Camorra in Irpinia: tutto è cambiato (o quasi)

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Da anni la relazione semestrale della Dia sulla camorra in Irpinia è sempre uguale. Una fotografia d’epoca, riproposta pari pari, anno dopo anno. In parte quel quadro è realistico. Ma solo in parte. Il blitz che ha portato all’arresto del nuovo gruppo di fuoco dei Graziano, nel Vallo di Lauro, e l’ipotesi del possibile duplice omicidio di Rosalba Fusco e Salvatore Cava, moglie e figlio del boss Biagio, impone una rilettura di quel dossier. Da estendere anche in altre zone della provincia.

Nella relazione della Dia si suddivide così la presenza di clan in Irpinia: nel Vallo Lauro i Cava e i Graziano, con estensioni anche nel Montorese e nel capoluogo, in Valle Caudina i Pagnozzi e in città il clan Genovese (che però nelle sentenze dei giudici viene di fatto definito estinto).

I Graziano e la riconquista

Partiamo dal Vallo Lauro. L’inchiesta dell’antimafia e i cinque arresti dei presunti affiliati al clan Graziano, hanno messo in luce la necessità da parte della cosca quindicese di riconquistare il territorio. Che non è proprio una banalità. Fino a dieci anni fa, il controllo del gruppo criminale su molti comuni del Vallo non era messo in discussione.

I Graziano hanno adottato il solito vecchio schema: estorsioni, ma non solo. Hanno anche imposto a imprese non gradite di chiudere i cantieri e andare via (“Qui lavora chi diciamo noi”). La legge del clan. Che però questa volta non ha funzionato. O meglio: ha dimostrato che la “riconquista” richiede tempo e strategia. Perché non sempre oggi – rispetto ad anni fa – basta la parola Graziano per incutere terrore.

Declino e rinascita dei clan

Questi sono stati anni di declino per i Cava e Graziano. Un declino iniziato nel 2002, con la strage delle donne. Poi gli arresti e i primi pentiti, che hanno scalfito quell’impenetrabile muro di omertà che per anni è stata l’insuperabile trincea dei due clan. I vecchi boss sono finiti in cella o sono morti. C’è stato un lungo periodo di relativa pace. Relativa, perché comunque non sono mancati gli attentati e gli omicidi. Il blitz di ieri ha raccontato a tutti che quella pace è finita. Che molti capi sono tornati in libertà e sono cresciute le nuove leve. E soprattutto – come aveva avvisato a marzo il procuratore Rosario Cantelmo – in questi anni la società civile del Vallo di Lauro non ha generato gli anticorpi necessari per evitare di ricadere nell’incubo del sangue, del piombo e della vendetta perenne. Così è stato. E oggi siamo costretti a raccontare un drammatico ritorno al passato. Sullo sfondo restano i clan del Nolano, che nel Vallo (e non solo), hanno sempre avuto una pesante influenza, alleati storici dei Cava (Fabbrocino in primis).

La camorra ad Avellino

Diversa la situazione ad Avellino. Il dossier della Dia continua a ritenere operativo il clan Genovese. Ma da anni non ci sono sentenze della magistratura che confermano l’esistenza di un gruppo criminale strutturato come una cosca. Ci sono in circolazione personaggi che hanno avuto un passato con la “famiglia”, ma niente di più.

Quello dei Genovese è stato il primo vero clan camorristico made in Avellino. Negli anni ’80 nel capoluogo comandava la Nco di Raffaele Cutolo (attratta dai fondi per la ricostruzione). Nel decennio successivo la Nuova Famiglia di Carmine Alfieri (che riciclava soldi in città) e i Cava. Subito dopo i Genovese. Non c’è un humus che rende inevitabile il passaggio dei semplici malviventi in camorristi. Non c’è neppure una “cultura” dell’associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed è un gran bene. La stagione dei Genovese – ci sentiamo di dire – è stata per certi versi irripetibile. Un gruppo di personaggi dal notevole spessore criminale e dagli interessi diversificati si è ritrovato intorno a un “progetto” e dato vita alla cosca. Ma sono bastati gli arresti, le condanne e un nugolo di pentiti per sradicare alla base quel gruppo, ridurlo a zero.

Gli eterni Pagnozzi

Cosa che non è accaduta nel Vallo Lauro, dove le radici della camorra sono evidentemente molto più profonde. E neppure in Valle Caudina, l’altra zona calda della criminalità organizzata irpina. Lì da decenni e senza rivali regnano i Pagnozzi. Anche se il capo storico, Gennaro Pagnozzi, è morto e suo figlio, il capo indiscusso, Domenico Pagnozzi, sta accumulando condanne su condanne, anche e soprattutto dopo aver esteso il suo potere su Roma.

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