Bella e perduta: l’Italia che il cinema non racconta più

Rosarno
5' di lettura

Il Neorealismo italiano tra la fine degli anni trenta e la metà degli anni cinquanta è stato un bell’esempio di umanità. Pasolini l’ha definito “Il primo atto di coscienza critica dal punto di vista politico- ideologico che l’Italia ha avuto di sé stessa”, il primo passo per cominciare a (ri)scrivere la storia di un popolo, senza veli retorici e senza falsità.

Quel Paese che uscito dal ventennio fascista provava, tra mille difficoltà, a rialzarsi non è così diverso da quello attuale: abbiamo avuto anche noi il nostro “ventennio” e, non solo non ne siamo usciti indenni, ma ci sono un presente difficile e grandi sfide all’orizzonte.

Quei cineasti di cui ha bisogno l’Italia

La complessità dell’Italia di oggi, come sostiene Stefano Rulli, ha bisogno di cineasti che la raccontino con onestà: i paesi che si spopolano dei giovani che vanno in cerca di un futuro migliore all’estero e si popolano di altri giovani, di nazionalità diversa, che un futuro sono venuti a cercarlo qui, la famiglia e la società intera in trasformazione, l’integrazione, la convivenza di criminalità, lavoro nero e nuove povertà.

Una lettura del territorio e dei suoi problemi, una indagine sociale e antropologica gioverebbe alla nascita di una nuova identità collettiva e invece, malgrado il cambiamento nel tessuto sociale sia evidente, non riusciamo a percepire ancora questi fenomeni come qualcosa che ci riguardi, che ci riguardi davvero, fino in fondo, ma piuttosto come uno spaccato esistenziale da respingere a priori parte di un mondo «altro».

I panni sporchi si lavano in famiglia

Aleggia nell’aria il monito andreottiano “I panni sporchi si lavano in famiglia”, poco importa se lo statista l’abbia pronunciata davvero o no questa frase ammonendo Umberto D. capolavoro di Vittorio De Sica per la sua “tragicità”, quel che è certo è il timore che oggi c’è di raccontare il Paese, di ritrarre con sguardo autentico la realtà.

Mediterranea: Jonas Carpignano l'Italia
@Mediterranea film di Jonas Carpignano

Ma ‘I bambini ci guardano’ ed è a loro, alle nuove generazioni che dobbiamo un atto di sincerità perché il cinema ha prima di tutto valore di memoria e di testimonianza anche se sembra averci progressivamente rinunciato.

L’Italia ai margini

Questi temi non spariranno per magia: faranno parte dei discorsi sull’identità italiana nei prossimi anni e per molti anni ancora. Il Neorealismo non finisce mai. Non è finito con Roma città aperta”, Ladri di Biciclette”, Sciuscià’”: è nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno e a San Ferdinando, nelle ex fabbriche occupate, nelle baraccopoli, nei campi rom, negli insediamenti fatiscenti. E’ qui che chi racconta il presente deve andare a cercare l’ispirazione per raccontare le storie di sfruttamento e di caporalato, di chi muore mentre raccoglie pomodori o lavora all’acinellatura dell’uva, in un incendio o in una sparatoria e accanto a queste le storie dei modelli virtuosi di integrazione, delle esistenze che provano a tenersi, nonostante tutto, aggrappate alla vita.

C’è bisogno di consapevolezza perché c’è una realtà fatta di propaganda politica e poi c’è un’Italia ai margini che è come se non ci fosse: e invece, piaccia o no, è Italia anche quella. Negarla per non riconoscerla è un danno ancora maggiore a se stessi e alla storia. Pensare di poter ancora scegliere, di poterla “rifiutare” è come guardarsi in uno specchio deformante.

Storia naturale della distruzione

Fa tenerezza l’impegno collettivo a esorcizzare, a creare tutti insieme una falsa memoria: cancellare i bambini misti dalla foto di classe o escluderli dalla mensa scolastica non li rende meno reali.

Sebald in Storia naturale della distruzione” sostiene che il desiderio di oblio dell’accaduto è profondo in quei popoli che devono sopportare allo stesso tempo il trauma della violenza esercitata sugli altri e quello dei danni subiti, in un complesso di colpa e di umiliazione. La memoria preferisce ignorare una parte della verità a favore di una versione più tollerabile ma irreale. Ed è così che ci sentiamo: vittime di un’invasione da parte degli immigrati e allo stesso tempo colpevoli davanti alle foto dei corpi in mare: probabilmente il rifiuto di raccontare la realtà è dovuto alla consapevolezza di non avere una risposta adeguata al problema.

L’indifferenza è il sintomo di una necessità di rimozione che si è spinta fino all’allucinazione collettiva, stiamo costruendo un immaginario irresponsabile, inconsapevole dei danni subiti e inferti: così facendo, è molto probabile che la storia si ripeta.

Mediterranea: Jonas Carpignano l'Italia

Un cinema di impegno sociale

Qualche segnale arriva dal documentario, un genere che sembra maggiormente capace di intercettare quanto sta accadendo e di dare voce all’urgenza umanitaria che ha coinvolto l’Europa, con uno sguardo decisamente credibile: «Mediterranea» e «A Ciambra» di Jonas Carpignano , «Fuocoammare» di Gianfranco Rosi filmano l’infilmabile, sollecitano una sensibilità verso il discorso razziale usando l’arte con il suo fine più nobile: l’impegno sociale.

E’ ironico che la parola Neorealismo fu usata per la prima volta da Umberto Barbaro in riferimento al romanzo di MoraviaGli indifferenti”,quasi un secolo dopo,la grettezza e la mancanza di valori di quella borghesia italiana sono ancora qua. Oggi che siamo indifferenti più che mai, rispolveriamola quella lezione e ripensiamo a ciò che diceva Calvino:Chi sono quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere?”.

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