L’Aquila tremò, il boato e l’inferno: noi nascoste fra le macerie

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Tre ore nascosta fra le macerie con la paura di morire. Le pareti che si sgretolano devastate dalle scosse. La polvere che ti invade i polmoni. La gola che brucia. Ma il destino ha scelto di salvarti. Questa è la storia di Giuseppina Trodella, per tutti Giusy, di Lapio in provincia di Avellino, sopravvissuta dieci anni fa al terremoto che distrusse l’Aquila dove lei stava studiando psicologia. Un sisma che ha sconvolto l’Italia, provocando 300 morti e più di 80mila sfollati. Era la notte fra il 5 e il 6 aprile del 2009. Da allora sono seguite le polemiche sulla ricostruzione, con i fondi dirottati altrove e le promesse tradite. Vite inghiottite dalla terra e altre che non saranno più le stesse. Anche quella di Giusy che The Wam ha intervistato.

“Ogni anno aprile si porta dietro ricordi, odori, emozioni che si sono radicate dentro di me. E il pensiero va a tutti quegli amici e conoscenti che purtroppo non ce l’hanno fatta”.

Palazzi distrutti dal terremoto.

“Quella notte – era domenica – l’edificio di fronte al mio, un palazzone enorme, andò in pezzi. Al suo posto, quando mi sono affacciata, c’era un cumulo di macerie e si vedevano le montagne dell’Aquila stagliarsi all’orizzonte”.

Ma prima di quella maledetta notte c’erano state diverse scosse.

“Continuavamo ad andare all’università, i professori ci rassicuravano. Anche quando c’era una scossa al giorno. La prima l’ho sentita di lunedì, ero da sola in casa. Poi siamo scesi tutti in strada e ci siamo rimasti diverse ore”.

E così anche nei giorni successivi. Giusy, nel fine settimana, era andata a Pescara con la sua coinquilina.

“Quel weekend avevamo dormito poco o nulla, siamo tornate domenica sera, intorno alle 11. Pensavamo di recuperare il sonno proprio quella notte. Quanto ci sbagliavamo. C’è stata una prima scossa intorno alle 11.30. Ci siamo affacciate in strada, non c’era nessuno. Forse non l’avevano sentita. La mia amica aveva paura, mi chiedeva di dormire insieme. Stavamo spostando la mia roba in camera sua, quando ho avvertito una strana sensazione. Non so spiegarla bene neppure oggi, dopo dieci anni. I ricordi di quei momenti sono dilatati. So solo che usai delle scuse per convincerla a venire in camera mia e così facemmo”.

Alle 3,32 l’inferno. Un boato e una parete che crolla.

“Mi bruciava la gola. Faticavamo a parlare. Ancora oggi non tollero l’odore della polvere. Riuscimmo a raggiungere il portone. Era chiuso dall’interno. Siamo tornate indietro, infilandoci sotto il letto”.

Foto crollo palazzo
Giuseppina Trodella era lì

I palazzi che continuano a cadere. Le urla terrorizzate dei sopravvissuti. Le voci rassicuranti dei soccorritori. Voci troppo lontane.

“Durante un’ennesima scossa una bottiglia è rotolata nel nostro rifugio. E’ stata fondamentale. Nell’armadio della stanza mio padre, settimane prima, aveva infilato una torcia. Oggi non so spiegarmi perché, ma non finirò mai di ringraziarlo. Dopo un’altra scossa, infatti, ecco rotolare sotto il letto proprio quella torcia. L’abbiamo usata per segnalare la nostra presenza”.

La chiamata di aiuto è stata lanciata con il cellulare della coinquilina di Giusy. Misteriosamente quel telefono non aveva perso la linea.

Alle 6.30 si sente urlare: “C’è ancora qualcuno lassù”. E’ la voce della salvezza. Il portone viene aperto grazie alle chiavi di un residente che è sopravvissuto al terremoto. I genitori della coinquilina di Giusy, con un vigile del fuoco, raggiungono le ragazze e le portano fuori. All’interno, però, rimarrà per sempre un pezzo di loro. Ricordi che il tempo non potrà cancellare.

“Settimane dopo sono voluta tornare all’Aquila – racconta – e siamo andati nella nostra vecchia casa a recuperare qualche oggetto. E’ allora che l’ho vista: la camera della mia coinquilina era scomparsa. Il soffitto crollato: poteva essere la nostra tomba e, invece, il destino ha scelto diversamente. Ci ho pensato e, poi, sono andata in una delle tendopoli allestite per l’emergenza. Volevo incontrare chi aveva scelto di restare perché lì aveva la propria casa. Anche allora che, invece di quella casa, c’era solo un cumulo di macerie. E’ stato fondamentale l’aiuto di amici, familiari, persone che mi hanno dato la possibilità di rielaborare il trauma. Ho voluto conseguire la laurea magistrale ad Aquila. Credere nella rinascita di quella città, che non era più la stessa e forse mai più lo sarà. Anche se io la sentirò per sempre mia”.

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