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Lo sguardo pietoso su Avellino, città senza tempo

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“Viviamo nelle città, le città vivono dentro di noi…il tempo scorre…” ha affermato Wim Wenders che ha sempre amato definirsi un fotografo di paesaggi ma che i più conoscono come regista di capolavori del calibro di Alice nelle città e Il cielo sopra Berlino.

Tuttala sua opera, sia quella cinematografica che quella fotografica, ruota intorno ai temi della storia, della memoria, del destino dell’uomo che affondano le loro radici nel paesaggio.

Wendersa buon diritto può essere inserito all’interno di quella categoria di fotografiche indagando l’ambiente, indagano loro stessi, la loro identità. “Macosa accade se smarrito in larga parte il passato e afflitto da un presente sciagurato è il luogo stesso a non possedere più un’identità ?”, invita a chiedersi Filippo Cristallo, con il suo progetto fotografico dal titolo Senzatempo, esposto al Circolo della Stampa dal 10 al 16 novembre e divenuto un libro che contiene il racconto in bianco e nero di Avellino, la città in cui è nato e vive. Un racconto diverso, lontano dalla solita stereotipa rappresentazione della città. Al centro delle sue foto non troverete  la Torre dell’Orologio, né la facciata del Duomo, né la consueta visione di Corso Vittorio Emanuele tirata in prospettiva.Siamo lontani dall’immagine da Touring club così come lo erano gli scatti di Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Guido Guidi, Mimmo Jodice  e gli altri fotografi che parteciparono al grande progetto di Viaggio in Italia, esposto a Bari nel 1984, affrancati dai luoghi comuni del Bel paese, cantori di un’Italia minore, laterale, quella della provincia. 

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Quella stessa provincia che è al centro delle foto di Filippo Cristallo in una visione antieroica, non retorica in cui “gli uomini parlano meno con il loro volto e più con gli oggetti che li circondano, con l’ambiente in cui vivono”. E’ la città stessa, Avellino, un paesaggio urbano, terreno di interrogazione sull’identità storica e psicologica della persona. Pur conservando il legame con il reportage classico in bianco e nero, dunque con un tipo di fotografia narrativa, in Senza tempo la figura umana non è predominante, né protagonista di azioni eccezionali. Cristallo coglie i suoi concittadini nella loro quotidianità, caratterizzata da vuoti, da grigi,sgravata dalla poetica del momento decisivo di Henri Cartier Bresson, più vicina al racconto sincero dei momenti “in between” di Robert Frank e del gruppo dei Nuovi Topografi americani che tanta influenza hanno avuto sulla svolta operata da Ghirri e compagni nella fotografia di paesaggio italiana.Ma la fotografia di Senza Tempo non è solo fotografia di paesaggio ma è anche una fotografia di valore profondamente sociale. Gli scatti denunciano lo stato irrisolto delle cose che caratterizza Avellino e sono quasi tutte pervase da un senso di vuoto, di precarietà ma al tempo stesso lo sguardo di Cristallo su tutto ciò che è anonimo, brutto, mutilato in città è quasi affettuoso, è uno sguardo di pietà mista a commiserazione. La sua si direbbe una denuncia sussurrata perché, pur potendo, non ha indugiato sugli aspetti deteriori eppure risulta efficace convincendoci che anche in fotografia meno si urla e più si fa rumore. 

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(Le foto nell’articolo sono di Filippo Cristallo)

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