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Le Pen, Renzi e Trump: quando la democrazia è minoranza

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Democrazie senza memoria di Luciano Violante, edito nel 2017 con Einaudi perla collana Vele, è in realtà una fotografia geopolitica dell’Occidente,un bollettino sullo stato di salute delle democrazie, una ricetta per superare lo stato di crisi degli attuali sistemi pluralistici. La riflessione di Violante parte da un eclatante dato di fatto: negli ultimi dieci anni, il numero di democrazie è drasticamente diminuito, e oggi sono il quaranta percento della popolazione vive in regimi sicuramente democratici. Mentre si fa strada il mito dell’uomo forte, e cambiamo ideali.

La democrazie muore nel buio

I primi tre capitoli analizzano quanto sta accadendo.Nel primo si analizzano le difficoltà attuali delle democrazie. Violante riprende il titolo comparso su Washinton Post nel febbraio del 2017 in risposta agli attacchi alla stampa mossi da Trump: la democrazia muore nel buio. Questo titolo contraddiceva l’interpretazione di Fukuyama, secondo cui la caduta del Muro di Berlino e la vittoria della democrazia sulla dittatura sovietica rappresentasse la fine della storia. Il primato della democrazia nel novecento è stato favorito da alcuni fattori decisivi: la fine degli imperi coloniali, la diffusione del capitalismo, la crescita della classe media, e paradossalmente,dalla Guerra fredda. Tuttavia, all’indomani della caduta del muro, la storia smentì gli aneliti che avevano sostenuto la vittoria sul sistema sovietico:l’occupazione del Kuwait, la strage delle Torri Gemelle, l’invasione dell’Afghanistan, la fase delle guerre preventive e degli attacchi di terrorismo, hanno gradualmente accresciuto un clima di sospetto e di paura.Ecco che i valori che portarono al primato della democrazia, si sono rovesciati nel loro contrario. Intanto il mercato e il capitalismo sono diventati globali,mentre la democrazia è rimasta locale. Aumenta poi l’incertezza, figlia del pluralismo e della complessità: aumentano le aspettative ma diminuiscono le risorse, generando così disillusione e aumentando il fascino verso le esaltazioni tipiche delle narrazioni autoritarie. È in corso poi un processo di raffreddamento verso gli entusiasmi democratici: indice di ciò sono anche i sistematici attacchi alla libertà di stampa. Secondo Violante, il dibattito sulla democrazia ne conferisce una immagine compassata: come un vecchio zio a carico, del quale si è incerti se apprezzare il contributo economico alla vita di famiglia o se rammaricarsi per gli inconvenienti della convivenza.

Quel sentimento anti-elites

Nel secondo capitolo si presenta lo strano fenomeno dell’attacco al sistema da parte di chi ne è invece una stabile componente costitutiva. In questo senso, l’operazione rottamazione di Renzi si pone in continuità con quanto avvenuto in altri paesi con Trump, Cameron e May, Le Pen e Fillon: il sistema è il nemico interno, e l’attacco è condotto da parte di chi del sistema fa stabilmente parte, superando anche le barriere dell’educazione e del rispetto. Si trasforma così l’avversario in nemico. Il sentimento anti elites si spinge anche oltre la politica, investendo altri settori della vita, come la scienza, o il mercato, inteso come la trappola dei ricchi. Tutto questo produce un atteggiamento di sdegno populista, che si sostanzia in disprezzo per gli altri e orgoglio per sé. Sarebbe infatti inappropriato parlare di indignazione: essa ha generato nella storia, oltre al ripudio dei comportamenti vili, anche attenzione per le vittime e impegno razionale per il cambiamento. Lo sdegno, invece, usa il linguaggio dell’odio e del disprezzo. 

Fake news

Nel terzo capitolo si analizzano le false notizie che creano opinione pubblica, condizionando così le democrazie. Violante riprende la preoccupazione di Huizinga che già nel 1935, con la diffusione della radio e dei giornali, immaginava un inesorabile declino del dibattito pubblico. La menzogna è stata un potente fattore nella storia dell’umanità, e tuttavia non pochi studiosi manifestano perplessità sul fenomeno speculare, l’ignoranza politica degli elettori. In realtà, il principio democratico si fonda non sulla sapienza dell’elettore: è dovere costituzionale delle parti politiche comunicare in maniera adeguata, e diffondere le informazioni necessarie per una scelta consapevole. 

Nel quarto capitolo si affronta specificatamente il cambiamento d’epoca e i suoi caratteri. Viviamo quella che Floridi ha ribattezzato iperstoria, in cui il benessere e la vita pubblica e privata dipendono dall’informazione e dalla comunicazione. Un mutamento così radicale delle relazioni sociali e dei processi produttivi avrà inevitabilmente ripercussioni sui caratteri della democrazia.

La memoria della democrazia 

Nel quinto capitolo Violante parte dalla considerazione che la democrazia non si trova in natura: è un prodotto artificiale, frutto della ragione e del desiderio di libertà. Se non è curata e potenziata, entra rapidamente in crisi.  Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca, segnato dalla crescita della globalizzazione e dalla digitalizzazione: le politiche pubbliche dei diversi Stati sono interdipendenti; l’infosfera ha compresso il tempo e lo spazio; le grandi migrazioni hanno messo in crisi il senso di identità di milioni di persone; la quarta rivoluzione industriale cambierà i processi produttivi e le relazioni sindacali; crescono le diseguaglianze; la sfiducia nelle élites esperte anima populismi e nazionalismi etnici. È dunque necessaria una nuova cultura politica per sostenere la democrazia. Per molto tempo l’Occidente non ha curato le democrazie, considerandoli immutabili monumenti al suo presunto primato. Per invertire la rotta, diventa necessario che i partiti tornino a parlare con la società, e che si punti seriamente sulla formazione delle classi dirigenti. Non siamo più in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca. Per questo, alcuni fenomeni che chiamiamo crisi potrebbero essere invece solo passaggi. Saranno crisi solo se non interverremo, se non avremo la capacità di dirigere i processi. Le generazioni successive alla Guerra Fredda sono cresciute in tempi pienamente democratici, ignorando le fatiche della sua costruzione, e per questo più propense a denunciarne i difetti che a riconoscerne le virtù. L’unico antidoto per porre un argine a questa deriva populista, è allora la memoria della democrazia.

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