Lockdown, perché amiamo la morte: non sappiamo usare la vita

La riflessione dell'avvocato Gerardo di Martino sull'incapacità della Pubblica Amministrazione di gestire la pandemia. La chiusura indiscriminata, per la seconda volta, è la resa incondizionata a un virus che è riuscito a mettere in ginocchio il tessuto produttivo del paese, ma anche la tenuta psicologica dei suoi cittadini.

Lockdown, perché amiamo la morte: non sappiamo usare la vita
Il nuovo lockdown potrebbe essere il colpo di grazia sia dal punto di vista psicologico, che da quello economico.
6' di lettura

Come sia possibile festeggiare per un lockdown indiscriminato delle attività commerciali e delle società, del tessuto produttivo, delle arti, della spina dorsale di un Paese e di una Regione (o più di una), rimane ancora oggi un mistero per me e per chi come me e con me, fin da marzo, dal vero, primo ed unico lockdown, ne ha sostenuto la natura immonda, anzi la innaturale connotazione per qualunque Società.

Un popolo che inneggia per la seconda volta allo stop (inutile, atteso l’esito del primo) della Scuola, come della Giustizia o dell’Imprenditoria, al pari della Cultura – tanto per essere da subito chiari, qui leggasi: teatri, cinema e scuola di danza – può gareggiare soltanto insieme a chi ama ballare sottobraccio con la Signora in Nero e con la sua fulgida lama.

L’avvocato Gerardo Di Martino – Foto di Roberta Barzaghi

Il lockdown e la necrosi sociale

Fare il tifo per lo scoppio delle arterie, per la recisione della giugulare sociale, della propria nervatura, per il taglio finale, significa vivere in una Comunità che, senza meno, insegue la necrosi sociale.

Un Paese senza futuro, già seppellito, prim’ancora che il COVID19 sprigionasse i suoi effetti mefitici. Al solo odore.

E la cosa che più lascia basiti è la naturale propensione a non rendersene nemmeno conto.

«Dobbiamo chiudere! Vogliamo il lockdown!» Poco importa se non siamo stati in grado di fornire, nel frattempo, anzi nel lungo, lunghissimo tempo, un’alternativa (parimenti efficiente) a chi viene serrato.

E dobbiamo farlo allo stesso modo dalla Napoli di ponente alla Calitri di levante, passando per le già depresse province di Avellino e Benevento; o dalla nutrita Firenze, a Prato o al piccolo borgo di San Piero a Sieve o a Ponzalla, piuttosto che a San Benedetto in Alpe.

Dovremmo allora dircelo subito, senza compromessi, ma soprattutto senza giustificazioni, senza esimenti di sorta, logicamente prima di altro: anelare alla chiusura totale, in maniera sì lacerante, dimostra una profonda incapacità di comprendere, una resa della Società rispetto alla possibilità di stare al passo con la crisi e dunque con i tempi.

L’intollerabile subordinazione al virus

Una profonda e intollerabile subordinazione al virus di tutte le classi sociali, anche e soprattutto di quelle che dovrebbero costituire – e non lo sono mai state, nemmeno lontanamente e da lungo tempo, a questo punto – la dirigenza, il traino, il coraggio e la forza, la ragione ed il cuore (per tutti; per gli altri).

Una becera situazione, condita da un’allarmante (oramai per me non più sorprendente) necessità di rifugiarsi in una sterile ed inadeguata battaglia di retroguardia, fatta di appostamenti difensivi, trincee e tutela irriguardosa dello status quo, senza alcun tipo di premura, priva delle doverose alternative, incapace di reagire, sfoderare la spada e combattere.

Una sola e compulsiva volontà: alzare bandiera bianca, senza nemmeno averci provato, a lottare.

Eppure, il fortino del COVID19 è facilmente espugnabile. Cosa? Come? Sì. Pensateci: lui vuole il distanziamento? Bene, distanziamoci. Ma non chiudiamo.

Come? Con le tre semplici regole (bocca, mani e distanza; in uno all’areazione, al ricircolo di aria nei locali chiusi) ma, soprattutto, mettendo la società sui binari del digitale e del telematico, del TRE PUNTO ZERO. A distanza, per l’appunto.

Non certo quello che stiamo facendo. Una società persa nei suoi oscuri labirinti burocratici dello ZERO PUNTO ZERO.

L’indifferenza della Pubblica Amministrazione e l’inerzia del cittadino

Ieri mattina andavo a lavoro (prima di conoscere la notizia della improvvisa morte – prematura e difficilmente comprensibile, con gli ordinari schemi del religioso pensiero – del Collega Giulio Tulimiero, anno 1972, al quale rivolgo un ultimo saluto ed un ringraziamento per avermi invogliato a condividere queste riflessioni) allorquando, dinanzi ad uno dei tanti Uffici pubblici della mia città, mi sono imbattuto in una scena esilarante (l’ennesima, da marzo).

Un nostro concittadino da un citofono (anche mal posizionato) implorava gli impiegati, barricati all’interno, di comprendere come pagare con PagoPa.

«Sono stato alle Poste, alla banca, al tabacchi; nessuno sa come devo pagare questo importo che mi avete chiesto», declamava il povero (e sconfitto) compaesano.

Mi sono fermato, attonito, ad ascoltare.

Sapete la risposta del burocrate ZERO PUNTO ZERO (ed iper-tutelato, quindi veramente poco proclive a modificare il corso della storia in Italia)?

«Noi non sappiamo come Lei deve fare per pagare», con voce robotica, proveniente dall’interno del bunker, a mezzo cavo. «Ci hanno detto che dovete pagare con PagoPa. Buona giornata». AMEN.

Un vero Stato non fa un secondo lockdown così alla leggera per difendersi da un virus, condannando a morte (ora sì) impresa, commercio, professioni, cultura ed arti.

Come potremo mai uscirne? Oggi faccio il lockdown. Ma per quale ragione nessuno sottolinea che abbiamo già chiuso «ieri»? E non certo per una settimana o due, ma per mesi, senza che ci sia stato alcun risultato.

Senza avere una pubblica amministrazione degna di questo nome. Senza una Sanità organizzata. Senza nemmeno riuscire a rimettere sui binari giusti una società al contempo privata delle sue bocche di fuoco, della sua anima, della sua produttività e della possibilità di abbeverarsi alle fonti della cultura.

In otto mesi non siamo riusciti nemmeno ad apprestare le contromisure, i fossati, le barricate, per combattere il COVID19. Far ripartire la Scuola. Che peccato!

Siamo in guerra? Ok. E perché non riusciamo, e non vogliamo, nemmeno pagare ancora con PagoPA? Perché non riusciamo, e non vogliamo, celebrare udienze da remoto nei Tribunali Ordinari? Perché non riusciamo, e non vogliamo prenotare a distanza e con sistema automatizzati in grado di dare a tutti le stesse possibilità ed evitare il doppio binario delle conoscenze fraterne? Perché ancora non abbiamo fatto tutto il necessario per eliminare «la presenza», a distanza, con il digitale, e telematizzato o automatizzato il necessario per sopravvivere e non fare altri lockdown? Perché la sanità non è all’altezza?

Le stesse cose con modalità diverse

Perché vedete, se vogliamo salvarci dovremmo (e avremmo dovuto già da aprile, non dico nemmeno da marzo, quando la botta è stata devastante ed improvvisa, tra l’altro non certo per colpa di chi oggi subisce le serrate) fare le stesse cose di prima, semplicemente con modalità diverse: il telematico, la multimedialità; una rivoluzione per tanti; un porto sicuro, franco rispetto al COVID19, per pochi (almeno sin ora).

Dovremmo fare le stesse cose ma con modalità diverse. Non certo ridurre la produttività in un Paese economicamente sottosviluppato, perché non sappiamo fare diversamente.

coronavirus lockdown diritto e rovescio
Per evitare il nuovo lockdown sarebbe bastato fare le stesse cose, con modalità diverse.

Dovremmo distinguere tra centri urbani, aree rosse, gialle, verdi; tra strutture ad alto contagio e luoghi sicuri. E non fare di tutta l’erba un unico fascio. Così chiamando a pagare le gravissime ed intollerabili deficienze di altri sempre gli stessi che, poveretti, colpe non hanno.

Combattere sempre? O rifugiarsi alla buona? Combattere, sempre!

Ciao Giulio.

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