilizzata solo per mostre ed esposizioni temporanee. A questi spazi vanno aggiunti i depositi e il laboratorio. I reperti catalogati ed esposti sono circa 1000. La loro collocazione segue un percorso di tipo emotivo-funzionale. Alla sala di ingresso, dove troneggia il vecchio orologio campanario del tutto funzionante , una ricchissima raccolta di proiettori e strumenti per la stampa e la proiezione di foto e diapositive e un bellissimo vestito di matrimonio di una principessa araba donato a De Felice in seguito alla organizzazione di un museo in quei paesi, fa seguito la sala delle professioni tecniche e liberali e quella sul tempo del viaggio. Il Museo prosegue con una ampio spazio dedicato al tempo della casa e della moda, con tra i tanti strumenti musicali, macchine da cucire di ogni epoca, e una preziosa bacheca di orologi da taschino. Infine è stata organizzata una sezione dedicata al tempo della bottega dove più propriamente sono raccolti gli strumenti di lavoro di tanti “mestieri”. La stessa organizzazione degli spazi definisce la natura del museo. Non è un museo della civiltà contadina, in senso lato è un museo della cultura materiale, non limitata alla esposizione di oggetti che si riferiscono soltanto al nostro territorio provinciale. Anch’essi, raccolti nel tempo attraverso soprattutto donazioni di privati, sono inseriti in un percorso coerente con riferimenti geografici di provenienza assai più ampi. E’ un museo eclettico che rispetta in pieno la volontà e la logica di raccolta dell’archittetto De Felice. Ma soprattutto è un museo che privilegia l’oggetto prodotto dal lavoro degli uomini, prima ancora che le macchine che lo producono, perché attraverso di essi il visitatore può penetrare negli universi sociali che esprimono la domanda di tale oggetto e per questa strada può riferire magnificamente dell’arte delle mani e delle menti del suo ideatore.

Come si è costituito il patrimonio del Museo, in quanto tempo e di quali numeri parliamo?

In parte abbiamo già risposto a questa domanda. Va soltanto sottolineato l’intensa e lunga ricerca del principale donatario, ma anche il fecondo rapporto con i nostri visitatori, molti dei quali vengono e visitandolo sviluppano un circuito della memoria che li porta ad identificare tra le tante cose dimenticate nelle proprie case oggetti che spesso sono donati al Museo, nella consapevolezza che in quel luogo essi riconquistano una funzione altrimenti dispersa nell’oblio della memoria. In questo modo il patrimonio complessivo del museo si è accresciuto annoverando oltre 1000 oggetti e un montante ancora superiore che è in deposito o esposto solo parzialmente. Basti dire che conserviamo oltre 10 mila bottoni e quasi altrettanti quadranti di orologi.

Quali sono le attività che il Museo svolge durante l’anno, oltre alla tutela e custodia dei reperti della sua collezione? Quali quelle del passato di cui siete più soddisfatti?

Il Museo di proprietà comunale è stato affidato dall’ente locale alle cure dell’Associazione Amici del Museo del lavoro che ne cura la gestione, la conservazione e l’organizzazione attraverso volontari che si sono formati autodidatticamente, attraverso attività di studio e ricerca, come guide museali. Ma queste sono soltanto le attività prevalenti. In realtà fin dalla sua costituzione l’Associazione ha concepito il Museo non soltanto come contenitore della memoria ma soprattutto come sviluppatore della memoria attraverso una serie davvero notevole di iniziative. Ne cito a memoria solo alcune: la pubblicazione dei Quaderni del Museo del lavoro, la teatralizzazione di testi prodotti autonomamente che si riferiscono ai nostri caduti in guerra, alla biografia di donne locali, ad aspetti di vita materiale, grazie anche alla disponibilità dell’archivio dei baroni Amatucci conservato nel museo. In più, tutta una serie di iniziative tese al coinvolgimento della popolazione locale e soprattutto dei più giovani, con laboratori, esposizioni di oggetti di collezionismo locali etc. La strada teatrale è quella che si sposa meglio con la natura del museo, così nascono iniziative che si riferiscono alla nostra emigrazione, al valore civile delle mani (di cui a novembre riproporremo un adattamento curato da associazioni teatrali non locali), alla rappresentazione del proprio universo collettivo. Infine siamo impegnati alla valorizzazione di un gioiello di archeologia industriale, come la vecchia Ramiera del 1834, anch’essa acquisita al patrimonio comunale. Insomma non abbiamo tempo per annoiarci…

Spesso un Museo di valore come il vostro, poichè situato in un’area interna come San Potito Ultra, non gode di molte presenze turistiche. Voi inoltre fate parte del Simir, il Sistema Museale Irpino. Quanti sono mediamente in un anno i turisti che visitano un museo affiliato al Simir e quanti quelli del Museo del Lavoro?

Dopo un periodo di chiusura, determinato purtroppo, da contrapposizioni politiche locali, il museo ha riaperto i battenti dall’agosto del 2018. Da allora abbiamo avuto oltre 1500 visitatori, soprattutto scuole. Numeri confortanti ma non sufficienti. Le potenzialità sono sicuramente maggiori, soprattutto se veicolate da una opportuna e più ampia opera di valorizzazione e conoscenza. La istituzione del Sistema museale irpino può costituire un ottimo strumento per raggiungere un pubblico più ampio. A patto però che questo sistema si configuri effettivamente come tale, come centro propulsore a vantaggio di tutte le sue componenti. Per questo motivo è necessario registrare i rapporti e collegamenti tra le istituzioni che lo compongono; costruire campagne promozionali comunali; sviluppare una complessiva progettualità che guardi precipuamente all’ingresso massiccio della realtà virtuale nei musei. Occorrono insomma investimenti e massa critica per non lasciare che queste istituzioni diventino mero e malinconico cronicario della memoria. Per questo motivo nelle prossime settimane organizzeremo come museo del lavoro un incontro con tutte le componenti gestionali e politiche delle istituzioni comprese nel Simir, proprio al fine di individuare una linea di cammino comune e più coinvolgente.

Come vedete in un prossimo futuro e tra 10 anni il Museo del Lavoro? Quale sarà lo spirito che guiderà le sue attività e l’impegno di chi ci lavora?

Sperando di esserci, si tratta di proseguire sulla strada intrapresa e di intensificare il passo nel quadro di stabili sinergie istituzionali. Occorre intanto l’ingresso di forze nuove e motivate. Ma poi serve ragionare nella logica del saltatore. Mi spiego: serve poco avere un museo tanto per averlo. Occorre che proprio dalle nostre realtà si avvia un percorso virtuoso: costruire un museo al passo dei tempi e di nuove sensibilità. Non possiamo accontentarci dei complimenti di chi ci viene a trovare. Occorre costruire un modello museale accattivante, diffuso e di avanguardia, dove finalmente la tecnica, il magico mondo della realtà virtuale si sposi con quello sedimentato negli oggetti di un tempo che abbiamo perduto e vogliamo recuperare. Siamo allo stesso punto del Mezzogiorno. Se il mezzogiorno pensa di uscire dalla propria arretratezza soltanto copiando gli altri è costretto a rimanere comunque indietro. Se invece fa un salto di qualità più grande, se cioè ricerca e applica modelli alternativi, allora può uscire dal suo isolamento e dalla sua minorità culturale ed economica. Siamo nel campo delle scelte politiche e dunque la palla passa in un campo diverso dal nostro. Possiamo solo sperare che chi di dovere voglia giocarsela questa partita.

Cosa, secondo voi, si dovrebbe cambiare in Irpinia per aumentare i flussi turistici e far conoscere al grande pubblico, italiano e non solo, la nostra bellissima terra

Discorso ampio e complicato che in parte si ricollega a quello appena detto. Serve una programmazione di medio periodo che si sostanzi non in annunci ma in concrete realizzazioni. Serve una governance degli attori interessati. Mi spiego con un esempio. Posso avere il museo più accattivante del mondo ma se l’albergatore o il commerciante o il ristorante di quel paese non è in grado di dare alcuna indicazione di quel giacimento culturale, amen! Occorre mettere in comunicazioni questi mondi, come occorre ideare e qualificare iniziative coerenti con la natura delle istituzioni in campo. Vanno bene le sagre, soprattutto se fatte bene come quella che da 12 anni si svolge ad ottobre a San Potito per merito del Comitato festa. Ma domanda: bastano solo le sagre? Se come museo del lavoro, come stiamo pensando e progettando da tempo, potessimo, per esempio, lanciare un concorso nazionale sul “lavoro narrato”, individuando una manifestazione di tre giorni in cui qui convergono autori di libri sul tema; si mette in piedi una rassegna cinematografica sempre a tema e sia l’occasione per un continuo confronto sul lavoro che cambia, avremmo fatto una cosa buona o no? Insomma occorre pensare in grande, realizzare bene, e poi tanta pubblicità, pacchetti per un target interessato di visitatori. Abbiamo la fortuna di vivere in una provincia ricca di tante cose, ma se queste cose non emergono non diventano mai una risorsa, ma soltanto un rassicurante viatico per morire meglio, un poco alla volta.

Entra nel gruppo di WhatsApp e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!
Iscriviti al bot di Messenger e ricevi due volte al giorno - 13:30/20:30 - le notizie più importanti senza spam!