Johnny DalBasso, one man band. «Il rock oggi è come il Pd, lontano dalla vita reale»

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Sufrimiento è una delle canzoni tratte dal suo ultimo album, e rappresenta anche il nodo cruciale della sua poetica musicale: la sofferenza del rock, non più capace come un tempo di raccontare il sangue, la gioia e il dolore del quotidiano. Johnny DalBasso è un polistrumentista armato da una sana, vitale e incontenibile passione per il rock’n roll. Trentasei anni, un architetto prestato alla musica, è cresciuto a Pago Vallo Lauro, un piccolo centro al confine tra le province di Napoli e Avellino. Da un anno si è trasferito a Roma, un passaggio cruciale per la nascita del suo ultimo album, Cannonball, in uscita proprio in questi giorni.

Johnny DalBasso con Michele e Silvia di Camarillo Brillo
Johnny DalBasso tra Silvia Limongiello e Michele Acampora nel negozio di dischi Camarillo Brillo

La passione di Johnny DalBasso

«La mia passione per la musica ha il nome di un negozio, Camarillo Brillo e prima ancora Ananas e Bananas, e di una persona, Michele Acampora, che da quel negozio, ha influenzato, attraverso i dischi comprati da papà, il mio percorso musicale». (A proposito di Michele, guarda la classifica settimanale dei dieci dischi più venduti da Camarillo Brillo)

Quali sono i gruppi che hanno inciso in modo maggiore sulla tua musica?

«Il rock anni ’70. In particolare i Black Sabbath e i Led Zeppelin. Ma sono stati i primi gruppi punk ad avere un peso fondamentale, come i Clash e i Sex Pistols e poi i Pixies. Così come è stato importante il grunge dei Nirvana, o gruppi come i White Stripes e i Queen of Stone Age. Oggi ascolto molto Jack White (leader dei White Stripes), uno che ha ancora molto da dare e da dire in ambito rock. Ma in cima all’Olimpo, numi tutelari di sempre, restano i Beatles».

E la musica italiana?

«Mi piace, ne ascolto molta. Amo i gruppi beat italiani degli anni ’60, Equipe 84, Corvi, ma adoro anche Fred Buscaglione».

Nel video che accompagna il singolo tratto dal tuo ultimo album, fai a pezzi una Fender…

«In realtà era una chitarra malridotta, mi è costato farlo, ma non è stato un gran danno».

Questo è il tuo terzo album dopo “Johnny DalBasso” e “IX”, c’è una continuità o il tuo percorso musicale è anche solo parzialmente mutato?

«Chiaro che ogni lavoro porta dentro di sé anche una crescita, un’evoluzione. Di certo il primo album è forse quello che sento meno mio, più costruito e non prodotto da me. Gli altri mi appartengono di più. Li ho incisi in pochi giorni, hanno il pregio insostituibile dell’immediatezza. E si sente».

Di solito sei un one man band, suoni tutti gli strumenti, questa volta, in diversi pezzi, c’è un altro musicista ad accompagnarti…

«Sì, in alcuni brani c’è Tilli Terrinoni alla batteria. Vivere a Roma mi ha fatto incontrare le persone giuste, e questa volta in tournée andrò con una band classica: chitarra, basso e batteria».

Perché la scelta di suonare da solo?

«L’ho sempre ritenuto un progetto interessante, e mi piaceva vedere quanto rumore potesse fare una sola persona…».

I ragazzi sentono oggi molta musica trap, cosa ne pensi?

«Non ho niente contro la trap, anzi. Ha dato la possibilità a tanti ragazzi di comporre e suonare. Anche senza avere delle grandi conoscenze musicali».

Un po’ come accade all’epoca del punk…

«Sì, certo. E oltretutto la trap racconta il quotidiano di tanti ragazzi. La loro rabbia, le loro ambizioni, le piccole e grandi paure. In questo ha sostituito il rock, che invece si è seduto, è spesso autoreferenziale, distante da quello che accade, dalla vita vera. In questo mi ricorda il Pd…»

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