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Beh, preparatevi a una serata straniante. E anche per questo indimenticabile. Dove oriente e occidente, tradizione ed elettronica, musica e immagine, si fondono per dare vita a un evento che riesce ad andare oltre la singola somma dei fattori. Il giorno è martedì prossimo. Il luogo, la cripta del Duomo di Avellino. E ad esibirsi saranno i Jerusalem in My Heart, un duo libanese -canadese, che presenterà l’ultimo lavoro Daqa’iq Tudaiq.

Da Beirut a Montreal

RadwanGhazi Moumneh, partito da Beirut negli anni ’90 e approdato a Montreal, dovesi è subito inserito nella feconda scena musicale canadese, partendo da suoni post punk, e il regista e visual maker, Charles André Coderre, un visionario analogico, che gira in 60 millimetri e rielabora in fase di sviluppo le pellicole (niente photoshop…). Un progetto ambizioso e sorprendente.E anche unico, per chi avrà la fortuna di assistervi. I loro live sono sempre diversi. E solo nei live si può apprezzare per intero la loro arte. Suono, voce e immagini sono in sincrono. Raccontano in parti intrecciate la stessa narrazione. In arabo. «Ma è successo – ha dichiarato Radwan a Noisey –che molte persone dopo i concerti mi dicano: non ho capito cosa hai detto, ma ho capito cosa volevi dire». Un nuovo linguaggio, dunque. Che trascende gli altri e li mescola, diventando poi universale.

Un forte messaggio politico

L’album Daqa’iq Tudaiq è stato registrato live a Beirut con una orchestra di quindici elementi. E’ il quarto lavoro del gruppo. Il secondo con Coderre alle“immagini”. E dove – come nelle opere precedenti -, il messaggio politico è forte, costante, quasi inevitabile. E non c’è anelito religioso, perché la musica viene prima. Prima di ogni religione. E quindi, evitate di dire a Radwan, che le sue canzoni sembrano preghiere, roba tipo muezzin. Vi risponderebbe così: «Dire che le mie canzoni sembrano preghiere mostra una mentalità davvero chiusa, è stupido perché dimostra solo quanta ignoranza ci sia sulla nostra cultura: è come se l’unico collegamento mentale che hanno con la nostra cultura fosse quello religioso. Il nostro progetto non è religioso perché nessuno dei due lo è». Stop. Inutile aggiungere altro.

E quindi martedì siate pronti. Sgomberate la mente e preparatevi ad ascoltare e vedere. Solo suoni e immagini, in un intreccio tra antico e contemporaneo, lontano e vicino. Lasciatevi avvolgere e trasportare. Sarà un’esperienza. Come detto, indimenticabile.

La provincia ama la cultura

Se Avellino potrà ospitare questo evento (come tanti altri, remember DreamSyndicate e Wire), è solo grazie all’intuizione, alla passione e al coraggio di Lello Pulzone e Luca Caserta, dell’Associazione Fitz con Wakeapandream di Napoli (senza dimenticare che i Jerusalem in My Heart hanno messo in moto una interessante iniziativa con lo Sponz Fest di Vinicio Capossela).Naturalmente il concerto è già sold out. Biglietti a ruba. E per una proposta così particolare è davvero un bel segnale. Da mostrare a quanti – e sono ancora troppi – non ritengono Avellino una città capace di apprezzare scelte culturali impegnative. Un errore madornale, che si perpetua, anche di fronte all’evidenza. Quasi dispiacesse ammettere che questa città non sia rannicchiata nel suo isolamento, ma aperta, cosciente, capace di interagire con le più innovative offerte culturali, anche quelle apparentemente più distanti.

E al Godot è in arrivo John Murry

E tanto per accennare – ma ne scriveremo nei dettagli tra qualche giorno -, il 29, al Godot e in collaborazione con l’Arci Avellino, un’intera giornata di musica e cultura. Alle 18,30 la presentazione della rivista Jacobin Italia. E alle 22 il concerto acustico dell’americano John Murry, uno dei più grandi cantori folk in salsa dark, in bilico – per chi non lo conoscesse – tra il Nick Cave più melodico e Leonard Cohen. Imperdibile. Chi avesse perso, perché senza biglietto, i Jerusalem in My Heart avrà l’occasione di rifarsi subito. In attesa – come ci è stato promesso da Luca e Lello – di vedere presto i Mazzy Starr e sentire la meravigliosa voce di Hope Sandoval.

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