Il discorso di John Lennon sul Coronavirus e Trump

Se fosse ancora vivo, John Lennon avrebbe molto da dire su quello che accade oggi nel mondo. Abbiamo immaginato cosa farebbe: magari un Bed-in con Yoko Ono.

6' di lettura

Siamo davanti al Dakota Building, a Manhattan, New York. Il fotografo Paul Goresh nota un ragazzo che aspetta di stringere la mano nientemeno che a John Lennon. Il ragazzo si chiama Mark David Chapman e sembra entusiasta di farsi autografare l’album Double Fantasy. Che sarebbe successo se non ci fosse stato un seguito a questa storia? Se Chapman non avesse atteso il ritorno di John all’ingresso del Dakota Building per quattro ore e non avesse sparato?

Ian McEwan, nel romanzo Macchine come me, ha immaginato che di lì a due anni i Beatles si sarebbero riuniti (lasciando con un pugno di mosche gli odiatori seriali di Yoko Ono). Ha descritto un mondo in cui il gruppo leggendario avrebbe inciso un album intitolato Love and Lemons, con un’orchestra sinfonica da 80 elementi e la voce di John che si sarebbe diffusa via radio “da qualche posto oltre l’orizzonte o l’oltretomba”. 

Chissà se sarebbe andata davvero così.

Quello che è certo è che non si può fare a meno di celebrare il compleanno del più visionario dei “Fab Four” immaginando il modo in cui oggi farebbe della sua musica una cassa di risonanza per le voci di chi chiede qualcosa di più al futuro.

John: l’eterno ragazzo di Liverpool

Oggi John Winston Lennon avrebbe compiuto ottant’anni e il suo mito non si è mai spento. Nato e cresciuto a Liverpool negli anni della guerra e del dopoguerra, Lennon fa a pugni con un’infanzia e un’adolescenza difficili. La lontananza del padre marinaio e l’abbandono di sua madre che lo lasciò alla sorella, prima di essere travolta e uccisa da un’auto nel 1958, hanno fatto di John un ragazzo incline alla provocazione. A salvarlo, almeno in parte, arriva la musica. Una musica che nasce nel solco di una profonda amicizia con Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr e che lo consegna agli onori della storia come leader degli acclamatissimi Beatles.

Dall’incontro con Yoko Ono inizia poi la sua seconda vita, fatta di un amore intenso, ma anche di una militanza pacifista che faceva paura all’allora presidente Nixon e all’FBI, che teneva sotto controllo ogni sua mossa dalla celebre battaglia legale per ottenere la sua Green Card.

Il 18 agosto nel 1980, all’Hit Factory Studio di New York, John registra il brano Watching The Wheels. Alla fine di settembre dello stesso anno incide la track vocale. Poco più di due mesi dopo, l’8 dicembre, la sua morte cambia per sempre il mondo della musica e segna un’intera generazione.

Rileggere la storia di John Lennon, oggi, vuol dire inevitabilmente guardare il presente alla luce del passato.

Uno sparo lungo 40 anni

Dopo un lungo periodo di depressione, ufficialmente diagnosticata, Chapman compra senza problemi una Charter Arms calibro 38 alle Hawaii e vola a New York per compiere un omicidio senza che nessun metal detector lo fermi. È una storia di quarant’anni fa, ma che continua a ripetersi ancora oggi con troppa frequenza negli Stati Uniti.

Tra le tante cause che John aveva sposato c’era anche quella contro il commercio e il possesso delle armi. Insieme a Yoko Ono, si era battuto per una legge più restrittiva, lotta che ancora oggi non ha trovato una risoluzione davvero efficace. 

La questione si è inasprita soprattutto nell’ultimo periodo, con l’insistenza dei lobbisti affinché le armi venissero considerate un bene di prima necessità durante la pandemia e l’estrema destra statunitense che le considera un metodo efficace per mettere a tacere movimenti di sinistra e antifa per il Black Lives Matter.

Mark Oliva, portavoce della National Shooting Sports Foundation (NSSF) sostiene che “gli americani vogliono esercitare il diritto che gli viene da Dio di portare un’arma e di proteggere le loro famiglie”. Un “diritto” che avvalora un circolo di morti ingiustificate. Tante, troppe, per i motivi più assurdi: difesa personale, ma anche odio razziale, psicopatia, rabbia patologica, emulazione, estremismo politico e religioso. 

Come fu per John, come è oggi per le centinaia di ragazzi uccisi nelle sparatorie di massa nelle scuole o per i manifestanti che scendono in strada in nome dell’uguaglianza e dei diritti e restano vittime dell’odio e della violenza.

Un presente da reimmaginare 

Se John fosse vivo scriverebbe la colonna sonora di un momento storico che il filosofo Gershom Scholem definirebbe “plastico”. Una fase di disordine sociale da cui un sistema sedimentato diventa all’improvviso malleabile, modificabile. Tutti quanti noi siamo convinti che John prenderebbe parte al cambiamento.

Magari, organizzerebbe un bed in (protesta non violenta, storpiatura voluta di “sit-in”) in vista delle presidenziali. Molto probabilmente, solleverebbe in più di un’occasione il tema delle difficoltà dei centri di accoglienza durante e dopo la pandemia.

In fondo, la questione sociale che nel 2020 ha scosso il terreno sotto i nostri piedi fa capo a un unico problema: un profondo bisogno di solidarietà. John, lo sappiamo, avrebbe molto da dire in merito.

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