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La rabbia dei gilet gialli è possibile anche nell’Italia del governo populista?

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Lo scontro tra le cosiddette élite e il popolo sta vivendo una nuova stagione in Francia: quello della lotta di piazza, con i gilet gialli che da quattro settimane imperversano a Parigi e in tanti altri centri del Paese. Le richieste sono le stesse che hanno portato alla vittoria in Italia di 5Stelle e Lega, ovvero politiche sociali, sostegno al reddito, idee no global e sovranismo. E che si ripetono un po’ ovunque nel vecchio continente, le stesse che hanno permesso a Trump di vincere le presidenziali Usa.

I gilet gialli non hanno una chiara collocazione politica.Sembra ancora un movimento anarchico, spinto solo dalla rabbia. Ma il cappello sulla protesta stanno cercando di metterlo la Le Pen e Mélenchon, estrema destra ed estrema sinistra, che – sembra un paradosso – sposano idee molto simili (in particolare sulla critica al liberismo e all’Europa).

In Italia la presenza al governo di due partiti dichiaratamente populisti, seppur con una visione di società antitetica, ha scongiurato per ora le proteste di piazza. La rabbia si è riversata nelle urne. Nel mirino, come in Francia e altrove, sempre le élite. O meglio, chi ha gestito il potere negli ultimi venti anni e ha sposato l’economia globale sottovalutandone le conseguenze (aggravate dal crack del 2008): impoverimento della classe media, stagnazione economica, allargamento della forbice tra ricchi e poveri, timori suscitati dall’immigrazione, disoccupazione e precariato molto oltre i livelli di guardia. Se il governo italiano non dovesse garantire le promesse (in particolare su pensioni e reddito di cittadinanza), cosa accadrebbe in Italia? 

Potremmo avere anche noi una protesta in stile gilet gialli?

E’ probabile, chiaro. Ma non scontato. L’eventuale insuccesso dei populisti, potrebbe suscitare una profonda disillusione. Ma a preoccupare è il vuoto di una possibile proposta alternativa e credibile. Una proposta in grado di affrontare problemi reali, per troppi anni colpevolmente ignorati, immolati sull’altare del mercato, del liberismo, del capitalismo globale. Verso chi e per cosa si muoverebbe la rabbia italiana?

In Francia è stato semplice per chi protesta trovare un bersaglio, quel Macron che si è presentato alle elezioni come il campione della lotta contro la “deriva populista”. Il personaggio in grado di difendere il centro razionale del potere contro gli estremismi. Ha vinto, soprattutto nelle grandi aree urbane, quelle dove si concentra più ricchezza, quelle che meno hanno sentito il morso della crisi economica. Ma l’atteggiamento aristocratico del presidente francese, le riforme tatcheriane, la distanza dai cittadini, ha esacerbato le ragioni dei populisti.

Emmanuel Macron – Presidente della Repubblica francese

Populismo che vive in particolare di due elementi base: la disaffezione nei confronti dei partiti tradizionale e le istituzioni e la forma stessa che assume la disaffezione. Chi è ostile al populismo è di fatto ostile alla disaffezione – come scrive sul Guardian, l’opinionista Ken Malik -. E questo comporta un atteggiamento molto comune anche in Italia (e non solo): in tanti liquidano gli insoddisfatti come ignoranti o bigotti e di conseguenza tutte le loro richieste arretrate e irragionevoli.

Nel frattempo però, in Italia, Salvini riempie piazza del Popolo a Roma, e pronuncia un discorso di fuoco, quasi stesse all’opposizione. Mentre in 70mila sfilano per dire no alla Tav. E sui social, inutile dirvelo, le posizioni dei leader del governo sono ritenute sincere e credibili da un gran numero di persone (così come confermano anche i sondaggi settimanali per le intenzioni di voto).

Salvini in Piazza del Popolo a Roma

Un populismo “esclusivista”

Non è l’insoddisfazione populista a essere irragionevole, ma le politiche e i partiti che l’hanno generata. Sono state proprio le scelte politiche del recente passato ad aver allargato disuguaglianze e ridotto la qualità della vita. I partiti hanno poi commesso un altro grave errore: escluso le persone, i cittadini, dal processo decisionale. Per anni si è parlato, in Italia soprattutto, della distanza siderale che si è generata tra i cittadini e i partiti. Se n’è parlato, ma non si è mosso un passo per ridurre questa distanza. Anche quando, con altri metodi, sia Lega, sia 5Stelle, quella distanza hannoprovato – e diciamolo, riuscendoci – ad azzerarla. Per un decennio i partiti si sono occupati del populismo, ma non delle politiche che l’hanno provocato. A tutto questo basta aggiungere il senso, o il timore, di una perdita di identità culturale dovuta all’immigrazione, che ha consentito all’estrema destra di modellare gran parte dell’insoddisfazione delle persone.

Il problema più grande dei partiti tradizionali, in tutta Europa (e non solo: basta uno sguardo all’America di Trump), è quello di riuscire a dare risposte credibili a quell’insoddisfazione. Risposte che al momento neppure si intravedono. Basta un dato: il Pd non si interroga su tutto questo, ma si lacera sui nomi da candidare alle primarie. Dando l’idea di non aver ancora compreso quello che sta accadendo intorno. La solita distanza…

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