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Così la depressione ha ucciso la mia gemella: cronache del male nero

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“Ti abbraccio”. Messaggio di Messanger seguito da tanti cuori. Insolito, o per meglio dire inaspettato. Orario di invio: le tre di notte. Strano, vero? Decisamente.

Eppure quella mattina Mariagrazia non ha dato molta importanza alla cosa. 

“Evidentemente sono io che mi preoccupo troppo e inutilmente, come al solito”, pensa. Già, perché cosa può mai celarsi di così losco o tragico dietro a un semplice gesto d’affetto? Ebbene, tutto può succedere. Come sempre, del resto. Soprattutto quando meno te lo aspetti, il destino è subito lì pronto dietro l’angolo a farti o sgambetto. Più che destino, oserei incolpare la vita. Sì, perché è quasi come se fosse proprio lei a decidere se puoi o meno rialzarti dallo sgambetto subìto. E se non ti dovessi rialzare? Cosa faresti? Dove andresti a parare? Beh, c’è poco da girarci  intorno. Per chi non si rialza la risposta è una sola. Il baratro. Lo sprofondare in un abisso nero dove si viene risucchiati pian piano. Giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Il baratro

Tuttavia, non si può parlare di baratro come concetto universale. Esistono i baratri e non il baratro. Esistono gli abissi e non l’abisso. Ce ne sono tanti ma alcuni di questi lacerano, logorano in particolar modo l’animo umano. E, se si dovesse definire in soldoni cos’è che divora totalmente – in spirito e corpo – l’essere umano, senza dubbio il primato spetta a colei che colpisce più di 121 milioni di persone al mondo. Regina del baratro: la depressione.

I DATI: la depressione il disturbo mentale più diffuso in Italia, colpisce 2,8 milioni di persone. L’Italia ha una media del 5,5% di persone depresse che raddoppia fra gli voler 65 e arriva oltre l’11%.

Ora vi starete giustamente chiedendo quale sia il nesso logico tra un messaggio affettuoso inviato alle tre di notte e la depressione. E se vi dicessi che quel messaggio è stato mandato proprio a causa di un disturbo depressivo bipolare? Sì, è così.

Procediamo per ordine. Maggio del 2014. Il mittente dell’sms si chiama Fiorella Fabiola, per gli amici soltanto Fiorella. Il destinatario è sua nipote Mariagrazia e come lei anche altri parenti e amici hanno ricevuto lo stesso messaggio. Tutti tranne Magda, sorella gemella di Fiorella. Il messaggio che lei riceve non è enigmatico, non è un semplice “ti abbraccio” bensì è la risposta – o meglio giustifica – a ciò che di lì a poco si sarebbe consumato.

“Ti chiedo scusa”

“Ti chiedo perdono, ma mi sento inadeguata a questo mondo”. Queste le ultime parole di Fiorella prima di assumere una dose smisurata di farmaci per poi entrare in coma e risvegliarsi dopo un mese nell’altro mondo. In questo modo straziante e assurdo è volata via una persona buona e sensibile, forse fin troppo sensibile in un mondo le cui fondamenta sono indifferenza ed egoismo. Fiorella, come – ahimé – tantissime altre vittime della depressione, si è ritrovata sola e inappropriata in una società che non ha saputo riconoscerla e accettarla.

Ed è proprio a Fiorella e non solo, ma a tutte le vittime della depressione, che è stato dedicato l’evento tenuto lo scorso 29 novembre a Napoli intitolato – non a caso – “Evento Fiorella Fabiola”.

Per non arrendersi

Manifestazione organizzata dalla sorella gemella di Fiorella, nonché presentatrice dell’evento, Magda Mancuso, che ha esordito così: “Non mi vergogno a dirlo ma spesso me ne faccio una colpa. Sì, di non averla capita, di non aver afferrato la gravità della sua condizione. Non mi piace descriverla come una persona fragile, perché non lo era. Per niente. Combattere ogni giorno contro un dolore che ti sta spegnendo secondo dopo secondo, rende una persona forte. Ciononostante, c’è chi con la propria forza riesce riesce a dominare e a sconfiggere questo “male nero” e chi invece non sa gestire il turbine di emozioni negative che si insidiano nelle viscere”.

Già, le viscere. La depressione è una malattia dell’anima ma che poi diventa anche del corpo. Insomma, è una sorta di distruzione personale.

“La depressione ha ucciso mio marito”

A testimoniarlo nel corso della serata dell’evento è stata Alessandra, che ha riportato la testimonianza del marito, morto a causa di un tumore maligno al cervello. Racconto da far venire i brividi. “Nessuno me lo leva dalle testa. Il tumore di mio marito è stata una conseguenza indiretta della depressione. Lui cadde in depressione a causa di un trauma infantile. Depressione che lo spingeva a trascorrere ogni giorno della sua vita a letto, per poi non chiudere occhio durante la notte. Tuttavia, non è stata una depressione visibile a occhio nudo. Chi non lo conosceva bene, non avrebbe mai immaginato una cosa simile. Fuori dal contesto familiare lui era una persona brillante e socievole così come quando lo conobbi. Soltanto i parenti più stretti erano a conoscenza della sua condizione.

Stupidamente ho pensato che il mio amore potesse guarirlo, ma non è stato così. Ricordo perfettamente quello che provavo in quel periodo: un senso di impotenza e inadeguatezza, nonché una rabbia profonda. Come se – non mi vergogno a dirlo – gliene facessi una colpa di non voler reagire a quella maledetta malattia dell’anima. A tutto questo si aggiunse l’arrivo della cefalea a grappolo, il più terribile dei mal di testa che ha reso la sua vita ancora più difficile. Quando sono riuscita a convincerlo di andare da uno specialista, la diagnosi è stata depressione bipolare e la cura sarebbe stata esclusivamente farmacologica. Evidentemente era troppo tardi, perché non ci sono stati risultati. Un giorno terribile, una corsa all’ospedale per un mal di testa diverso dei soliti ha fatto uscire un tumore maligno annidato nel suo cervello. Un anno dopo, il decesso. I medici hanno escluso un rapporto causa-effetto tra depressione e tumore. Tuttavia, dentro di me, sono convinta che il suo cervello abbia attuato in questo modo un orribile piano di autodistruzione”.

Silenzio in sala. Alessandra prosegue nel suo racconto. “Dopo la sua morte, ho perso l’orientamento. Il dolore era così violento che la strada più semplice sembrava quella di lasciarmi andare nonostante sentissi che i miei figli avevano fortemente bisogno di me. Pian piano, però, ho preso in mano le redini della mia vita permettendo al mio amore per la danza di venirmi in soccorso. Nel mio progetto di rinascita ho trascinato con me due splendide signore che non avevano mai ballato prima e ho fondato il trio artistico “Le Rélevé” che fa spettacoli di piazza e animazione per le feste. Attraverso le mie coreografie ho la possibilità di esprimere sia la mia gioia di vivere sia il mio vissuto doloroso al fine di emozionare il pubblico e allo stesso tempo curare il mio cuore”.

La depressione uccide, inutile mentire

Insomma, esperienza toccante ed emozionante quella rivelata da Alessandra. Esperienza che insegna una triste verità. La depressione uccide. E’ inutile ostinarsi a rinnegare questo tragico assioma, girando consapevolmente la faccia dall’altro lato. O, peggio, sdrammatizzando con ignorante sufficienza. La depressione uccide, ma prima di questo allontana, rinchiude, incatena, soffoca. Un male tanto subdolo quanto inesorabile. E spesso tende a uccidere anche chi si trova intorno al malato in questione. In altre parole, la depressione uccide te e chi ti sta intorno. Un po’ come le sigarette comprate al tabaccaio.

Eppure la storia di Alessandra è la prova che una volta toccati il fondo si può

risalire aiuto molto importante sono, infatti, le passioni, gli amori che coltiviamo. Diciamocelo, sono il sale della vita. Nulla è davvero impossibile. La parola chiave è volontà. Tanta volontà. Forse ce ne vuole anche troppa in alcuni casi. E chi non la possiede, soccombe.

Quel che è peggio di questo subdolo male è che venga molto spesso visto come innocuo, come una malattia di serie B, un semplice stato di tristezza misto a pigrizia, e chi ne soffre viene paradossalmente escluso ancora di più dal sociale, zittito, ignorato.

Cibo e depressione

Tale è stato il nucleo del discorso dell’evento reso possibile dal generoso patron di “Villa Domi”, Domenico Contessa, che ha potuto contare sugli interventi, sugli studi e sulle esperienze di Angelo Iannelli, ambasciatore del sorriso, del prof. Pietro Prevete, delle dottoresse Izzo e Cavallaro e del giornalista Lorenzo Crea. Uno per uno, gli esperti hanno toccato ogni sfaccettatura della grande D, con professionalità, tatto e soprattutto con passione.

In particolare, è stata affrontata e sottolineata lo correlazione cibo-depressione. Secondo gli esperti, difatti, il cibo sarebbe uno dei fattore che previene la depressione. Ottima alimentazione, ottima salute. D’altronde il filosofo Feuerbach sosteneva che noi siamo ciò che mangiamo.

Un microbiota sano genera effetti positivi a livello fisico in quanto molti cibi stimolano la produzione di serotonina. La serotonina è l’ammina della felicità ed è la componente farmacologica principale di molti antidepressivi.

Qual è il segreto? Semplicemente seguire la dieta mediterranea. Dunque ritornare alle origini, alle nostre tradizioni e distaccarci un po’ da questa dieta americana che ha invaso il territorio italiano e non solo. Che poi, riflettendoci: cibo è condivisione. Condivisione è relazione. 

Relazione è stare insieme e se si sta insieme non c’è solitudine. E se non c’é solitudine? Si evita la depressione. 

Già, perché solitudine e depressione camminano a braccetto. Non parlare, non esternare, non poter raccontare a qualcuno i propri pensieri, i propri turbamenti fa tanto male. E si vede. Un grande contributo lo da anche l’attività fisica. Lo sport rigenera poiché stimola il rilascio della dopamina, che ha effetti benefici sull’umore.

Tuttavia, il cibo può essere un’arma a doppio taglio e lo testimoniano i disturbi alimentari (che sono spesso uno dei modi in cui si manifesta la depressione). Se appunto il cibo è amore, evocazione dei ricordi e convivialità , l’anoressia nervosa è un rifiuto assoluto di questo piacere. La negazione dell’amore, in favore di un completo controllo su sé stessi con l’illusione di poter, insieme alla fame, sopprimere il bisogno vitale di socialità. 

Disturbi alimentari

Disturbi invece come binge eating disorder e bulimia invece sono tipici di coloro che vedono nel cibo un vuoto colmato.

Dai disturbi alimentari proviene il disagio nei confronti del proprio corpo e quindi nuovamente mancanza d’amore verso sé stessi. Passo successivo: isolamento dal mondo. La vergogna è troppo grande e come alternativa si sceglie la strada della solitudine. Alternativa senza dubbio più facile apparentemente ma più dolorosa alla resa dei conti. Di conseguenza, il troppo stroppia in tutto. Si sa. Dunque, non si deve sentirsi in colpa se si è dinanzi un bel piatto di spaghetti al pomodoro ma non bisogna eccedere. Mantenersi nel giusto equilibrio.

Anche se è bene dire che ogni caso è a sé poiché non esiste la depressione ma le depressioni. Insomma, se tutto sommato i sintomi sono gli stessi, non si può dire lo stesso dei fattori scatenanti. A volte è la risposta a un lutto, a un trauma infantile, alla perdita di un affetto. Altre si accompagna ad ulteriori malattie, sia fisiche che mentali. Alcune addirittura sembrano non avere un apparente motivo valido.

Dietro il sorriso un mondo in frantumi

“Da piccole cose possono nascere grandi drammi”, e nulla è più facile nella società capitalista che ci siamo costruiti attorno. Una società in cui non conta più l’essere, la persona, ma quello che possiede e il modo in cui appare. E’ in corso un disgustoso processo di livellamento ed omologazione, nel quale l’uomo non è più soggetto ma oggetto, portato ad annullarsi e a perdere la sua interiorità. E’ impossibile non pensare ai social e alla dilagante ossessione e narcisismo che comporta un loro uso smodato. Si è sempre connessi, ma mai connessi con l’altro. In altre parole sempre disconnessi. E questo è sicuramente uno dei motivi che porta ogni anno sempre più persone -soprattutto giovani- a chiudersi in loro stesse. 

Non a caso, è usuale – camminando in strada – imbattersi in gruppi di ragazzi che apparentemente sembrano stare insieme ma in realtà ognuno di oro ha un cellulare in mano e di conseguenza sono isolati nel proprio mondo. Un mondo artificiale. Questo è anche un po’ quello che è capitato a Fiorella Fabiola. Quest’ultima, negli ultimi mesi della sua vita, trascorreva le giornate barricata in casa e dinanzi un computer. Unico compagno: Facebook.

Probabilmente perché lì era l’unico posto dove si sentiva davvero amata e apprezzata. Non è da escludere che il suo profilo Facebook fosse pieno zeppo di foto che la ritraevano bella e sorridente. Cosa che ormai non Fiorella non si sentiva più. I farmaci antidepressivi l’avevano gonfiata molto e procurato molti chili in più. Insomma, altri aggravanti si aggiunsero alla sua condizione di stabilità emotiva già precaria. E quelle foto di Facebook erano un modo per rimanere ancora aggrappata a quella vita che ormai non sentiva più sua.

Del resto,  oggi basta poco per sentirsi sbagliati, esclusi, diversi, per scegliere amaramente la via della solitudine. Ebbene, viviamo in un contesto sociale dove non esiste più unicità, soggettività. Esistono gli standard. Una donna deve essere sempre bella e il concetto di virilità è quello che conta più per gli uomini. Non si è più abituati ed educati all’insuccesso. Sui social, nelle storie di Instagram ormai vi sono più personaggi che persone. Costruiamo dei super io che al primo fallimento sprofondano nella depressione. Una solitudine non voluta, non cercata, ma una scelta obbligata, e che porta nella maggior parte dei casi a uno stato depressivo da cui è difficile uscire.

Parlare è fondamentale

E’ stato questo il senso del convegno: sottolineare l’importanza della parola, del confronto, del dialogo perché l’indifferenza è un’arma letale. Altro scopo, mettere per una volta sotto i riflettori esperienze, cicatrici e dolori con orgoglio e forza. Non c’è nessuna vergogna nell’essere umani e fallaci, non deve far paura chiedere aiuto. La chiave di tutto è l’empatia, il cercare di avere compassione, non intesa come pietà ma come un abbraccio vitale che sollevi una parte dei macigni.

Nonostante ciò, è bene e di buon auspicio chiudere l’articolo con un qualcosa che doni una speranza in più. Recentemente dei dati statistici hanno appurato che alla maggior parte delle femminucce nate nell’ultimo anno in Campania, viene dato il nome Aurora. Nome che indica rinascita, rigenerazione. Sarà questo un buon inizio per dare vita a una società futura meno depressa e sola?

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