Irpinia, spettri: Maria uccisa dal marito e violata dal prete gobbo
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Irpinia, spettri: Maria uccisa dal marito e violata dal prete gobbo

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Una passione sfiorita e un’altra travolgente che è costata la vita a due amanti. E un dolore, per quell’amore spezzato con cruenta violenza, che sopravvive anche alla morte. Questa è la storia del fantasma di Maria D’Avalos che perseguitò per tutta la vita il marito Carlo Gesualdo, principe di Venosa. Anche in Irpinia, proprio a Gesualdo, dove si dice che il fantasma della donna sia stato visto più volte.

Dopo esserci già occupati di spettri, streghe, lupi mannari e briganti, oggi parliamo proprio di Carlo Gesualdo, Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa, nobile campano soprannominato l’arcangelo per la sua bellezza.

Carlo Gesualdo, famoso madrigalista e appartenente a una delle più importanti famiglie nobili napoletane, nel 1586 sposò la cugina, Maria D’Avalos, all’epoca ritenuta la più bella donna di Napoli. Centinaia i pretendenti che avrebbero fatto di tutto per l’amore di Maria, vedova già due volte quando convolò a nozze con Carlo.

I due novelli sposi ebbero un figlio, Emanuele, e andarono a vivere nello sfarzoso palazzo San Severo in piazza San Domenico Maggiore a Napoli. Maria era di temperamento passionale, eterna romantica, Carlo più chiuso, tutto assorbito dalla sua musica e estraneo alla vita di corte. L’amore non riscaldò mai quella coppia e, durante una festa da ballo, Maria conobbe Fabrizio Carafa, anche lui di nobile casato. Il duca D’Andria era ritenuto uno dei cavalieri più belli del regno e per questo soprannominato proprio l’arcangelo. Anche Fabrizio era sposato, e aveva quattro figli, ma questo non riuscì a spegnere la passione che si impadronì di lui quando vide Maria. Una passione contraccambiata che, presto, sfociò in incontri furtivi, che non sfuggirono, però, alla corte napoletana.

Le chiacchiere si fecero più insistenti ma Carlo, preso com’era della sua musica, non vi diede peso. Fino a quando nella storia non irruppe un prete, lo zio di Carlo, Don Giulio Gesualdo, rifiutato da Maria della quale si era invaghito. Il reverendo pensò bene di vendicarsi e lo fece a modo suo. Raccontò degli incontri fra Maria e Fabrizio che avvenivano anche a Palazzo San Severo, insomma sotto il naso del nipote. E così Carlo, accecato di gelosia, simulò un viaggio per una battuta di caccia.

“Rimarrò via alcuni giorni”, disse.

Una trappola perfettamente riuscita. Fabrizio e Maria si diedero appuntamento nel Palazzo di San Severo a Napoli, per consumare l’ennesima notte di passione.

E’ allora che questa storia, a seconda di chi la racconti, imbocca due “sentieri” che conducono allo stesso drammatico finale. C’è chi dice che Carlo assoldò dei sicari e, mentre loro assassinavano i due amanti, si godeva la scena in una stanza attigua del castello, suonando un madrigale. Un’altra versione vuole invece che sia stato proprio il principe di Venosa ad assassinare Maria e Fabrizio, accoltellandoli mentre i loro due corpi erano ancora avvinghiati in un amplesso di passione. I cadaveri dei due amanti, il giorno successivo, furono esposti all’ingresso del castello, nudi, per mostrare al popolo il loro tradimento. La leggenda vuole che – quella stessa notte – il corpo di Maria fu violata da un prete domenicano gobbo, ultima offesa a quella che era stata la più bella donna di Napoli.

All’epoca il delitto d’onore era ancora contemplato. Anche se – le ragioni della passione che avevano portato al brutale omicidio – non misero Carlo al riparo dal desiderio di vendetta dei parenti di Fabrizio e Maria. Fu allora che il principe scappò via da Napoli, rifugiandosi in Irpinia. In quel paese che prese il suo nome. Dove fece abbattere il bosco che circondava il maniero poiché temeva un assalto dei suoi nemici. Quel castello che, per secoli, non fu risparmiato dalle “visite” di Maria. Generazione di abitanti di Gesualdo hanno giurato di aver sentito urla straziate di dolore e lacrime, ogni notte. Qualcuno ha parlato anche di uno spirito di una donna bellissima che, di sera, si aggira fra le case del paese. Le stesse visioni e urla udite a Palazzo San Severo, dove Maria fu assassinata. Urla che sono state sentite anche dopo il crollo di una parte del maniero. Un crollo che distrusse proprio la stanza dove fu consumata l’ultima notte di passione fra Fabrizio e Maria.

Un’anima, quella della signora D’Avalos, che non ha mai trovato pace né degna sepoltura. Quando le tombe dei due amanti furono aperte, negli anni ’90, furono infatti rinvenuti solo dei resti di ossa ferite da tagli, probabilmente proprio il corpo di Fabrizio. Mentre di Maria non c’era alcuna traccia.

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