Le vittime contro l’avvocatessa irpina: così ci ha fregato tutti i soldi

Avellino, niente udienze penali dall'8 al 10 maggio: ecco perché
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“Mi diceva che gli assegni li dava al giudice per mia figlia piccola. Ne ho versati quattro per un totale di 100mila euro”. Scuoteva la testa, ancora incredulo, Ernesto Persico, quando questa mattina ha raccontato al giudice del tribunale in seduta monocratica di Avellino, Giulio Argenio, il calvario che ha dovuto affrontare da quando si è affidato alle “cure legali” dell’avvocatessa irpina, Maria Virginia Cantone. Finita in manette con l’accusa di truffa aggravata e patrocinio infedele. L’avvocato è accusato di essersi fatta versare, con diversi stratagemmi e in momenti diversi, oltre 280 mila euro, da Persico e una coppia delle Marche, millantando anche una parentela con il numero uno dell’Anac (Autorità nazionale anti corruzione), Raffaele Cantone. Fino a quando è finita in un’inchiesta del procuratore aggiunto di Avellino, Vincenzo D’Onofrio.

Ernesto è quello che in questa storia ci ha rimesso di più. Dopo aver perso la moglie in un incidente stradale, avrebbe visto sottrarsi 260mila euro di quel risarcimento proprio dalla Cantone. Cifra destinata al pagamento di una ditta edile, l’acquisto di due Fiat Panda e la liquidazione di un avvocato: la “lista della spesa” l’ha letta in aula il finanziere chiamato a testimoniare. E ha aggiunto: “C’è anche la destinazione di oltre 50mila euro che non siamo riusciti a chiarire” .

Avvocatessa irpina accusata di truffa: i dettagli

Ernesto Persico, incalzato dalle domande degli avvocati di parte civile Claudio Frongillo e Federico Giusto, ha riavvolto tutti gli episodi ai quali, ancora oggi, non sa trovare risposta.

A partire dalle fatture che “lei non mi ha mai rilasciato”.

“Gliele ho chieste giudice, gliele ho chieste”, ripeteva il teste incredulo. Il sudore che gli imperlava la fronte per la concitazione del momento. Alla fine dell’udienza ha deciso di rinunciare al bomber giallo con il quale è arrivato in aula. Ma non prima di essersi svuotato di tutte quelle cose che, come ha poi ripetuto all’uscita, “teneva dentro da troppo”.

Su banco dei testimoni ci è arrivato con passo claudicante, che rivelava le cure alle quali si è sottoposto. E che nella storia della Cantone finiscono per c’entrarci eccome.

“Lei – ha ricordato il testimone – è venuta sia in ospedale sia a casa di mia suocera e mi ha fatto firmare degli assegni in bianco. Io mi fidavo”.

Così come si era fidato a gennaio e febbraio del 2016, quando ha eseguito due versamenti da dodicimila e diecimila euro. L’avvocato Frongillo ha depositato un documento che provava come Persico fosse destinatario di una provvisionale in seguito all’incidente della moglie. Parte di quei soldi, come vi abbiamo spiegato, sarebbero finiti al centro della truffa.

L’altra vittima della Cantone

Dopo Persico è stato ascoltato Rosario Parcesepe (rappresentato in aula dall’avvocato Feliciano Salierno, del foro di Benevento), altra parte civile nel processo. A lui e alla moglie sarebbero stati sottratti dalla Cantone oltre 20mila euro. Soldi dei quali fa fatica a parlare, anche con noi che lo abbiamo raggiunto fuori dall’aula. Il volto solcato dalle rughe degli anni, il sorriso aperto, il pudore di chi ha fiducia nella legge e dice: “Non voglio farmi pubblicità su queste cose, vi prego capitemi. Spero soldi di riavere indietro i soldi”.

Lui e la moglie, entrambi delle Marche, avevano raccontato agli inquirenti di essere finiti nella rete dell’avvocatessa irpina.

“Avevo pendente un ricorso al Tar che risaliva al 2010. Quando mi rappresentava un altro avvocato.” , ha raccontato Ernesto nella sua deposizione.

Ma nel 2016, proprio di quel ricorso, ancora nessuna notizia. Ed è allora che ha incrociato Maria Viriginia Cantone.

“Me l’ha presentata un amico comune”.

La Cantone è diventata difensore di Parcesepe, occupandosi di un ricorso al Consiglio di Stato.

“Nelle mail e nei messaggi mi scriveva abbiamo vinto. Presto avrà i suoi soldi. Non era facile. Guardi giudice”, il testimone mostrava, con un sorriso ironico, le carte che gli erano state offerte dal pm in “aiuto alla memoria”.

E proprio lì dentro c’erano dei documenti che hanno reso il caso di Maria Virginia Cantone di interesse nazionale. Fra le mail, alcune avevano in calce il nome del presidente dell’Anac (Autorità nazionale anti-corruzione), il magistrato Raffaele Cantone.

Le lettere del “magistrato Cantone”

“Lei mi diceva che quel giudice era suo fratello. Io non l’ho mai visto. Ma le mail mi arrivavano”.

Dove il presunto Cantone spiegava come “avesse compito un miracolo” per far vincere la causa a Parcesepe, invitandolo ad “avere pazienza per ricevere i soldi, che sarebbero arrivati presto”. Sono arrivate prima le manette ai polsi della Cantone. L’avvocatessa, difesa dai penalisti Dario Vannetiello e Sergio Clemente, per ora si trova ai domiciliari, presto i termini cautelari potrebbero scadere, ma la sentenza dovrebbe far prima. Il giudice ha già fissato altre due udienze per il prossimo aprile.

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