Artisti e creativi

L’arte imbavagliata. German Jr racconta Dovlatov, la Russia, la fine del cinema europeo

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«I film europei degli ultimi trent’anni? Mi ricordano quelli sovietici». Aleksey German Jr, pluripremiato regista russo, ha raccontato il suo cinema, la sua visione dell’arte, in una masterclass al Godot Art Bistrot di Avellino. I dissidenti, l’epoca brezneviana, la critica al cinema sociale, alla banale divisione in buoni e cattivi, giusto e sbagliato. Una piccola ode al realismo nel cinema, all’importanza dell’atmosfera, della rappresentazione personale e ma veritiera di un’epoca, di un momento, di uno spaccato di vita.

DI CHI PARLIAMO: Aleksey Germain Jr, classe 1976, ha vinto il Leone d’Argento – Premio speciale alla regia – alla 65esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia con il film Soldato di carta (Bumažnyj soldat). 

L’iniziativa si inserisce tra quelle organizzate nella 43esime edizione del Laceno d’Oro. Poche ore dopo al cinema Partenio, l’autore di Dovlatov e Under Electric Clouds, ha ricevuto il premio alla sua ancor giovane, ma già prestigiosa carriera.

German è figlio di Aleksej Jurìevic German, regista russo scomparso nel 2013, autore di opere importanti, ma vittima, insieme a tanti altri artisti della sua epoca, dell’ostracismo imposto dai dirigenti sovietici. Proprio come il protagonista del suo ultimo film, Sergej Donatovic Dovlatov, giornalista e scrittore russo, nato a Ufa e cresciuto a Leningrado, costretto a rifugiarsi a New York per vedere apprezzare (e pubblicare) la sua opera. La sorte che ha legato il padre allo scrittore è anche uno dei motivi alla base dell’opera di German.

German jr alla 43esima edizione del Laceno d’Oro (foto Luciano Trapanese)

«La mia famiglia conosceva i Dovlatov, si frequentavano. Ho sentito la necessità di tornare alla Leningrado di quel periodo, di ricostruire quella stessa atmosfera. I film di mio padre sono stati congelati per quindici anni, così come le opere di Dovlatov non venivano pubblicate. Entrambi volevano solo avere la possibilità di creare arte, per sé e non per la fama, il successo. Ma l’arte tenta di raccontare delle verità e questo non può piacere al regime. E’ il regime stesso che ti costringe a diventare dissidente. Non eri dissidente solo perché artista. Ma è una proibizione, una forma di censura che non serve a nulla. Anche Dovlatov, e insieme a lui Brodsky, hanno subito la censura. Eppure questo non gli ha impedito né di esprimersi, né di rimanere nella storia della letteratura».

L’arte tenta di raccontare delle verità e questo non può piacere al regime

«Mi chiedono spesso della differenza tra l’Unione Sovietica di quegli anni e la Russia di oggi. Beh, è una situazione completamente diversa. Ci sono molti più stranieri e in giro per Mosca o San Pietroburgo puoi trovare qualsiasi cosa. Non esiste la stessa censura che hanno subito gli artisti di quell’epoca, ma certo ci sono argomenti che possono o meno piacere allo Stato. Dovlatov ha spaccato l’opinione pubblica. A molti è piaciuto, a tanti altri no. Eppure è stato distribuito in 500 sale ed è stato un successo commerciale, per quanto può esserlo un’opera da festival. Ma se volessirealizzare un film su un magnate russo, con yacth, squadra di calcio, donne e aziende che producono energia non troverei mai i finanziamenti. Questa Russia, se proprio devo fare un paragone, mi ricorda quella che ha preceduto la Rivoluzione. Di certo durante il regime sovietico gli artisti venivano annichiliti, costretti al silenzio o all’esilio».

Il film Dovlatov non è una vera biografia. Non racconta la vita dello scrittore, ma sceglie un arco temporale di soli sei giorni.

«Sì, abbiamo deciso di parlare di un momento. Sembra che non accada niente d’importante e invece è vero l’esatto contrario. Abbiamo tentato di ricreare quell’atmosfera, di raccontare quel periodo vivace e pieno di fermenti che ha caratterizzato la Leningrado di quegli anni. I personaggi sono ancora giovani, hanno trent’anni e nonostante le difficoltà, l’impossibilità di pubblicare, non hanno ancora perso la speranza».

German jr (Foto di Luciano Trapanese)

«Dovlatov è un personaggio pieno di contraddizioni. Così come sono state contraddittorie le reazione al film in Russia.  Molti hanno detto che la descrizione di quegli anni è stata troppo cupa. Chi ha sostenuto che invece lo era troppo poco. Altri hanno contestato che Dovlatov non era così, altri hanno affermato il contrario. La cosa sorprendente è stato il successo della pellicola nel resto del mondo, è stato compreso anche da chi non conosceva certe dinamiche tipiche della Russia di quegli anni».

German conclude con una critica al cinema europeo degli ultimi decenni. «Oggi non è più così importante lo sguardo dell’autore, conta molto di più la tematica sociale. E io non sopporto il cinema sociale, distrugge alla base l’idea stessa di cinema. Preferisco, così come ho fatto con Dovlatov, trasmettere al pubblico la mia percezione dell’epoca. La cinematografia di questi anni è davvero simile a quella sovietica…».

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